Articoli marcati con tag ‘toscana’
Giorno della memoria 2012. Per non dimenticare
Per celebrare il Giorno della Memoria 2012 ed invitarvi a non dimenticare mai questa pagina orribile della Storia vi introduco il messaggio di pace che Abraham Yehoshua , grande scrittore israeliano, ha voluto lanciare alla attentissima platea di giovani arrivati da tutta la Toscana al Nelson Mandelaforum per il meeting Noi Figli di Eichmann?
“La cultura da sola non basta a difendersi dal male. Per difenderci dal male bisogna rispettare una regola molto semplice, che conoscono anche gli uomini più semplici: non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. I tedeschi sono uno dei popoli più colti e hanno avuto il nazismo. Anche l’Italia è un Paese dalla grande cultura, eppure ha generato il fascismo. Ebbene dunque, non crediate che la cultura da sola possa salvarci dal male”.
Il pluripremiato intellettuale, conosciuto in tutto il mondo, è intervenuto al termine della intensa mattinata offrendo il suo contributo, come negli anni scorsi avevano già fatto i grandi Amos Oz e David Grossman.
La lezione di Yehoshua si è focalizzata sul senso del male. “Il male è ovunque e non è qualcosa di metafisico quindi è doveroso e possibile combatterlo come un germe che si può trasmettere da una persona all’altra. Perché gli ebrei hanno sofferto in modo indicibile. Ma nonostante questo, gli ebrei non hanno ricevuto un certificato di rettitudine. Per essere uomini retti bisogna fare qualcosa di buono. Da scrittore, per esempio, e come scrittore vi dico che stiamo lottando affinché anche i Palestinesi abbiano i nostri stessi diritti. Voi aiutateci”.
Yehoshua, sollecitato dalle domande di Ugo Caffaz, si è poi soffermato sulla tragedia della Shoah, che è stata forse l’apice del male nella storia.
“Se vi concentrate sulle immagini terrificanti della Shoah – ha aggiunto – sembra che tutto sia successo là, a quel tempo. Invece è bene che sia creato un ponte tra quello che è stato e la nostra vita quotidiana. I soggetti più pericolosi in tutto questo non sono stati gli SS, un piccolo gruppo in fondo, ma la moltitudine silenziosa e indifferente che ha permesso che ciò si verificasse. Una lezione che dobbiamo avere sempre davanti agli occhi”.
11.863062
Lo Schettino che è in noi
Francesco Schettino è l’uomo del momento, di cui tutti parlano. Il comandante della Costa Concordia, affondata il 13 gennaio di quest’anno sulle rive della Toscana.
Molti lo condannano, a volte lo insultano, spesso lo giudicano. Pochi, però, una domanda se la pongono: poco prima dell’incidente, Schettino cosa credeva che avrebbe fatto in una situazione critica? Aveva già in mente che avrebbe dichiarato l’abbandono nave (cosa che, di fatto, avrebbe decretato la fine della sua carriera)? Oppure, credeva che si sarebbe comportato da eroe e che avrebbe salvato tutti i passeggeri e tutto l’equipaggio?
Questa domanda può apparire stupida, ma non lo è. Quanti, oggi, che stanno comodamente in poltrona, davanti alla TV, o che sorseggiano birra in un confortevole bar, dicono e pensano che, al posto di Schettino, loro si sarebbero comportati diversamente e che non avrebbero dichiarato mai e poi mai l’abbandono nave? Quanti, al bar con gli amici, sono pronti a dire al mondo (o a se stessi?) che, al posto di Schettino, si sarebbero comportati da eroi?
Eppure, anche Schettino, prima dell’incidente, non aveva posizioni così differenti da questi benpensanti. Lui stesso, nel 2005, aveva detto che, se avesse dovuto comandare il Titanic, avrebbe, durante la tragedia, pensato soprattutto a salvare i passeggeri. I passeggeri prima di tutto. Così avrebbe detto. Mentiva? Non si sa. Ma ne dubito: quanti, in fondo, sono disposti ad ammettere a se stessi di essere codardi? Schettino sapeva già, nel 2005, di non avere fegato? Lui, che, probabilmente, si sentiva un superuomo, visto che era il comandante di una delle navi più pesanti del mondo, la più pesante che sia mai affondata?
