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LA SEGRETERIA MESSINESE DEL FNS RIAFFERMA IL VALORE DEL RECUPERO DELLA MEMORIA STORICA E IL DIRITTO, DA PARTE DEL POPOLO SICILIANO, AD UNA ADEGUATA TOPONOMASTICA

La Segreteria Provinciale di Messina del Frunti Nazziunali Sicilianu – “Sicilia Indipinnenti  prende atto, con serenità, della sentenza emanata dal TAR di Catania e depositata  lo scorso 9 febbraio c.a. .- Sentenza, con la quale il Tribunale Amministrativo Regionale annulla la scelta operata dal dalla Giunta e dal Sindaco di Capo d’Orlando, Enzo Sindoni,  sul merito dell’intitolazione della piazza antistante la stazione ferroviaria della Città paladina.

Tutti ricordiamo infatti che l’amministrazione e il Primo Cittadino di Capo d’Orlando promossero, nel 2008, il cambio di nome dell’allora Piazza Giuseppe Garibaldi in Piazza  “4 luglio 1299″.
Noi fummo, allora ancora organizzati in Cumitatu Missinisi FNS, lì a condividere la “ratio” che aveva fatto maturare questa scelta, meditata, profonda e legata alla storia dell’importante Centro siciliano e della Sicilia tutta.
Il Tar etneo, adesso,  nel suo dispositivo testualmente indica che l’errore fu quello legato al fatto che “Per attribuire una nuova denominazione ad una strada, il comune, prima di procedere alla variazione della denominazione esistente, deve previamente chiedere ed ottenere sia l’autorizzazione del Ministero dei beni culturali […]trattandosi di mutazione della denominazione già sussistente, sia l’autorizzazione prefettizia di cui alla Legge n. 1188/1927, ove la scelta ricada sul nominativo di un personaggio contemporaneo”.
E’ fuor di dubbio che la sentenza deve essere rispettata, e però pure fuori di dubbio che può essere impugnata ancora in altre sedi giudiziarie.
A prescindere dal fatto specifico ci permettiamo comunque di sottolineare che la legge del 1927 fu emanata in un in un contesto “costituzionale”, istituzionale e giuridico profondamente “diverso” rispetto ad oggi.
Si pensi alla Costituzione, si pensi allo Statuto Speciale d’Autonomia Siciliano, si pensi alla nuova legislazione  sugli Enti Locali.
Non si può, poi,  non esprimere apprezzamento  per la decisione del Sindaco Sindoni  di avviare una campagna di recupero culturale che coinvolga anche la  toponomastica.
Nel caso della Sicilia, poi, si tratta di una iniziativa che, a suo modo, mira al recupero della MEMORIA STORICA e soprattutto alla riaffermazione al DIRITTO ALLA VERITA’.
ANTUDU!
IL SEGRETARIO PROVINCIALE
DI MESSINA DEL F.N.S.
(Fabio CANNIZZARO
COMUNICATO SEGR. PROV. MESSINA DEL FNS – CAPO D’ORLANDO…
38.114659
14.998471

LA SEGRETERIA MESSINESE DEL FNS RIAFFERMA IL VALORE DEL RECUPERO DELLA MEMORIA STORICA E IL DIRITTO, DA PARTE DEL POPOLO SICILIANO, AD UNA ADEGUATA TOPONOMASTICA

La Segreteria Provinciale di Messina del Frunti Nazziunali Sicilianu – “Sicilia Indipinnenti  prende atto, con serenità, della sentenza emanata dal TAR di Catania e depositata  lo scorso 9 febbraio c.a. .- Sentenza, con la quale il Tribunale Amministrativo Regionale annulla la scelta operata dal dalla Giunta e dal Sindaco di Capo d’Orlando, Enzo Sindoni,  sul merito dell’intitolazione della piazza antistante la stazione ferroviaria della Città paladina.

