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Lavoro, Ripartiamo dal territorio – Contributo al dibattito di Antonio Dentato

L’organizzazione

Una bella iniziativa. Politicamente importante e segnale di un grande impulso innovativo nel partito. Continuare così. Con molte iniziative simili per far conoscere i problemi alla gente. Dibattere, confrontarsi, partecipare. E’ stato il commento finale alla conferenza. E l’invito ha incrociato l’impegno di Marco Catalini, fin da quando ha assunto l’incarico di nuovo Segretario del PD di Ciampino.

E’ stato lui, con a fianco Francesco Olivanti, Segretario dei Giovani PD di Ciampino, a introdurre e a orientare il filo conduttore dei lavori della Conferenza indetta dal PD di Ciampino: ” LAVORO, Ripartiamo dal territorio”, svoltasi, come nel titolo, il 12 aprile scorso.

Al tavolo c’erano: il Senatore del PD Paolo Nerozzi, il nostro deputato PD Antonio Rugghia, il Sindaco di Ciampino, Simone Lupi, il Segretario della Camera del Lavoro, CGIL Castelli, Giuseppe Cappucci. Ai quali si sono affiancati dalla Tribuna Antonio Pellone e Alessandro De Luca, rispettivamente Presidenti della Confcommercio della Provincia di Roma e di Ciampino.

La presentazione dei giovani democratici

Non diremo dei contenuti di ciascun intervento, se non per cenni. Cercheremo, piuttosto, di coglierne il senso complessivo, assumendo a riferimento la piattaforma documentale proposta dai giovani democratici, che hanno affidato a Francesca De Rose il compito di inquadrare l’argomento.  Esponendo i dati di composizione della società civile abitante nelle Città più popolose dei Castelli Romani, Francesca ha colto l’occasione per evidenziare le problematiche concernenti il mercato del lavoro locale e, più in generale, l’economia dell’intera area dei Castelli.  Perché è dentro al discorso dell’economia (e qui superiamo i livelli locali) che s’intrecciano i ragionamenti che riguardano le imprese che chiudono, le banche che non fanno credito, l’incapacità dell’Europa di arginare la famelicità del potere finanziario e di imboccare, finalmente, la strada della crescita; nuova e sostenibile, che possa dare risposte alla domanda di lavoro: l’aspetto più drammatico dei tempi che viviamo.

La crisi

Lo ha detto con dovizia di esempi Nerozzi, quando, concludendo i lavori della Conferenza, ha evocato come la crisi è nata e come i partiti che reggono l’attuale governo italiano stanno tentando di arginarla. Approvando manovre dolorose per la collettività, pur nei frequenti e tattici distinguo tra le diverse posizioni in campo. Diremo in seguito degli argomenti toccati dal Senatore. Qui ci sia consentito un passaggio, che vuole essere anche un contributo di chi scrive ad un dibattito che riteniamo debba continuare, considerata l’importanza che esso riveste nel quadro delle iniziative legislative che si stanno succedendo.   Ci sia consentito far cenno dell’economia locale, quale emerge da significative analisi svolte da istituti di sicura professionalità .

L’economia locale

Per comprendere il sistema produttivo del Lazio, appare utile riferire di uno studio del Censis che ha identificato particolari direttrici di crescita nonché nuovi modelli insediativi e di sviluppo, focalizzandosi su quei comparti produttivi (manifatturiero, hi-tech e ICT – Information and Communication Technology-, trasporti, servizi di logistica e commercio all’ingrosso) che, nel tempo, aggregandosi nelle forme più varie, hanno dato vita ai poli produttivi. I poli individuati dallo studio Censis (Unioncamere Lazio, Impresa, Territorio e Direttrici di sviluppo nel Sistema Lazio, Roma, 2010) per la Provincia di Roma sono: Roma (il più grande di tutti), Pomezia-Santa Palomba, Bretella Nord, Bretella Sud, Fiano Romano-Formello, Litorale Nord, Castelli.  Al riguardo, dice il Censis, trattasi di poli la cui composizione è fatta da imprese di modeste dimensioni. Ma ciò che le caratterizza negativamente è il fatto che esse hanno scarsi legami funzionali tra loro e, soprattutto, non sono in grado di incanalarsi verso innovazioni.  In effetti, non riescono a fare sistema.  L’on. Rugghia, nel suo intervento alla Conferenza, si è soffermato con particolare efficacia su quest’aspetto, prospettando l’esigenza di interventi propulsivi da parte della politica.  Perché è la frammentarietà, la disarticolazione anche sul versante dell’indotto  una delle cause che rende difficile la ripresa delle attività commerciali nell’area dei Castelli e, ovviamente, anche nella città di Ciampino, con impatti  non secondari  sul piano occupazionale. Tema su cui si sono soffermati anche Pellone e De Luca, cui hanno fatto riscontro gli interventi di Lupi e Cappucci. Il primo per dire, come sindaco della Città, gli sforzi che l’Amministrazione sta promuovendo per cercare di sostenere le iniziative delle imprese locali, il secondo per dire le preoccupazioni, ma anche le iniziative che il Sindacato intraprende per difendere i diritti dei lavoratori e promuovere l’occupazione.