La verità è che siamo tutti eroi quando non siamo di fronte al pericolo. E non lo siamo solo a parole, lo crediamo davvero. Ci sentiamo forti, migliori e superiori. È questo il modello da imitare che la nostra società ha in mente ed è proprio così che tutti vorremmo essere. Audaci. Eroici. Dei superuomini, più simili a quelli della Marvel o dei film hollywoodiani, forse, che a quelli di Nietzsche. E tutti crediamo di esserlo, tanto che, sebbene non abbiamo mai dato una qualche prova di coraggio, ci sentiamo in grado di valutare quello altrui. Poi però arrivano le tragedie. Quelle vere, che spaventano e che lasciano il segno tutta la vita, sempre che questa vita non scompaia proprio per mano di questi disastri. Ed è a questo punto che la natura, con tutta la sua potenza, ci giudica e ci dice chi siamo veramente. Non più l’Ercole di turno, non più l’eroe intrepido e coraggioso, non più il Cristo pronto a sacrificarsi per salvare le persone.
Nessuno, qui, vuole difendere Schettino. Semplicemente, alla luce di questa riflessione, mi viene da chiedermi quanti, tra i “giudici” di Schettino, che ogni giorno sentenziano contro di lui nel Web o al bar, siano, in realtà, esattamente come lui: eroi fino a quando la nave affonda per davvero.
Lo Schettino che è in noi
Francesco Schettino è l’uomo del momento, di cui tutti parlano. Il comandante della Costa Concordia, affondata il 13 gennaio di quest’anno sulle rive della Toscana.
Molti lo condannano, a volte lo insultano, spesso lo giudicano. Pochi, però, una domanda se la pongono: poco prima dell’incidente, Schettino cosa credeva che avrebbe fatto in una situazione critica? Aveva già in mente che avrebbe dichiarato l’abbandono nave (cosa che, di fatto, avrebbe decretato la fine della sua carriera)? Oppure, credeva che si sarebbe comportato da eroe e che avrebbe salvato tutti i passeggeri e tutto l’equipaggio?
Questa domanda può apparire stupida, ma non lo è. Quanti, oggi, che stanno comodamente in poltrona, davanti alla TV, o che sorseggiano birra in un confortevole bar, dicono e pensano che, al posto di Schettino, loro si sarebbero comportati diversamente e che non avrebbero dichiarato mai e poi mai l’abbandono nave? Quanti, al bar con gli amici, sono pronti a dire al mondo (o a se stessi?) che, al posto di Schettino, si sarebbero comportati da eroi?
Eppure, anche Schettino, prima dell’incidente, non aveva posizioni così differenti da questi benpensanti. Lui stesso, nel 2005, aveva detto che, se avesse dovuto comandare il Titanic, avrebbe, durante la tragedia, pensato soprattutto a salvare i passeggeri. I passeggeri prima di tutto. Così avrebbe detto. Mentiva? Non si sa. Ma ne dubito: quanti, in fondo, sono disposti ad ammettere a se stessi di essere codardi? Schettino sapeva già, nel 2005, di non avere fegato? Lui, che, probabilmente, si sentiva un superuomo, visto che era il comandante di una delle navi più pesanti del mondo, la più pesante che sia mai affondata?
La verità è che siamo tutti eroi quando non siamo di fronte al pericolo. E non lo siamo solo a parole, lo crediamo davvero. Ci sentiamo forti, migliori e superiori. È questo il modello da imitare che la nostra società ha in mente ed è proprio così che tutti vorremmo essere. Audaci. Eroici. Dei superuomini, più simili a quelli della Marvel o dei film hollywoodiani, forse, che a quelli di Nietzsche. E tutti crediamo di esserlo, tanto che, sebbene non abbiamo mai dato una qualche prova di coraggio, ci sentiamo in grado di valutare quello altrui. Poi però arrivano le tragedie. Quelle vere, che spaventano e che lasciano il segno tutta la vita, sempre che questa vita non scompaia proprio per mano di questi disastri. Ed è a questo punto che la natura, con tutta la sua potenza, ci giudica e ci dice chi siamo veramente. Non più l’Ercole di turno, non più l’eroe intrepido e coraggioso, non più il Cristo pronto a sacrificarsi per salvare le persone.