Tutti ricordiamo infatti che l’amministrazione e il Primo Cittadino di Capo d’Orlando promossero, nel 2008, il cambio di nome dell’allora Piazza Giuseppe Garibaldi in Piazza  “4 luglio 1299″.
Noi fummo, allora ancora organizzati in Cumitatu Missinisi FNS, lì a condividere la “ratio” che aveva fatto maturare questa scelta, meditata, profonda e legata alla storia dell’importante Centro siciliano e della Sicilia tutta.
Il Tar etneo, adesso,  nel suo dispositivo testualmente indica che l’errore fu quello legato al fatto che “Per attribuire una nuova denominazione ad una strada, il comune, prima di procedere alla variazione della denominazione esistente, deve previamente chiedere ed ottenere sia l’autorizzazione del Ministero dei beni culturali […]trattandosi di mutazione della denominazione già sussistente, sia l’autorizzazione prefettizia di cui alla Legge n. 1188/1927, ove la scelta ricada sul nominativo di un personaggio contemporaneo”.
E’ fuor di dubbio che la sentenza deve essere rispettata, e però pure fuori di dubbio che può essere impugnata ancora in altre sedi giudiziarie.
A prescindere dal fatto specifico ci permettiamo comunque di sottolineare che la legge del 1927 fu emanata in un in un contesto “costituzionale”, istituzionale e giuridico profondamente “diverso” rispetto ad oggi.
Si pensi alla Costituzione, si pensi allo Statuto Speciale d’Autonomia Siciliano, si pensi alla nuova legislazione  sugli Enti Locali.
Non si può, poi,  non esprimere apprezzamento  per la decisione del Sindaco Sindoni  di avviare una campagna di recupero culturale che coinvolga anche la  toponomastica.
Nel caso della Sicilia, poi, si tratta di una iniziativa che, a suo modo, mira al recupero della MEMORIA STORICA e soprattutto alla riaffermazione al DIRITTO ALLA VERITA’.
ANTUDU!
IL SEGRETARIO PROVINCIALE
DI MESSINA DEL F.N.S.
(Fabio CANNIZZARO
COMUNICATO SEGR. PROV. MESSINA DEL FNS – CAPO D’ORLANDO…
38.114659
14.998471

Servizio pubblico del 26/01/2012 – la rivolta dei forconi.