Il ruolo delle aree di prima cintura della Capitale

Il discorso sulle analisi economiche fin qui svolte merita, però, ancora qualche breve richiamo.   Ricollegandoci ai dati forniti dallo studio Censis, osserviamo che a guidare l’attività produttiva dell’area è la Capitale che spinge la domanda e stimola le attività di commercio all’ingrosso, di stoccaggio, di trasporto e logistica. Attività che tendono a concentrarsi tutte nei Comuni di prima cintura (30 Km dalla Capitale, circa).  In particolare nel polo dei Castelli Romani, dove, crisi a parte, sembra rafforzarsi, fra gli altri, il settore dell’hi-tech e dell’ICT. Se si guarda, in particolare, all’incidenza dei settori economici nell’ambito di ciascun polo della Provincia di Roma si nota come l’area dei Castelli sia in buona posizione nel commercio al dettaglio: al di sopra della media dei poli. Andando un po’ più nello specifico, non va trascurato il ruolo del polo Bretella Sud (Zagarolo, San Cesareo, Valmontone, Colleferro), posto in posizione strategica a Sud di Roma. Il polo si caratterizza per le attività di commercio all’ingrosso, stoccaggio, trasporto e logistica. E qui Ciampino svolge un ruolo di cerniera logistica tra la Capitale e l’area sud della Provincia. I risvolti sul piano del lavoro hanno un loro rilievo, come è stato detto e più volte  sottolineato  in Conferenza.

L’impatto sul lavoro

L’intreccio far le difficoltà congiunturali che vive l’economia locale e le opportunità che, tuttavia sono, in qualche modo, colte dalle imprese ivi operanti, spiega alcuni dati che Francesca ha esposto, quando ha detto che, in fondo, a Ciampino, guardando  ai livelli occupazionali, stiamo un po’ meglio rispetto alle città più prossime (ma Roma sta meglio di noi), e che anche i dati relativi alla disoccupazione descrivono una situazione che ci vede in una posizione non totalmente svantaggiata rispetto alla media regionale, provinciale e delle altre città vicine.

Sono dati statistici che l’imperversare delle continue chiusure di imprese, con conseguenze negative sul piano dell’impiego,  rendono, forse, non  sempre  attualizzati alle situazioni più immediate. Ma hanno il pregio di essere quelli fin ora disponibili e dai quali occorre necessariamente partire per svolgere approfondimenti successivi.   E anche per dare continuità al discorso centrale da cui siamo partiti: quello del mercato del lavoro e dell’impegno che le forze politiche stanno promuovendo per inquadrarlo in una nuova normativa.

 

La Riforma mercato del lavoro

L’ampia disamina svolta dal Senatore Nerozzi sul “Disegno  di legge (N. 3249) recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, presentato dal Governo al  Parlamento in data 5 aprile 2012, ha sottolineato la positività complessiva dell’impianto normativo. Ha anche evidenziato, però, l’esigenza di interventi necessari a migliorarne alcune parti.

Così è per  quanto riguarda l’aumento dell’1,4% concernente il contributo per l’assicurazione contro la disoccupazione nel rapporto a termine. Così è per quanto attiene agli ammortizzatori sociali (artt. 22-52). Va detto che questa parte è quella che esprime le maggiori ambizioni del legislatore, subito dopo quella sui licenziamenti, di cui diremo successivamente.  Si tratta di istituire un’assicurazione contro la disoccupazione (ASpI – Assicurazione sociale per l’impiego – articolo 22) che intende assorbire, nel tempo, tutte le precedenti assicurazioni settoriali. Si vuole, in pratica, restituire alla Cassa integrazione guadagni la sua funzione originaria, facendo in modo che essa serva per coprire casi di effettiva disoccupazione.  Qui forse occorrerà ancora lavorarci sopra, per fare in modo che si pervenga ad un trattamento complementare di disoccupazione.

Apprezzata, in particolare, la soluzione data alla disputa sul famoso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.    Al riguardo è stato spiegato che la procedura amministrativa, necessaria in tutti i casi di recesso per motivo obiettivo, si apre con la comunicazione del datore di lavoro alla Direzione per l’Impiego competente e non può durare più di 27 giorni. La procedure riproduce, in qualche modo, quella prevista per i licenziamenti collettivi. L’impostazione appare opportuna e può evitare le lungaggini che derivano da un immediato ricorso al giudice.

