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LA SEGRETERIA MESSINESE DEL FNS RIAFFERMA IL VALORE DEL RECUPERO DELLA MEMORIA STORICA E IL DIRITTO, DA PARTE DEL POPOLO SICILIANO, AD UNA ADEGUATA TOPONOMASTICA
La Segreteria Provinciale di Messina del Frunti Nazziunali Sicilianu – “Sicilia Indipinnenti ” prende atto, con serenità, della sentenza emanata dal TAR di Catania e depositata lo scorso 9 febbraio c.a. .- Sentenza, con la quale il Tribunale Amministrativo Regionale annulla la scelta operata dal dalla Giunta e dal Sindaco di Capo d’Orlando, Enzo Sindoni, sul merito dell’intitolazione della piazza antistante la stazione ferroviaria della Città paladina.
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LA SEGRETERIA MESSINESE DEL FNS RIAFFERMA IL VALORE DEL RECUPERO DELLA MEMORIA STORICA E IL DIRITTO, DA PARTE DEL POPOLO SICILIANO, AD UNA ADEGUATA TOPONOMASTICA
La Segreteria Provinciale di Messina del Frunti Nazziunali Sicilianu – “Sicilia Indipinnenti ” prende atto, con serenità, della sentenza emanata dal TAR di Catania e depositata lo scorso 9 febbraio c.a. .- Sentenza, con la quale il Tribunale Amministrativo Regionale annulla la scelta operata dal dalla Giunta e dal Sindaco di Capo d’Orlando, Enzo Sindoni, sul merito dell’intitolazione della piazza antistante la stazione ferroviaria della Città paladina.
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Servizio pubblico del 26/01/2012 – la rivolta dei forconi.
L’operaio a Castelli: ‘Non rompermi i coglioni’. E l’ex ministro si alza e se ne va.
Da Santoro, un operaio sardo urla e non fa parlare l’ex ministro leghista, che si alza e se ne va.
Puntata sopra le righe quella di Servizio Pubblico andata in onda ieri sera. Tra gli ospiti di Michele Santoro c’era il senatore leghista Roberto Castelli.
Tema della serata “La rivolta dei forconi”. In collegamento dalla Sardegna c’era l’inviato Sandro Ruotolo con alcuni operai.
Il clima è stato caldo fin dall’inizio, quando Castelli si era lamentato per il “solito pubblico schierato”. Poi un battibecco con alcuni lavoratori siciliani: “La Sicilia è quella che spreca di più. Voi avete 23mila dipendenti pubblici, mentre in Lombardia ce ne sono solo tremila”. Infine un operaio sardo in collegamento da Siliqua (comune occupato della provincia di Cagliari) critica la politica e spiega le ragioni della protesta, l’ex ministro prova a ribattere e un altro lavoratore interviene: “Ma lo sai che in Sardegna si paga tutto di più, che l’industria è tutta ferma perché non c’è il gas? A me non devi rompere i coglioni!”. A quel punto Castelli si alza e abbandona lo studio televisivo.
(ILGIORNALE.IT)
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http://www.facebook.com/pages/QUESTO-PUNTO-ESCLAMATIVO-AVRA-PIU-FAN-DI-MICHELE-SANTORO/319889068098
L’operaio a Castelli: ‘Non rompermi i coglioni’. E l’ex ministro si alza e se ne va.
Da Santoro, un operaio sardo urla e non fa parlare l’ex ministro leghista, che si alza e se ne va.
Puntata sopra le righe quella di Servizio Pubblico andata in onda ieri sera. Tra gli ospiti di Michele Santoro c’era il senatore leghista Roberto Castelli.
Tema della serata “La rivolta dei forconi”. In collegamento dalla Sardegna c’era l’inviato Sandro Ruotolo con alcuni operai.
Il clima è stato caldo fin dall’inizio, quando Castelli si era lamentato per il “solito pubblico schierato”. Poi un battibecco con alcuni lavoratori siciliani: “La Sicilia è quella che spreca di più. Voi avete 23mila dipendenti pubblici, mentre in Lombardia ce ne sono solo tremila”. Infine un operaio sardo in collegamento da Siliqua (comune occupato della provincia di Cagliari) critica la politica e spiega le ragioni della protesta, l’ex ministro prova a ribattere e un altro lavoratore interviene: “Ma lo sai che in Sardegna si paga tutto di più, che l’industria è tutta ferma perché non c’è il gas? A me non devi rompere i coglioni!”. A quel punto Castelli si alza e abbandona lo studio televisivo.