I trasportatori e i pescatori in Sicilia. I produttori del latte in Sardegna. Ma anche i cassintegrati, i disoccupati e gli studenti.
Il movimento dei forconi non nasce ieri: è frutto di una tensione che in questi anni è andata crescendo nelle aree sottosvilupate del paese. Le regioni lasciate a se stesse: la Sardegna in cui chiudevano le aziende e dove si pagano quattro soldi per il latte di pecora.
La Sicilia degli sprechi dell’amministrazione regionale, delle clientele e della mafia. Ma anche dove gli agrocoltori non riescono più ad andare avanti: anche loro non rientrano nei costi per la produzione del grano, della frutta.
La regione del ponte sullo stretto dove però intere tratte della ferrovia sono a binario unico.
Tutto questo si sapeva da anni: dei forconi in Sardegna aveva parlatoAnnozero a maggio.
Dei problemi dei trasportatori ne aveva parlato sempre Annozero nella puntata del 2009 “corri, bisonte corri”. La concorrenza dei camionisti dell’est, i pochi controlli, il dover lavorare troppe ore, senza riposo a sufficienza. Anche loro nella morsa tra concorrenza spietata e grande distribuzione che impone i ritmi dei carichi.
Queste proteste andavano ascoltate prima: nella copertina della puntata di Servizio pubblico Santoro ha sottolineato il fatto che chi protesta è uno che non vuole abbandonare la sua terra, che non si vuole arrendere.
Si criticano giustamente i mezzi della protesta: ma l’illegalità già c’era, da parte di chi ha sfruttato i pastori sardi e i camionisti. E i pescatori che oggi devono lavorare secondo le norme europee in competizione con pescatori extra ue che non le rispettano.
Tutti alle prese con l’aumento dei costi, la benzina, le tasse.
E a loro, che chiedono maggior elegalità, il governo ha risposto con la stretta di Equitalia, con l’Ici, con le accise.
I leader della protesta sono impresentabili: “e quando arrivano i buoni?”.
Santoro ha anche mandato in onda un’intervista alla vicepresidente del partitoDie Linke tedesco: parole che oggi in Italia suonerebbero eretiche.
Nazionalizzazione delle banche, critica a questa manovra recessiva che porterà l’Italia alle stesse condizioni della Grecia. In mano alle multinazionali.
Infine due domande a Monti: le tasse introdotte serviranno veramente a sanare il debito?
Che società nascerà da questa selezione naturale? Poche imprese che avranno in mano tutti i settori e tassisti, agricoltori, allevatori, pescatori a 1000 euro (quando va bene)?
Le proteste dei forconi.
Dalla Sicilia, alla Sardegna.
La protesta di vasti strati della popolazione e l’assenza rumorosa: dove sono finiti tutti gli eletti della Sicilia e della Sardegna? Sono rintanati nelle loro case, nelle loro auto blu?
In studio a parlare della protesta, Enrico Letta e Roberto Castelli.
Il primo che si chiedeva come mai certe proteste siano scoppiate proprio ora quando il governo ha emanato due provedimenti a favore dei trasportatori (le accise rimborsate trimestralmente e la legge sulla sicurezza). Forse che, con la fine del governo Berlusconi è scattato il tana libera tutti? D’altronde è pur vero che le associazioni di categoria dei camionisti sono vicine al PDL (Paolo Uggè, ex sottosegretario ai trasporti ed ex sindacalista).
Negli anni passati la politica non aveva dato risposta alle richieste dei camionisti, “non è giusto fare di tutta un’erba un fascio”, commentava Letta.
Castelli, il povero Castelli, altro talento inespresso (come Tremonti): quello che io avevo già detto tutto, la Lega aveva già detto tutto. In Lombardia certe cose non succedono.
Ha tirato fuori i due cavalli di battaglia usati per nascondere gli otto anni di governo, anche come ministro della giustizia e vice ai trasporti.
E’ tutta colpa dell’euro e della globalizzazione selvaggia, voluta da Monti e Prodi.
E a questo si può rispondere alla solita maniera: e tu cosa hai fatto? Per sanare la debolezza dell’euro, per contrastare le speculazioni, la globalizzazione, la concorrenza sleale dei cinesi (e anche degli evasori totali come nel Veneto)?
Di fronte ai due politici, si è trovato il presidente del Palermo, l’imprenditore (futuro politico) Zamparini.
Secondo cui Monti è figlio di Tremonti, Equitalia è una macchina robotica voluta dalla politica senza cuore. Cosa ha fatto la politica (la politica “insipiente“) per far ripartire il paese, per proteggere il paese, per distribuire la ricchezza nel paese? “Abbiamo prodotto servizi e con questi non si produce ricchezza”.
Dopo la puntata di maggio, dove Felice Floris per primo aveva parlato della crisi tra i produttori del latte, della crisi in sardegna non ne ha parlato nessuno.
E oggi Felice è accanto a Ferro e Scarlato (i forconi siciliani) a portare avanti la sua battaglia: contro Equitalia, contro le grandi aziende che pagano poco il latte ai pastori (vale meno dell’acqua). Contro la disoccupazione contro l’assenza di una speranza di una prospettiva.
In studio, dopo i due politici, Santoro ha dato spazio al leader dell’associazione dei camionisti Aias Giuseppe Richichi e a un pescatore che ha spiegato al pubblico delle difficoltà di andare avanti con la pesca, schiacciati dalle leggi introdotte dall’europa,  dai costi del gasolio e della concorrenza dei pescatori extra ue.
Ma questa protesta cosa ha portato, come beneficio, a trasportatori e agricoltori?
Era proprio necessario bloccare l’isola e mettere in difficiltà i produttori di frutta e verdure costretti ora a buttar via tutto?
Il presidente Ivan Lo Bello: ”Non mi convince tutto il silenzio sulle infiltrazioni mafiose” (di cui oggi si occupa anche ReportTime sul corriere). Oggi i veri perdenti rischiano di essere gli stessi manifestanti, che sono stati invitati ad andare a protestare sotto i palazzi della regione, senza bloccare le strade.
Ma il clou della serata è stato lo scontro tra l’ex ministro Castelli e l’ex lavoratore di Euroallumina: che ad un certo punto non ha resistito ed è sbottato «Castelli tu a me non mi devi rompere i c…i».
Non se ne può più di questi politici che scendono dalla luna, che criticano il sud sprecone, che si dicono stufi di pagare per il sud.
Dove era Castelli quando il suo governo sanava i debiti del comune di Roma e di Catania?
Dove era Castelli (e tutti gli altri) quando si dovevano affrontare le vertenze su Alcoa, Euroallumina e Vinyls?
E Castelli si è tolto dai c… Abbiamo trovato il modo per cambiare classe politica e farla schiodare dalle loro poltrone, il commento di Santoro.
L’intervento di Marco Travaglio sulle liberalizzazioni.
Da unoenessuno.blogspot.com

L’operaio a Castelli: ‘Non rompermi i coglioni’. E l’ex ministro si alza e se ne va.