Nessuno, qui, vuole difendere Schettino. Semplicemente, alla luce di questa riflessione, mi viene da chiedermi quanti, tra i “giudici” di Schettino, che ogni giorno sentenziano contro di lui nel Web o al bar, siano, in realtà, esattamente come lui: eroi fino a quando la nave affonda per davvero.
SOCCI: Per cosa ringraziare? IL MIO “TE DEUM” DI FINE ANNO (con un augurio a tutti voi)
C’è una lirica di Gerard Manley Hopkins intitolata “A che serve la bellezza mortale?”. Dove il poeta scrive: “vedi, fa così: tiene calda/ l’intelligenza dell’uomo alle cose che sono;/ a quanto significa il bene”.
E conclude: “Basta che l’incontri; riconosci,/ in cuor tuo, del cielo il dolce dono; poi parti, abbandonalo./ Sì, augura, a tutti augura, di Dio la più graziosa bellezza, la grazia”.
Perciò il mio “Te Deum” – al tramonto dell’anno Domini 2011 – sta tutto in una riga. Questa: “Ti ringrazio di avermi creato e fatto cristiano”.
Come recitavo nelle mie preghiere di bambino che poi sono le preghiere di ogni buon cristiano. Una frase semplice che dice tutto.
Ti ringrazio di avermi creato , di avermi pensato dall’abisso del tempo, di aver voluto proprio me, col mio volto, nella terra di san Francesco e santa Caterina, in questo tempo… di avermi amato dall’eternità , di avermi dato la splendida famiglia in cui sono nato, di avermi fatto venire al mondo e avermi fatto crescere in questo brandello di terra Toscana, in questo giardino con questo albero di melograno rosso fuoco e questo grande tiglio profumato, sotto un cielo così azzurro.
E – dopo avermi chiamato dal nulla all’essere – ti ringrazio di avermi fatto cristiano così da scoprire che “la tua grazia vale più della vita”.
Veramente di più. E mille e mille grazie quotidiane mi ubriacano di stupore.
Ringraziare del resto significa predisporsi a ricevere altre grazie. Così mi è stato insegnato. Saggezza e grandezza del decimo lebbroso: ringraziare…
Ma – a questo proposito – un giorno è accaduto un fatto strano. La Regina del Cielo in persona è venuta fra noi, c’è da trent’anni, un fatto mai visto in duemila anni di cristianità.
E’ venuta – a Medjugorije – letteralmente per salvarci, nella nostra sorte terrena ed eterna.
Questa splendida Regina, altissima e meravigliosa, viene tra noi ogni giorno ed ecco che ogni giorno – da trent’anni – ringrazia di averla accolta e ascoltata.
Proprio così dice: “grazie di aver risposto alla mia chiamata”. Alla fine di ogni suo messaggio esprime col sorriso questa sua gratitudine. Sempre.
Ogni giorno, da trent’anni.
Viene con questa sublime gentilezza, con questa bontà d’animo, con questa grazia che farebbe piangere di gioia se solo ci soffermassimo a pensare.
Che vorrà dire? Forse che lei è il “grazie” di Dio a noi. Il “grazie” del Creatore, che è tutto, alla creatura che è nulla. Ma un nulla che Lui ama follemente. Grazie perché ci lasciamo amare e salvare.
La stessa gentilezza per cui, a Lourdes, 150 anni fa, dando del “voi” a Bernadette, a cui tutti davano del “tu”, le chiese se poteva farle la gentilezza di tornare lì, alla grotta di Massabielle nel giorno da lei indicato.
Le chiese questo favore. Lei, la Regina del cielo e della terra. Il favore – quasi, si direbbe – si essere ricevuta da quella fanciulla povera, malaticcia, disprezzata da tutti.
Lei, la grande Regina, che era venuta dal cielo per apparire in una fangosa grotta usata di solito per ricoverare pecore o maiali.
Lei che era scesa in questa lurida grotta. Perché Lui, che era il Creatore del mondo, era voluto nascere in un’altrettanto lurida grotta.
Lei che è “madre d’ogni nuova grazia/ che ora scende sulla nostra razza”.
Come recita un’altra bellissima lirica di Hopkins intitolata: “The blessed Virgin compared to the air we breathe”. Ovvero: La Beata Vergine paragonata all’aria che respiriamo.
Da cui voglio prendere solo pochi versi:
“colei che
ha solo questo compito –
far trasparire tutta la gloria di Dio,
la gloria di Dio che l’attraversa
e da lei s’effonde,
solo così e non per altra via.