(ILGIORNALE.IT)
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Rivolta Tir: ancora disagi, diviso il fronte dei forconi
Protesta da Nord a Sud Caselli chiusi e code. Ministro Cancellieri segue la protesta
ROMA – “I blocchi causati dalla protesta degli autotrasportatori sono inaccettabili”. Lo dichiara Roberto Alesse, Presidente dell’Autorità di Garanzia sugli Scioperi, annunciando che aprirà “un procedimento per valutare le sanzioni da irrogare a chiunque stia violando la legge e danneggiando i cittadini”.
SCIOPERO TIR: ANCORA DISAGI, DIVISO FRONTE FORCONI - Dal Piemonte alla Calabria la protesta dei tir – partita dalla Sicilia sta causando disagi alla circolazione con code e rallentamenti diffusi. Il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, segue “con molta attenzione” la protesta.
“Non saranno tollerati – annuncia – i blocchi stradali”. Riunione al Viminale per monitorare la situazione. “Non ci muoveremo fino a venerdì e, in assenza di risposte serie da parte del Governo, valuteremo cosa fare”. E’ ferma la posizione degli autotrasportatori che stazionano nelle aree vicino ai caselli dell’A1 Roma-Napoli per invitare i camionisti a non fare il loro ingresso in autostrada. Nel pomeriggio bloccati anche i varchi di ingresso del porto di Marina di Carrara. E cresce l’allarme per i beni primari. Tra due-tre giorni, fa sapere l’Unione panificatori campani, rischia di non essere garantita la produzione di pane a Napoli.
La Confederazione italiana agricoltori (Cia), da parte sua, lamenta che “l’espandersi della protesta in tutt’Italia può davvero dare un colpo mortale al settore primario”. Intanto si spacca il ‘movimento dei forconi’. Martino Morsello, uno dei leader della protesta che ha paralizzato la Sicilia la settimana scorsa, è solo. La sua linea dura per continuare a mantenere alto il livello della protesta in Sicilia non è passata. E’ prevalsa la linea di Mariano Ferro e Giuseppe Scarlata che hanno deciso di attendere cosa avverrà dopo l’incontro previsto mercoledì tra il governatore Lombardo e il premier Monti. Paolo Uggé, presidente di Conftrasporto, parla di “protesta non in linea con i principi democratici” ed invoca l’intervento delle forze dell’ordine.
TASSISTI DISCUTONO E INCONTRANO I PARTITI - Proteste in corso in tutta Italia, da parte dei tassisti, contrari al decreto del Governo Monti sulle liberalizzazioni. A Roma, da stamane, l’appuntamento è al Circo Massimo, dove, da un palco, sono intervenuti i sindacalisti del settore. “Oggi pomeriggio, alle 17,30, una delegazione del parlamentino-taxi si incontrerà con i capigruppo Pdl di Camera e Senato Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri”, ha detto il leader di Uritaxi e 3570 Loreno Bittarelli. “Successivamente incontreremo anche tutti gli altri gruppi politici – ha continuato – perché vogliamo che anche i partiti ci mettano la faccia”. Tra le varie proposte in discussione, sembrerebbe in queste ore prendere piede una proposta avanzata dalla Cgil.
“Chiederemo al sindaco Alemanno lo scioglimento dei turni per 15 giorni. Così faremo vedere una volta per tutte che i taxi nella capitale sono più che sufficienti”, ha detto il segretario di Unica-Cgil Taxi, Nicola Di Giacobbe, dal palco allestito al Circo Massimo. Il sindacalista ha chiesto all’assemblea un parere su questa proposta e la folla dei tassisti, radunata nell’ex stadio romano, ha accolto favorevolmente al grido di “sì”. A Bologna, intanto, si è sciolta nel primo pomeriggio tra gli applausi, davanti all’ingresso di palazzo d’Accursio, la manifestazione dei tassisti. “Abbiamo avuto un incontro schietto e positivo con il sindaco”, hanno spiegato i rappresentanti della delegazione bolognese salita a colloquio con il primo cittadino, Virginio Merola.