Sui casi in cui si applica la reintegrazione (art. 14, commi 4-7), Nerozzi si è fermato più a lungo, osservando che trattasi, questa, dell’innovazione più controversa.  Su di essa si sono concentrate tutte le tensioni politiche.  Probabilmente questa norma non sarà toccata durante l’iter parlamentare. Eppure sarà necessario approfondirne un aspetto: quello relativo al caso del licenziamento per motivo economico-organizzativo. Sembrerebbe che al lavoratore incolpevole sia negato qualsiasi indennizzo quando il motivo economico-organizzativo è ritenuto dal giudice  effettivamente sussistente.  Una chiarificazione, in merito, sarebbe utile.

Conclusione

La materia, è evidente, ha bisogno di numerosi ulteriori approfondimenti, per le problematiche economiche in cui si inquadra e per le innovazioni che la Riforma del Lavoro reca nei rapporti contrattuali fra lavoratori e datori di lavoro. L’appuntamento è a una nuova iniziativa come quella di cui abbiamo fin qui riferito. Iniziativa apprezzata e reclamata come necessaria e urgente. Lo abbiamo detto fin dall’inizio di questo articolo.

Calciatori maleducati, fosse solo quello….

- Di Andrea Ciprandi

L’ennesima espulsione di Balotelli e le polemiche che sono seguite hanno riaperto l’annosa questione inerente la disciplina dei nostri atleti.

Non si dovrebbe però badare solo al comportamento dei giocatori bensì anche al mondo di cui fanno parte. Se quel che si chiede loro è integrità, allora irreprensibili dovrebbero essere anche tutti coloro che fanno parte dello stesso ambiente. La coerenza, insomma, dovrebbe cementare tutto e anzi essere il presupposto irrinunciabile.

Da quando Prandelli ha assunto il ruolo di commissario tecnico della Nazionale è stata data molta importanza alla condotta dei giocatori azzurri, la cui convocazione è spesso dipesa da quanto fatto coi loro club non solo in termini di rendimento ma anche di disciplina. Ecco allora che un’espulsione, un litigio o una serie di falli pericolosi (ancorché non sanzionati) ne hanno pregiudicato la chiamata tanto quanto ottime prestazioni l’hanno invece favorita.

E’ interessante notare come la politica intrapresa da Prandelli stia avendo un parallelo in quella di Luis Enrique alla Roma. Il nuovo tecnico giallorosso è infatti rimasto fedele ai principii che vigono al Barcellona B, squadra che allenava fino alla scorsa estate. In base a questi, se si erano comportati male è arrivato ad allontanare momentaneamente dal gruppo anche giocatori in piena forma. Poco gli interessa rischiare di perdere (e spesso finire per farlo sul serio) con una squadra priva di calciatori normalmente determinanti; le esclusioni eccellenti di Osvaldo e De Rossi, fra l’altro entrambi anche nazionali italiani, sono gli esempi più chiari di ciò.

Mentre Balotelli sembra essersi giocato definitivamente la fiducia del suo allenatore al Manchester City (peraltro l’italiano Mancini) e garantito il perdono solo con riserva di Prandelli, è il caso di ricordare alcuni esempi negativi che addirittura precedono le malefatte degli incorreggibili ribelli – ma non solo – del nostro calcio costituendo di fatto il terreno marcio su cui questi si sono formati e crescono.

La prima considerazione riguarda le critiche mosse agli allenatori che utilizzano il pugno di ferro, fra cui anche i due citati. Niente di più tipicamente italiano, queste lamentele. Se infatti sono sempre tutti pronti a spendersi in elogi per l’organizzazione di molti club stranieri, che passa anche per la disciplina, quando si tratta di adottare gli stessi metodi anche da noi si storce spesso il naso. A parte il fatto che si vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca, cioè atleti retti ma contemporaneamente lasciati liberi di sbagliare in continuazione, resta troppo allettante l’idea dell’uovo oggi rispetto alla gallina domani. E così accanto alla messa all’indice di una pianificazione tecnica che vada oltre le poche settimane (altra prova di ignoranza, come se grandi squadre le si potessero creare dall’oggi al domani) non può che esserci un’autentica insofferenza per qualsiasi suggerimento volto ad agevolare la maturazione degli atleti. In Italia gli allenatori e i loro staff devono pensare a portare a casa il singolo risultato togliendosi dalla testa velleità educative. Dai calciatori, poi, ci si aspetta che siano forti e vincano, non importa se sono dei cafoni o degli indisciplinati: tanto, quando poi esagerano e diventano nocivi per la squadra li si vendono…

I tecnici che desiderano dare una svolta etica restano una goccia nell’oceano costituito da un ambiente che stenta a prescindere dal profitto, inteso anche solo come risultato. E’ vero che non sta scritto da nessuna parte che si debbano fare le cose diversamente dal passato. In presenza però dei migliori propositi e di chiare dichiarazioni d’impegno, fa specie che numerosi tentativi di dare una svolta siano miseramente falliti mettendo allo scoperto la natura misera (o anche solo la limitatezza) di chi detta le regole e crea usi e costumi. Basti pensare al famoso terzo tempo.