Dico che siamo avvolti
dalla misericordia tutt’attorno
come dall’aria: questa
è Maria”.
Madre di tutte le grazie e volto luminoso di ogni “grazie”.
Antonio Socci
Da “Tempi”, dicembre 2011
Piemonte Morti sul lavoro 50 registra + 78,5 % in più dell’intero 2010 (28 morti

Da redazione
I sondaggi sulle le morti sul lavoro nei luoghi di lavoro con contratti regolari davano una tendenza in calo dopodichè sono andate in controtendenza con un progressivo aumento dei casi.
Autore Carlo Soricelli dati :2009 2008. carlo.soricelli@gmail.com
OSSERVATORIO INDIPENDENTE DI BOLOGNA SULLE MORTI PER INFORTUNI SUL LAVORO
MORTI SUL LAVORO DALL’ 1 GENNAIO AL 25 DICEMBRE
2011
I MORTI SUL LAVORO DALL’INIZIO DELL’ANNO SONO COMPLESSIVAMENTE PIU’ DI 1100, DI CUI 659 SUI LUOGHI DI LAVORO (tutti documentati) + 10,94 % SULL’INTERO 2010 (594). NEL NUMERO COMPLESSIVO DELLE VITTIME CI SONO ANCHE I LAVORATORI MORTI SULLE STRADE, IN ITINERE E IN IN NERO. MA MOLTI ALTRI MORTI SUL LAVORO SFUGGONO A QUALSIASI MONITORAGGIO PER TANTISSIME RAGIONI
SIAMO TORNATI INDIETRO DI 5 ANNI PER NUMERO DI MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO:
IL GIORNO 12 DICEMBRE CON 640 MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO SONO STATI SUPERATI I MORTI DELL’INTERO 2008 ( 637). IL MESE SCORSO SONO STATI SUPERATI I MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO DEGLI INTERI ANNI 2010 (594) e 2009 (555) .
Oltre il 15% di queste vittime monitorate dall’Osservatorio lavoravano in nero o erano già in pensione. Si arriva a contare più di 1100 morti (stima minima) se si aggiungono i lavoratori deceduti in itinere o sulle strade (sono lavoratori che utilizzano un mezzo di trasporto: agenti di commercio, autisti, camionisti, ecc.. e lavoratori che muoiono nel percorso casa-lavoro/lavoro-casa). La strada può essere considerata una parentesi che accomuna i lavoratori di tutti i settori e che risente più di tutti gli altri della fretta, della fatica, dei lunghi percorsi, dello stress e dei turni pesanti in orari in cui occorrerebbe dormire, tutti gli anni sono percentualmente dal 50 al 55% di tutti i morti sul lavoro. Purtroppo è impossibile sapere quanti sono i lavoratori pendolari sud-centro nord, centro nord-sud, soprattutto edili meridionali, che lavorano in nero o in grigio e che muoiono sulle strade percorrendo diverse centinaia di km nel tragitto casa-lavoro, lavoro-casa e queste vittime sfuggono anche alle nostre rilevazioni.
Situazione sul territorio
Qui sotto la situazione in ogni regione comparata con i morti sui luoghi di lavoro di tutto il 2010, col colore rosso sono evidenziate le regioni che hanno già eguagliato o superato i morti sui luoghi di lavoro dell’intero 2010:
Piemonte 50 registra + 78,5 % in più dell’intero 2010 (28 morti)
Liguria 15 morti come nell’intero 2010 (15 morti)
Val d’Aosta 3 morti come nell’intero 2010
Lombardia 77 morti -5,1 % sull’intero 2010 (81 morti)
Trentino Alto Adige 22 morti -31,2% sull’intero 2010 (32)
Friuli Venezia Giulia 13 morti +85% dell’intero 210 (7 morti)
Veneto, 47 morti registra – 11,3% sull’intero 2010 (53 morti)
Marche 18 morti + 28,5% rispetto al 2010 (14 morti)
Emilia Romagna 55 morti + 37,5% sull’intero 2010 (40 morti).