“Merola ha detto – hanno raccontato ai colleghi i tassisti che hanno parlato con il sindaco per poco più di un’ora – che si impegnerà, insieme agli altri sindaci, perché tengano in capo a sé le licenze e queste non siano avocate alla authority”. Comunque, in attesa del testo del decreto sulle liberalizzazioni, i tassisti hanno concluso l’assemblea e si sono dati appuntamento per il pomeriggio nel parcheggio dell’Estragon, al Parco Nord, dove era partita la marcia in mattinata. Tra le proteste dei tassisti in tutta Italia, spicca la scelta dei tassisti di Trento che non hanno aderito allo sciopero nazionale della categoria, soprattutto per non fare mancare il servizio ai disabili, per i quali hanno convenzioni con la Provincia autonoma. Hanno però manifestato per un’ora, dalle 10 alle 11, per spiegare le loro ragioni, garantendo anche in quello spazio di tempo i servizi per i disabili. A farsi portavoce è Rolando Beatrici, presidente di una delle società locali. “A Trento – ha spiegato – siamo in tutto 40 taxi, uno ogni circa 2.700 abitanti, e a 40 siamo arrivati negli ultimi due anni e mezzo, perché eravamo 34. Sono numeri sufficienti”.
QUELLA SICILIA DEI FORCONI CHE NON VA SOTTOVALUTATA (Aldo Cazzullo).
Non è certo la prima volta che una rivolta spontanea nata sul territorio punta su Roma e sul Palazzo. Eppure il movimento scaltramente denominatosi «dei forconi», a evocare la ribellione violenta contro il sistema, ha messo in scena episodi che in Italia non si erano ancora visti, se non a Terzigno, nei giorni della rivolta dei rifiuti. La bandiera italiana, per la prima volta, viene bruciata nelle piazze. E non nel Nord leghista — dove pure il tricolore è stato talora svillaneggiato — ma al Sud. Il raffronto con la Primavera araba, come se a Roma fossero al governo un Gheddafi o un Assad, è all’evidenza una sciocchezza tale che non merita di essere discussa. Ma anche il paragone con gli Indignados di Madrid è improprio. Quello era un movimento che chiedeva una riforma del sistema politico spagnolo e l’apertura di nuovi spazi sociali ed economici. Quella esplosa a Palermo — e che ambisce ad attecchire in continente — è la protesta di categorie impoverite dalla crisi, schiacciate dalla burocrazia e dai prezzi, spaventate dalla mancanza di prospettive, talora private sia dell’obolo dello Stato assistenziale sia del «welfare» mafioso. Non deve stupire che la scintilla si sia accesa al Sud. Già nel 150° anniversario dell’Unità i segnali di insofferenza erano arrivati in particolare dal Mezzogiorno. I motivi sono sia culturali sia economici. Il rancore neoborbonico che fa risalire i mali del Sud alla «conquista» da parte del Nord ha un sapore consolatorio, perché carica le responsabilità su spalle altrui. E la crisi riduce ai limiti della sussistenza interi ceti sociali e categorie professionali. Perché chi perde lavoro al Nord si rassegna magari al declassamento, mentre le lacune del sistema produttivo fanno sì che al Sud l’alternativa sia spesso la miseria; di fronte alla quale lo spettacolo delle prebende e dei privilegi cui i politici proprio non riescono a rinunciare assume i contorni della vergogna. Non è un caso che l’altro simbolo della rivolta, oltre ai forconi, sia il vessillo della Trinacria. In Sicilia stiamo assistendo alle doglie che precedono la nascita della Lega (o delle leghe) del Sud; che non sarà certo una sottomarca di Forza Italia — come il partitino di Micciché — e forse neppure l’Mpa di Lombardo, ma un movimento che almeno alle origini si annuncia populista più che clientelare, ribellista ed extrapolitico più che istituzionale e di governo. Proprio questo deve indurre l’esecutivo Monti, i partiti nazionali, i ceti produttivi e in generale l’opinione pubblica a vigilare. Perché il vuoto della politica e dell’economia va riempito, e non con i forconi e i roghi delle bandiere. È giusto tagliare le false pensioni di invalidità e i contratti che condannano non solo i giovani ma anche i padri di famiglia a un precariato indefinito e mortificante. Ma il rigore non può essere un pretesto per abbandonare il Sud a ribelli e separatisti magari infiltrati dalla mafia. Una fiscalità di vantaggio che dia ossigeno alle imprese, un sostegno a chi intenda aprirne di nuove (vere, non fittizie), investimenti sul turismo e sull’istruzione, una seria politica del credito rappresentano non soltanto le richieste ragionevoli che salgono da quell’ampia maggioranza che al Sud non ha smesso di ragionare e non cede alla disperazione: dovrebbero essere la priorità per un governo che metta al primo posto la crescita economica e il riscatto civile dell’intera nazione.