Da Santoro, un operaio sardo urla e non fa parlare l’ex ministro leghista, che si alza e se ne va.

Puntata sopra le righe quella di Servizio Pubblico andata in onda ieri sera. Tra gli ospiti di Michele Santoro c’era il senatore leghista Roberto Castelli.

Tema della serata “La rivolta dei forconi”. In collegamento dalla Sardegna c’era l’inviato Sandro Ruotolo con alcuni operai.

Il clima è stato caldo fin dall’inizio, quando Castelli si era lamentato per il “solito pubblico schierato”. Poi un battibecco con alcuni lavoratori siciliani: “La Sicilia è quella che spreca di più. Voi avete 23mila dipendenti pubblici, mentre in Lombardia ce ne sono solo tremila”. Infine un operaio sardo in collegamento da Siliqua (comune occupato della provincia di Cagliari) critica la politica e spiega le ragioni della protesta, l’ex ministro prova a ribattere e un altro lavoratore interviene: “Ma lo sai che in Sardegna si paga tutto di più, che l’industria è tutta ferma perché non c’è il gas? A me non devi rompere i coglioni!”. A quel punto Castelli si alza e abbandona lo studio televisivo.

Guarda il video.

(ILGIORNALE.IT)

Visita la nostra pagina di facebook:

http://www.facebook.com/pages/QUESTO-PUNTO-ESCLAMATIVO-AVRA-PIU-FAN-DI-MICHELE-SANTORO/319889068098

L’operaio a Castelli: ‘Non rompermi i coglioni’. E l’ex ministro si alza e se ne va.

Da Santoro, un operaio sardo urla e non fa parlare l’ex ministro leghista, che si alza e se ne va.

Puntata sopra le righe quella di Servizio Pubblico andata in onda ieri sera. Tra gli ospiti di Michele Santoro c’era il senatore leghista Roberto Castelli.

Tema della serata “La rivolta dei forconi”. In collegamento dalla Sardegna c’era l’inviato Sandro Ruotolo con alcuni operai.

Il clima è stato caldo fin dall’inizio, quando Castelli si era lamentato per il “solito pubblico schierato”. Poi un battibecco con alcuni lavoratori siciliani: “La Sicilia è quella che spreca di più. Voi avete 23mila dipendenti pubblici, mentre in Lombardia ce ne sono solo tremila”. Infine un operaio sardo in collegamento da Siliqua (comune occupato della provincia di Cagliari) critica la politica e spiega le ragioni della protesta, l’ex ministro prova a ribattere e un altro lavoratore interviene: “Ma lo sai che in Sardegna si paga tutto di più, che l’industria è tutta ferma perché non c’è il gas? A me non devi rompere i coglioni!”. A quel punto Castelli si alza e abbandona lo studio televisivo.

Guarda il video.

(ILGIORNALE.IT)

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Movimento dei Forconi. Chi e perché…

Rivolta Tir: ancora disagi, diviso il fronte dei forconi

Protesta da Nord a Sud Caselli chiusi e code. Ministro Cancellieri segue la protesta

Ansa 23 gennaio, 17:28

ROMA – “I blocchi causati dalla protesta degli autotrasportatori sono inaccettabili”. Lo dichiara Roberto Alesse, Presidente dell’Autorità di Garanzia sugli Scioperi, annunciando che aprirà “un procedimento per valutare le sanzioni da irrogare a chiunque stia violando la legge e danneggiando i cittadini”.

SCIOPERO TIR: ANCORA DISAGI, DIVISO FRONTE FORCONI - Dal Piemonte alla Calabria la protesta dei tir – partita dalla Sicilia sta causando disagi alla circolazione con code e rallentamenti diffusi. Il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, segue “con molta attenzione” la protesta.