Toscana 41 morti +41,3% sull’intero 2010 (29 morti
Umbria 17 nel 2011, +142% rispetto al 2010 (7 morti)
Abruzzo 28 morti + 33,3% rispetto al 2010 (21 morti)
Lazio 44 morti +4,5 %sull’intero 2010 (42 morti)
Molise 6 morti + 100% rispetto all’intero 2010 (3 morti)
Campania 41 morti -14,5% sull’intero 2010 (48)
Puglia 39 morti -13,3 % rispetto all’intero 2010 (45 morti)
Calabria 22 +18,1% rispetto all’intero 2010 (18 morti)
Basilicata 5 morti come nell’intero 2010 ( 5 morti)
Sicilia 42 morti lo stesso numero di morti del 2010 (42 morti).
Sardegna 24 morti come sull’intero 2010
L’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro è su Facebook. Diventa amico, scrivi quello che pensi e fallo conoscere ai tuoi amici
Link Utili
un lieve miglioramento sull’intero 2010
revisioni Meteo: utili se lavori sulle strade, nei cantieri e sui campi, o sei in
NEI BUNKER DEI BOSS
NEI BUNKER DEI BOSS
«Quando ci si nasconde in questo modo si è disposti, pur di mantenere il proprio potere a rinunciare alla propria esistenza, alla propria anima. Alla luce. Ci sono stati boss che stavano perdendo gli occhi per vivere lì sotto, boss che fatturano milioni di euro al giorno e vivevano lì. Non pensate che questa siano storie lontane, quasi medioevali, storie di “terroni”. In questi bunker si decide il destino dell’Italia» (Roberto Saviano . Vieni via con me)
Alcuni tra i più famosi:
Roberto Saviano lo descrive così « E ora è Zagaria, il numero uno. È Michele Zagaria, dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, ad essere stato posto in testa ai latitanti più pericolosi d’Italia. Michele Zagaria, dai molteplici contronomi: Michele di Casapesenna, Capastorta, Manera, è lui il capo operativo del cartello dei «casalesi». È lui che apparentemente con responsabilità fiduciaria ricevuta da Sandokan e Bidognetti, opera come vertice del cartello criminale del cemento. Michele Zagaria è stato capace di pretendere che la «sua» Casapesenna divenisse un luogo capace di articolare tranquillità per la sua latitanza e un’incubatrice attenta e efficiente per le sue aziende. Imprese vincenti in ogni parte d’Italia. Dalla Toscana all’Emilia, da Sassuolo a Cracovia, le imprese del cartello dei casalesi seguendo la scia del cemento arrivano ovunque»
Manca ancora Matteo Messina Denaro, ma sembra che i “Cacciatori” ci stiano girando attorno molto da vicino. Anche lui cadrà.
Per la cattura dei boss, è stato istituito un reparto speciale dei carabinieri i “Cacciatori di Calabria” appunto. Nato il primo luglio del 1991 per salvare i sequestrati tenuti prigionieri in Aspromonte e finito ormai il fenomeno dei sequestri, si sono specializzati nella caccia ai boss.
Molti di loro arrivano dai fronti di guerra: Kosovo, Libano, Afghanistan. Tutti hanno superato una selezione difficilissima. Solo il 40% supera i test fisici e psico-attitudinali. Resistono 72 ore senza dormire, sotto il sole e nella neve,
I Cacciatori sono circa un centinaio, tra di loro si chiamano “falchi” e lavorano in squadre di sei persone, ognuna formata da un comandante, un vice e quattro operatori, fra cui un pattugliatore, un tiratore scelto e un addetto al primo soccorso.
La cosa più difficile è trovare i bunker, costruiti nei luoghi più impensati: sotto il lavandino del bagno, dietro un mobile ad angolo, dentro forni a legna, nelle stalle sotto le mangiatoie, altri in pieno centro dei paesi, per cui occorre che sappiano intervenire in aree urbane, anche calandosi dai tetti con le corde.
Quello che non manca mai nel bunker sono le statue della Madonna di Polsi, cara alla ‘ndrangheta, e di Padre Pio, oltre ai santini che vengono bruciati durante le affiliazioni. http://www.locride.altervista.org/polsi.htm
«L’acqua è di tutti». La sfida dei Forum ai grandi lobbisti (Adriana Pollice).