Da Il Corriere della Sera del 22/01/2012.
QUELLA SICILIA DEI FORCONI CHE NON VA SOTTOVALUTATA (Aldo Cazzullo).
Non è certo la prima volta che una rivolta spontanea nata sul territorio punta su Roma e sul Palazzo. Eppure il movimento scaltramente denominatosi «dei forconi», a evocare la ribellione violenta contro il sistema, ha messo in scena episodi che in Italia non si erano ancora visti, se non a Terzigno, nei giorni della rivolta dei rifiuti. La bandiera italiana, per la prima volta, viene bruciata nelle piazze. E non nel Nord leghista — dove pure il tricolore è stato talora svillaneggiato — ma al Sud. Il raffronto con la Primavera araba, come se a Roma fossero al governo un Gheddafi o un Assad, è all’evidenza una sciocchezza tale che non merita di essere discussa. Ma anche il paragone con gli Indignados di Madrid è improprio. Quello era un movimento che chiedeva una riforma del sistema politico spagnolo e l’apertura di nuovi spazi sociali ed economici. Quella esplosa a Palermo — e che ambisce ad attecchire in continente — è la protesta di categorie impoverite dalla crisi, schiacciate dalla burocrazia e dai prezzi, spaventate dalla mancanza di prospettive, talora private sia dell’obolo dello Stato assistenziale sia del «welfare» mafioso. Non deve stupire che la scintilla si sia accesa al Sud. Già nel 150° anniversario dell’Unità i segnali di insofferenza erano arrivati in particolare dal Mezzogiorno. I motivi sono sia culturali sia economici. Il rancore neoborbonico che fa risalire i mali del Sud alla «conquista» da parte del Nord ha un sapore consolatorio, perché carica le responsabilità su spalle altrui. E la crisi riduce ai limiti della sussistenza interi ceti sociali e categorie professionali. Perché chi perde lavoro al Nord si rassegna magari al declassamento, mentre le lacune del sistema produttivo fanno sì che al Sud l’alternativa sia spesso la miseria; di fronte alla quale lo spettacolo delle prebende e dei privilegi cui i politici proprio non riescono a rinunciare assume i contorni della vergogna. Non è un caso che l’altro simbolo della rivolta, oltre ai forconi, sia il vessillo della Trinacria. In Sicilia stiamo assistendo alle doglie che precedono la nascita della Lega (o delle leghe) del Sud; che non sarà certo una sottomarca di Forza Italia — come il partitino di Micciché — e forse neppure l’Mpa di Lombardo, ma un movimento che almeno alle origini si annuncia populista più che clientelare, ribellista ed extrapolitico più che istituzionale e di governo. Proprio questo deve indurre l’esecutivo Monti, i partiti nazionali, i ceti produttivi e in generale l’opinione pubblica a vigilare. Perché il vuoto della politica e dell’economia va riempito, e non con i forconi e i roghi delle bandiere. È giusto tagliare le false pensioni di invalidità e i contratti che condannano non solo i giovani ma anche i padri di famiglia a un precariato indefinito e mortificante. Ma il rigore non può essere un pretesto per abbandonare il Sud a ribelli e separatisti magari infiltrati dalla mafia. Una fiscalità di vantaggio che dia ossigeno alle imprese, un sostegno a chi intenda aprirne di nuove (vere, non fittizie), investimenti sul turismo e sull’istruzione, una seria politica del credito rappresentano non soltanto le richieste ragionevoli che salgono da quell’ampia maggioranza che al Sud non ha smesso di ragionare e non cede alla disperazione: dovrebbero essere la priorità per un governo che metta al primo posto la crescita economica e il riscatto civile dell’intera nazione.
Da Il Corriere della Sera del 22/01/2012.


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