“Non saranno tollerati – annuncia – i blocchi stradali”. Riunione al Viminale per monitorare la situazione. “Non ci muoveremo fino a venerdì e, in assenza di risposte serie da parte del Governo, valuteremo cosa fare”. E’ ferma la posizione degli autotrasportatori che stazionano nelle aree vicino ai caselli dell’A1 Roma-Napoli per invitare i camionisti a non fare il loro ingresso in autostrada. Nel pomeriggio bloccati anche i varchi di ingresso del porto di Marina di Carrara. E cresce l’allarme per i beni primari. Tra due-tre giorni, fa sapere l’Unione panificatori campani, rischia di non essere garantita la produzione di pane a Napoli.

La Confederazione italiana agricoltori (Cia), da parte sua, lamenta che “l’espandersi della protesta in tutt’Italia può davvero dare un colpo mortale al settore primario”. Intanto si spacca il ‘movimento dei forconi’. Martino Morsello, uno dei leader della protesta che ha paralizzato la Sicilia la settimana scorsa, è solo. La sua linea dura per continuare a mantenere alto il livello della protesta in Sicilia non è passata. E’ prevalsa la linea di Mariano Ferro e Giuseppe Scarlata che hanno deciso di attendere cosa avverrà dopo l’incontro previsto mercoledì tra il governatore Lombardo e il premier Monti. Paolo Uggé, presidente di Conftrasporto, parla di “protesta non in linea con i principi democratici” ed invoca l’intervento delle forze dell’ordine.

TASSISTI DISCUTONO E INCONTRANO I PARTITI - Proteste in corso in tutta Italia, da parte dei tassisti, contrari al decreto del Governo Monti sulle liberalizzazioni. A Roma, da stamane, l’appuntamento è al Circo Massimo, dove, da un palco, sono intervenuti i sindacalisti del settore. “Oggi pomeriggio, alle 17,30, una delegazione del parlamentino-taxi si incontrerà con i capigruppo Pdl di Camera e Senato Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri”, ha detto il leader di Uritaxi e 3570 Loreno Bittarelli. “Successivamente incontreremo anche tutti gli altri gruppi politici – ha continuato – perché vogliamo che anche i partiti ci mettano la faccia”. Tra le varie proposte in discussione, sembrerebbe in queste ore prendere piede una proposta avanzata dalla Cgil.

“Chiederemo al sindaco Alemanno lo scioglimento dei turni per 15 giorni. Così faremo vedere una volta per tutte che i taxi nella capitale sono più che sufficienti”, ha detto il segretario di Unica-Cgil Taxi, Nicola Di Giacobbe, dal palco allestito al Circo Massimo. Il sindacalista ha chiesto all’assemblea un parere su questa proposta e la folla dei tassisti, radunata nell’ex stadio romano, ha accolto favorevolmente al grido di “sì”. A Bologna, intanto, si è sciolta nel primo pomeriggio tra gli applausi, davanti all’ingresso di palazzo d’Accursio, la manifestazione dei tassisti. “Abbiamo avuto un incontro schietto e positivo con il sindaco”, hanno spiegato i rappresentanti della delegazione bolognese salita a colloquio con il primo cittadino, Virginio Merola.

“Merola ha detto – hanno raccontato ai colleghi i tassisti che hanno parlato con il sindaco per poco più di un’ora – che si impegnerà, insieme agli altri sindaci, perché tengano in capo a sé le licenze e queste non siano avocate alla authority”. Comunque, in attesa del testo del decreto sulle liberalizzazioni, i tassisti hanno concluso l’assemblea e si sono dati appuntamento per il pomeriggio nel parcheggio dell’Estragon, al Parco Nord, dove era partita la marcia in mattinata. Tra le proteste dei tassisti in tutta Italia, spicca la scelta dei tassisti di Trento che non hanno aderito allo sciopero nazionale della categoria, soprattutto per non fare mancare il servizio ai disabili, per i quali hanno convenzioni con la Provincia autonoma. Hanno però manifestato per un’ora, dalle 10 alle 11, per spiegare le loro ragioni, garantendo anche in quello spazio di tempo i servizi per i disabili. A farsi portavoce è Rolando Beatrici, presidente di una delle società locali. “A Trento – ha spiegato – siamo in tutto 40 taxi, uno ogni circa 2.700 abitanti, e a 40 siamo arrivati negli ultimi due anni e mezzo, perché eravamo 34. Sono numeri sufficienti”.

QUELLA SICILIA DEI FORCONI CHE NON VA SOTTOVALUTATA (Aldo Cazzullo).