I comitati/ L’INCONTRO EUROPEO IL 10 E 11 DICEMBRE
Verso la costituzione di una rete europea per l’acqua pubblica NAPOLI. «Oggi abbiamo 50milioni di morti di fame all’anno, domani avremo 100milioni di morti di sete». Padre Alex Zanotelli spiegava così ieri a Napoli la battaglia per l’acqua pubblica, una lotta che ha bisogno di un respiro europeo: «I rapporti – prosegue – raccontano una rete di 15mila lobbisti a Bruxelles impegnati a fare pressione sul parlamento comunitario. Il contingente maggiore fa capo alle multiutility Veolia e Suez che, in fatto di sfruttamento delle risorse idriche, detengono la quota maggiore del mercato mondiale. La commissione li supporta nella loro continua espansione senza tener conto dell’impatto sui paesi, soprattutto i più poveri». È uno scontro, insomma, che non può rimanere nei confini nazionali: a Napoli (Castel dell’Ovo) il 10 e 11 dicembre ci sarà il Forum italiano dei movimenti per l’Acqua, incontro per la costituzione della Rete europea per l’Acqua pubblica.
Sono attese delegazioni dei movimenti, delle associazioni e dei sindacati da tutta Italia e poi da Francia, Germania, Spagna e Grecia. Il comune partenopeo, capofila nei referendum di giugno, è stato il primo municipio a dare attuazione alla volontà degli elettori, convertendo la società che gestisce il servizio idrico da Arin spa ad azienda speciale Abc – Acqua bene comune. Così da qui partirà la mobilitazione contro il Forum Mondiale dell’acqua, che le grandi multinazionali terranno a Marsiglia a marzo, ma anche la campagna per l’Ice – Iniziativa dei Cittadini Europei da avanzare alla Commissione Ue: un milione di firme da raccogliere in sette paesi (come recita l’articolo 11 del Trattato di Lisbona) per cambiare l’agenda del parlamento comunitario in fatto di oro blu.
«Il 9 dicembre – spiega Alberto Lucarelli, assessore comunale ai Beni comuni – saremo nella capitale francese dove Eau de Paris ci premierà per aver intrapreso per primi la strada verso la ripubblicizzazione dopo i referendum. Una strada più coraggiosa di quella francese, visto che a Parigi i comitati hanno solo potere di voto consultivo mente a Napoli ha valore decisionale». Lucarelli, nei giorni del Forum, sarà protagonista di una proposta per estendere la raccolta di firme dal tema dell’acqua a quello dei beni comuni, materiali e immateriali, da sottrarre al mercato. Fondamentale la dimensione europea quindi, ma senza perdere di vista il contesto nazionale: «Proporrò anche un patto federativo tra i sindaci di comuni come Torino, Milano, Venezia, Palermo ma anche di altri centri in Sardegna, Abruzzo, Toscana, dove il servizio idrico è affidato a spa 100 per cento pubbliche, per procedere lungo il percorso avviato a Napoli. Mostrerò loro che la conversione in azienda pubblica si può fare, così chi non vorrà dovrà rendere chiare le proprie motivazioni, e magari gli interessi che ci sono dietro, in modo che i cittadini possano essere informati». La vittoria al referendum di giugno rischia di rimanere nel cassetto in vista di un nuovo via libera alle multinazionali, così i comitati non smobilitano. In Campania, ad esempio, l’Ato 3 in mano alla Gori spa ha addirittura aumentato le tariffe a luglio; l’Ato2 Napoli-Volturno rischia di essere smembrato, con la provincia di Caserta che spinge per staccarsi in vista di una svendita ai privati.
Da Il manifesto del 03/12/2011.
«L’acqua è di tutti». La sfida dei Forum ai grandi lobbisti (Adriana Pollice).
I comitati/ L’INCONTRO EUROPEO IL 10 E 11 DICEMBRE
Verso la costituzione di una rete europea per l’acqua pubblica NAPOLI. «Oggi abbiamo 50milioni di morti di fame all’anno, domani avremo 100milioni di morti di sete». Padre Alex Zanotelli spiegava così ieri a Napoli la battaglia per l’acqua pubblica, una lotta che ha bisogno di un respiro europeo: «I rapporti – prosegue – raccontano una rete di 15mila lobbisti a Bruxelles impegnati a fare pressione sul parlamento comunitario. Il contingente maggiore fa capo alle multiutility Veolia e Suez che, in fatto di sfruttamento delle risorse idriche, detengono la quota maggiore del mercato mondiale. La commissione li supporta nella loro continua espansione senza tener conto dell’impatto sui paesi, soprattutto i più poveri». È uno scontro, insomma, che non può rimanere nei confini nazionali: a Napoli (Castel dell’Ovo) il 10 e 11 dicembre ci sarà il Forum italiano dei movimenti per l’Acqua, incontro per la costituzione della Rete europea per l’Acqua pubblica.