Non è certo la prima volta che una rivolta spontanea nata sul territorio punta su Roma e sul Palazzo. Eppure il movimento scaltramente denominatosi «dei forconi», a evocare la ribellione violenta contro il sistema, ha messo in scena episodi che in Italia non si erano ancora visti, se non a Terzigno, nei giorni della rivolta dei rifiuti. La bandiera italiana, per la prima volta, viene bruciata nelle piazze. E non nel Nord leghista — dove pure il tricolore è stato talora svillaneggiato — ma al Sud. Il raffronto con la Primavera araba, come se a Roma fossero al governo un Gheddafi o un Assad, è all’evidenza una sciocchezza tale che non merita di essere discussa. Ma anche il paragone con gli Indignados di Madrid è improprio. Quello era un movimento che chiedeva una riforma del sistema politico spagnolo e l’apertura di nuovi spazi sociali ed economici. Quella esplosa a Palermo — e che ambisce ad attecchire in continente — è la protesta di categorie impoverite dalla crisi, schiacciate dalla burocrazia e dai prezzi, spaventate dalla mancanza di prospettive, talora private sia dell’obolo dello Stato assistenziale sia del «welfare» mafioso. Non deve stupire che la scintilla si sia accesa al Sud. Già nel 150° anniversario dell’Unità i segnali di insofferenza erano arrivati in particolare dal Mezzogiorno. I motivi sono sia culturali sia economici. Il rancore neoborbonico che fa risalire i mali del Sud alla «conquista» da parte del Nord ha un sapore consolatorio, perché carica le responsabilità su spalle altrui. E la crisi riduce ai limiti della sussistenza interi ceti sociali e categorie professionali. Perché chi perde lavoro al Nord si rassegna magari al declassamento, mentre le lacune del sistema produttivo fanno sì che al Sud l’alternativa sia spesso la miseria; di fronte alla quale lo spettacolo delle prebende e dei privilegi cui i politici proprio non riescono a rinunciare assume i contorni della vergogna. Non è un caso che l’altro simbolo della rivolta, oltre ai forconi, sia il vessillo della Trinacria. In Sicilia stiamo assistendo alle doglie che precedono la nascita della Lega (o delle leghe) del Sud; che non sarà certo una sottomarca di Forza Italia — come il partitino di Micciché — e forse neppure l’Mpa di Lombardo, ma un movimento che almeno alle origini si annuncia populista più che clientelare, ribellista ed extrapolitico più che istituzionale e di governo. Proprio questo deve indurre l’esecutivo Monti, i partiti nazionali, i ceti produttivi e in generale l’opinione pubblica a vigilare. Perché il vuoto della politica e dell’economia va riempito, e non con i forconi e i roghi delle bandiere. È giusto tagliare le false pensioni di invalidità e i contratti che condannano non solo i giovani ma anche i padri di famiglia a un precariato indefinito e mortificante. Ma il rigore non può essere un pretesto per abbandonare il Sud a ribelli e separatisti magari infiltrati dalla mafia. Una fiscalità di vantaggio che dia ossigeno alle imprese, un sostegno a chi intenda aprirne di nuove (vere, non fittizie), investimenti sul turismo e sull’istruzione, una seria politica del credito rappresentano non soltanto le richieste ragionevoli che salgono da quell’ampia maggioranza che al Sud non ha smesso di ragionare e non cede alla disperazione: dovrebbero essere la priorità per un governo che metta al primo posto la crescita economica e il riscatto civile dell’intera nazione.

Da Il Corriere della Sera del 22/01/2012.

QUELLA SICILIA DEI FORCONI CHE NON VA SOTTOVALUTATA (Aldo Cazzullo).

Non è certo la prima volta che una rivolta spontanea nata sul territorio punta su Roma e sul Palazzo. Eppure il movimento scaltramente denominatosi «dei forconi», a evocare la ribellione violenta contro il sistema, ha messo in scena episodi che in Italia non si erano ancora visti, se non a Terzigno, nei giorni della rivolta dei rifiuti. La bandiera italiana, per la prima volta, viene bruciata nelle piazze. E non nel Nord leghista — dove pure il tricolore è stato talora svillaneggiato — ma al Sud. Il raffronto con la Primavera araba, come se a Roma fossero al governo un Gheddafi o un Assad, è all’evidenza una sciocchezza tale che non merita di essere discussa. Ma anche il paragone con gli Indignados di Madrid è improprio. Quello era un movimento che chiedeva una riforma del sistema politico spagnolo e l’apertura di nuovi spazi sociali ed economici. Quella esplosa a Palermo — e che ambisce ad attecchire in continente — è la protesta di categorie impoverite dalla crisi, schiacciate dalla burocrazia e dai prezzi, spaventate dalla mancanza di prospettive, talora private sia dell’obolo dello Stato assistenziale sia del «welfare» mafioso. Non deve stupire che la scintilla si sia accesa al Sud. Già nel 150° anniversario dell’Unità i segnali di insofferenza erano arrivati in particolare dal Mezzogiorno. I motivi sono sia culturali sia economici. Il rancore neoborbonico che fa risalire i mali del Sud alla «conquista» da parte del Nord ha un sapore consolatorio, perché carica le responsabilità su spalle altrui. E la crisi riduce ai limiti della sussistenza interi ceti sociali e categorie professionali. Perché chi perde lavoro al Nord si rassegna magari al declassamento, mentre le lacune del sistema produttivo fanno sì che al Sud l’alternativa sia spesso la miseria; di fronte alla quale lo spettacolo delle prebende e dei privilegi cui i politici proprio non riescono a rinunciare assume i contorni della vergogna. Non è un caso che l’altro simbolo della rivolta, oltre ai forconi, sia il vessillo della Trinacria. In Sicilia stiamo assistendo alle doglie che precedono la nascita della Lega (o delle leghe) del Sud; che non sarà certo una sottomarca di Forza Italia — come il partitino di Micciché — e forse neppure l’Mpa di Lombardo, ma un movimento che almeno alle origini si annuncia populista più che clientelare, ribellista ed extrapolitico più che istituzionale e di governo. Proprio questo deve indurre l’esecutivo Monti, i partiti nazionali, i ceti produttivi e in generale l’opinione pubblica a vigilare. Perché il vuoto della politica e dell’economia va riempito, e non con i forconi e i roghi delle bandiere. È giusto tagliare le false pensioni di invalidità e i contratti che condannano non solo i giovani ma anche i padri di famiglia a un precariato indefinito e mortificante. Ma il rigore non può essere un pretesto per abbandonare il Sud a ribelli e separatisti magari infiltrati dalla mafia. Una fiscalità di vantaggio che dia ossigeno alle imprese, un sostegno a chi intenda aprirne di nuove (vere, non fittizie), investimenti sul turismo e sull’istruzione, una seria politica del credito rappresentano non soltanto le richieste ragionevoli che salgono da quell’ampia maggioranza che al Sud non ha smesso di ragionare e non cede alla disperazione: dovrebbero essere la priorità per un governo che metta al primo posto la crescita economica e il riscatto civile dell’intera nazione.

Da Il Corriere della Sera del 22/01/2012.

L’arrosto di Monti non è un vitello, è una quaglia. Ed i commensali invitati sono in rivolta. In modo particolare Mediaset abituata alla pancia piena e senza pagare.