Sono attese delegazioni dei movimenti, delle associazioni e dei sindacati da tutta Italia e poi da Francia, Germania, Spagna e Grecia. Il comune partenopeo, capofila nei referendum di giugno, è stato il primo municipio a dare attuazione alla volontà degli elettori, convertendo la società che gestisce il servizio idrico da Arin spa ad azienda speciale Abc – Acqua bene comune. Così da qui partirà la mobilitazione contro il Forum Mondiale dell’acqua, che le grandi multinazionali terranno a Marsiglia a marzo, ma anche la campagna per l’Ice – Iniziativa dei Cittadini Europei da avanzare alla Commissione Ue: un milione di firme da raccogliere in sette paesi (come recita l’articolo 11 del Trattato di Lisbona) per cambiare l’agenda del parlamento comunitario in fatto di oro blu.
«Il 9 dicembre – spiega Alberto Lucarelli, assessore comunale ai Beni comuni – saremo nella capitale francese dove Eau de Paris ci premierà per aver intrapreso per primi la strada verso la ripubblicizzazione dopo i referendum. Una strada più coraggiosa di quella francese, visto che a Parigi i comitati hanno solo potere di voto consultivo mente a Napoli ha valore decisionale». Lucarelli, nei giorni del Forum, sarà protagonista di una proposta per estendere la raccolta di firme dal tema dell’acqua a quello dei beni comuni, materiali e immateriali, da sottrarre al mercato. Fondamentale la dimensione europea quindi, ma senza perdere di vista il contesto nazionale: «Proporrò anche un patto federativo tra i sindaci di comuni come Torino, Milano, Venezia, Palermo ma anche di altri centri in Sardegna, Abruzzo, Toscana, dove il servizio idrico è affidato a spa 100 per cento pubbliche, per procedere lungo il percorso avviato a Napoli. Mostrerò loro che la conversione in azienda pubblica si può fare, così chi non vorrà dovrà rendere chiare le proprie motivazioni, e magari gli interessi che ci sono dietro, in modo che i cittadini possano essere informati». La vittoria al referendum di giugno rischia di rimanere nel cassetto in vista di un nuovo via libera alle multinazionali, così i comitati non smobilitano. In Campania, ad esempio, l’Ato 3 in mano alla Gori spa ha addirittura aumentato le tariffe a luglio; l’Ato2 Napoli-Volturno rischia di essere smembrato, con la provincia di Caserta che spinge per staccarsi in vista di una svendita ai privati.
Da Il manifesto del 03/12/2011.
Evasione: 270 miliardi, ecco perché l’Italia precipita (Eduardo De Blasi).
Negli ultimi dieci anni, la Guardia di Finanza ne ha scoperti 81 mila. Vale a dire che c’era una città (di banditi) popolata grossomodo come Varese o Caserta, che prima degli accertamenti delle Fiamme Gialle, era sconosciuta all’erario.
Il primo: distorcono la concorrenza, mettendo in crisi le aziende che si comportano correttamente, e finendo a
cascata per diventare essi stessi “sistema di produzione”. I lavoratori in nero scoperti dalle Fiamme Gialle negli ultimi dieci anni sono d’altronde circa 270 mila. Vale a dire che da soli potrebbero abitare una città medio-grande come Bari, Venezia o Verona.
Turismo Verde-Cia punta sull’agriturismo sociale. Non solo vacanza, ma anche impegno solidale
Sabato 12 novembre, nell’ambito di Agri@tour ad Arezzo Fiere, l’associazione organizza un convegno sulla nuova frontiera dell’accoglienza in campagna: non più solo ristorazione e ospitalità, ma uno spazio dove promuovere l’offerta di servizi culturali, educativi, assistenziali, formativi e occupazionali per le persone diversamente abili o svantaggiate. Il presidente di Turismo Verde, Giuseppe Gandin: la nuova agricoltura, oltre a vino e frutta, produce welfare.