Come sempre quando si scatena la giusta rivolta popolare, anche se disorganizzata ed a livello locale, i fascisti ed in questo caso anche al mafia ne prendono il controllo, l’egemonia. E’ quello che succede in Sicilia ed è l’errore che commette sempre il popolino quando ritiene che la protesta non debba essere politica, basata du ideali, ma economica, sull’interesse del momento.
E’ la stessa differenza che passa tra uno sciopero in difesa dell’art. 18 ed uno sciopero per un rinnovo di contratto, chiedere 100 euro in più al mese nello stipendio.
Lo sciopero per l’art. 18 ha una partecipazione del 30% quello per i 100 euro di aumento arriva anche all’80% ed oltre.
E’ la miopia politico ideale che ha colpito la massa negli ultimi 30 anni di comunicazione di regime che ha mandato in frantumi l’unità e la solidarietà dei lavoratori esaltando l’individualismo e, per i più furbi il corporativismo.
Dello sciopero di operai e dipendenti, precari o no, non frega niente a nessuno ma se lo sciopero è corporativo, vedere alla voce autotrasportatori, farmacisti, avvocati, tassisti, notai, benzinai, mettono in crisi intere regioni e, quando vorranno, l’intero Paese.
La cosa ci fa più impressione che la massa delle vittime di queste corporazioni, protette e privilegiate da sempre, e cioè noi cittadini vittime e pagatori della loro ingordigia non si indignano nemmeno, stanno a disquisire sui punti e le virgole per vedere chi ha ragione.
Quello che sta accadendo in Sicilia è già avvenuto a Reggio Calabria dove una sacrosanta protesta di popolo è stata egemonizzata e strumentalizzata dai fascisti e dalla malavita.
Dietro ai forconi della Sicilia, se guardate attentamente, vedrete i fasci  di forza nuova che più antica di così non può essere.
Certamente non vedrete la coppola, la doppietta a canne mozze o la cupola della mafia  perchè, come tutti sappiamo, la mafia è discreta, disdegna le prime pagine  e non le piace apparire. La mafia è paziente, attende che si calmino le acque, che diano qualche briciola ai pescatori ed ai contadini e poi passa all’incasso, il più discretamente possibile. I mafiosi sono gli unici che non si sono fatti contagiare dalla smania di apparire in televisione, non accetterebbero inviti a C’è posta per te  e nemmeno a Ballando con le stelle, amano così tanto al riservatezza che se qualcuno ne parla, anche solo alla radio, come Mauro Rostagno o Peppino Impastato, ci pensano loro a chiudergli la bocca, per sempre.
Torniamo alle liberalizzazioni di Monti, doveva essere un arrosto ottimo ed abbondante ed invece somiglia ad una quaglia arrostita eppure sta per partire una rivolta, dai farmacisti ai tassisti, dagli avvocati, insomma tutte le lobbies, le corporazioni protette da sempre minacciano la rivolta.
Piuttosto che niente meglio piuttosto, dicevano una volta ma vedrete che gli scioperi delle corporazioni, delle lobbies, avranno successo con buona pace dei cassaintegrati dell’isola, dei licenziati di Eutelia, dei dipendenti Fiat di Termini Imerese e di tutti gli altri per i quali, mesi, anni, di lotta non hanno dato nessun risultato.
Ai benzinai basterà una settimana di sciopero per ottenere quello che vogliono, ai precari, disoccupati, dipendenti, pensionati, giovani senza lavoro, donne discriminate, non resterà che fare benzina a 2 euro al litro. Sempre che basti.
Siamo ad un degrado talmente esteso, ormai ha contaminato tutti non solo i teledipendenti, che Mediaset, alla notizia che la decisione sulle frequenze digitali è rimandata di 90 giorni e, probabilmente, andranno all’asta e non saranno più gratuite, anche se io sinchè non vedo non credo,  ha immediatamente emesso un comunicato di protesta per lesa maestà e fi furto di diritti acquisiti e consolidati nel tempo. 
A pensarci bene non hanno nemmeno tutti i torti, i Berlusconi, l’usucapione  scatta dopo vent’anni di uso ininterrotto e loro li hanno abbondantemente superati, è un loro diritto la proprietà gratuita. L’asta delle frequenze, a questo punto è illegale e loro lo sanno.
Ecco come hanno reagito a Mediaset.
Beauty contest, Mediaset valuta azioni. ”ll governo deve ristabilire la certezza del diritto”, scrive Mediaset in una nota, appena appresa la notizia della sospensione per 90 giorni della procedura del Beauty contest per le frequenze digitali tv. Secondo l’azienda, la sospensione della gara per l’assegnazione delle frequenze digitali tv è un atto che “sospende in realtà una situazione di legalità che deve invece essere al più presto ristabilita. Al di là delle mistificazioni circolate, il beauty contest è assolutamente legittimo”. Mediaset si riserva di valutare le azioni necessarie alla tutela degli interessi di una società quotata.
Non so l’inglese e non voglio andare su Google strumenti per le lingue ma, ad occhio, penso che potrei tradurre beauty contest in usucapione, se non è giusto linguisticamente è giusto nella sostanza. 
Insomma le usano da oltre trent’anni, ben oltre i venti necessari ad averne diritto, hanno ragione a ritenere l’asta delle frequenze un sopruso illegale.
Naturalmente il ruolo di difensore delle corporazioni, parassite, in Parlamento l’ha subito acquisito il pdl, come titola l’Unità il partito dei fasci e delle corporazioni.
Naturalmente appoggiati dalla lega. 

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