Può cominciare dalla cura dell’orto o dall’aiuto in cucina il riscatto sociale e il reinserimento lavorativo di persone diversamente abili o svantaggiate. Perché l’agriturismo non è più solo vacanza, ristorazione e ospitalità in campagna: oggi è anche uno spazio solidale dove le persone disagiate possono costruire nuove relazioni sociali, fare terapia con le piante o con gli animali, ritagliarsi un posto nuovo nel mercato del lavoro. E’ questo il succo del convegno “L’agriturismo sociale: il nuovo percorso della multifunzionalità”, che Turismo Verde-Cia terrà sabato 12 novembre alle ore 15 nell’ambito di Agri@tour, il Salone nazionale dell’Agriturismo che comincia domani ad Arezzo.
“Conformemente agli indirizzi comunitari, l’azienda agricola moderna oggi si delinea come un’azienda multifunzionale – spiega l’associazione agrituristica della Confederazione italiana agricoltori – che può esercitare l’agriturismo, valorizzare e vendere le produzioni tipiche dei territori, proteggere l’ambiente e il suolo e fare inclusione sociale”.
La nuova agricoltura cioè, “oltre a latte, vino, olio e frutta produce welfare – continua Turismo Verde-Cia – un welfare ‘rigenerativo’ che nell’attuale binomio etica-agricoltura diventa lo strumento migliore per dare nuova vita e nuove risorse al rapporto tra città e campagna. Diventando un soggetto attivo nell’erogazione di servizi al pubblico”.
Molte aziende e molti agriturismi associati alla Cia hanno già avviato e sperimentato questo nuovo modo di fare agricoltura – afferma Turismo Verde – promuovendo l’offerta di servizi culturali, educativi, assistenziali, formativi e occupazionali a vantaggio di soggetti deboli (portatori di handicap, tossicodipendenti, detenuti, anziani, bambini) e di aree fragili (montagne e centri isolati) in collaborazione con istituzioni pubbliche e con il vasto mondo del Terzo settore.
“Ma c’è ancora tanto da fare – prosegue l’associazione agrituristica della Cia – perché è una realtà nuova, che non ha ancora né numeri precisi né strumenti, regole e norme definite a livello nazionale. Anche per questo il convegno di sabato ad Agri@tour, aperto a operatori del settore e a semplici curiosi, diventa davvero importante: è tempo di far conoscere le esperienze e le pratiche di agricoltura sociale nate nella maggior parte dei casi da percorsi innovativi condotti in autonomia e in forma quasi sempre volontaria da singole aziende o cooperative agricole, in accordo con i servizi sociali territoriali”.
Nello specifico, dopo l’apertura dei lavori e la definizione di cosa si intende per multifunzionalità e agricoltura sociale da parte di Fabio Panchetti, presidente di Turismo Verde Toscana e vicepresidente nazionale di Turismo Verde, Francesca Durastanti, presidente di AiCare (Agenzia italiana per la Campagna e l’Agricoltura Responsabile ed Etica), nella sua relazione introduttiva illustrerà come e cosa deve fare un’azienda agricola agrituristica che sceglie di intraprendere un percorso etico includendo, nelle attività lavorative, soggetti contrattualmente deboli e svantaggiati. Seguiranno le testimonianze di due operatori agrituristici, Pierangelo Cena, presidente di Turismo Verde Piemonte e Mario Grillo, presidente di Turismo Verde Calabria e vice presidente nazionale di Turismo Verde, che racconteranno le loro esperienze sul territorio relativamente a programmi di inclusione e di didattica. I lavori, coordinati da Rosa Giovanna Castagna, presidente di Turismo Verde Sicilia e vice presidente nazionale di Turismo Verde, saranno conclusi dal presidente nazionale dell’associazione, Giuseppe Gandin.
“L’agricoltura e l’agriturismo sociale quindi – sottolinea Gandin – rappresentano il contributo che il mondo rurale può offrire al miglioramento della qualità della vita, in chiave terapeutica e di reinserimento lavorativo, delle fasce svantaggiate della popolazione”.
http://www.viniesapori.net/articolo/turismo-verde-cia-punta-sull-agriturismo-sociale-non-solo-vacanza-ma-anche-impegno-solidale-1011.html
14.998471





Alis Crewlink
AZMail
Briefing Package
Buste paga
IPS
PeopleNet