Il terzo tempo è una consolidata abitudine, vale a dire una tradizione, del rugby. Avviato con una sincera stretta di mano sul campo fra tutti i protagonisti della partita appena conclusa, comunque sia finita, trova la sua sublimazione nella bevuta in compagnia che si organizza a seguire. Ebbene, nel 2007 si è tentato di introdurlo anche nel calcio italiano almeno con riguardo alla fase che si tiene allo stadio – e non è forse un caso che la prima partita in cui lo si fece fu giocata dalla Fiorentina allora allenata da Prandelli e dall’Inter di Mancini. Già il fatto che non esista in nessun altro campionato al mondo, però, avrebbe dovuto far sospettare che a maggior ragione da noi ci si sarebbe dimostrati incapaci di praticarlo – considerato soprattutto che si trattava di un’imposizione. Mai ufficializzato dalla Federazione, è di fatto durato giusto qualche mese e ogni settimana che passava si riscontravano sempre più episodi che andavano contro il suo spirito: giocatori e addetti ai lavori vari non si sono mai sentiti a proprio agio scambiandosi un segno di pace nel cerchio di centrocampo e hanno finito per tornare a risolvere negli spogliatoi (a male parole e spintoni) quanto eventualmente lasciato in sospeso durante l’incontro. E adesso del terzo tempo non si sente nemmeno più parlare.

Se a tutto questo si aggiungono la violenza verbale che trasuda dalle dichiarazioni di molti addetti ai lavori e la sostanziale impunità di cui gode chiunque esprime un parere sul calcio, si ottiene un quadro in cui i calcioni, gli sputi, gli insulti e le simulazioni del citato Balotelli ma anche di Totti, Ibrahimovic e una serie infinita di loro colleghi sono una conseguenza di quanto costruito nel corso degli anni. O meglio, della distruzione che si è perpetrata. Il calcio di un tempo aveva connotazioni ben precise: non era poi così pulito ma di certo era lineare e aveva una fruibilità immensamente inferiore a quella che oggi porta ad amplificare tutto. Travolti dalla marea di avvenimenti documentati in continuazione da giornali, televisioni e siti, ci si è ridotti a prestare ben poca attenzione alla sostanza. La leggerezza con cui si liquidano le conseguenze di quanto si fa, col risultato che tutto si lascia correre e tutto si giustifica, contribuiscono poi a creare molta confusione col risultato che non è più netta la differenza fra esempi positivi e negativi – che si tratti di una rispostaccia o di un comportamento fisicamente violento.

Alla deriva come si è, col radicamento di troppe cattive abitudini che disgraziatamente non sono nemmeno più percepite come tali, il timore è che l’auspicabile intervento normalizzatore di alcuni educatori faticherà a sortire i suoi effetti benefici. Le mancanze del sistema sono tantissime e gravi al punto che difficilmente qualche protagonista controcorrente potrà porvi rimedio. Se non si risolverà la questione delle responsabilità e si continuerà a pretendere irreprensibilità da chi cresce secondo gli esempi più diffusi e meno raccomandabili, poi, sarà ancora più dura.

Calciatori maleducati, fosse solo quello….

- Di Andrea Ciprandi

L’ennesima espulsione di Balotelli e le polemiche che sono seguite hanno riaperto l’annosa questione inerente la disciplina dei nostri atleti.

Non si dovrebbe però badare solo al comportamento dei giocatori bensì anche al mondo di cui fanno parte. Se quel che si chiede loro è integrità, allora irreprensibili dovrebbero essere anche tutti coloro che fanno parte dello stesso ambiente. La coerenza, insomma, dovrebbe cementare tutto e anzi essere il presupposto irrinunciabile.

Da quando Prandelli ha assunto il ruolo di commissario tecnico della Nazionale è stata data molta importanza alla condotta dei giocatori azzurri, la cui convocazione è spesso dipesa da quanto fatto coi loro club non solo in termini di rendimento ma anche di disciplina. Ecco allora che un’espulsione, un litigio o una serie di falli pericolosi (ancorché non sanzionati) ne hanno pregiudicato la chiamata tanto quanto ottime prestazioni l’hanno invece favorita.

E’ interessante notare come la politica intrapresa da Prandelli stia avendo un parallelo in quella di Luis Enrique alla Roma. Il nuovo tecnico giallorosso è infatti rimasto fedele ai principii che vigono al Barcellona B, squadra che allenava fino alla scorsa estate. In base a questi, se si erano comportati male è arrivato ad allontanare momentaneamente dal gruppo anche giocatori in piena forma. Poco gli interessa rischiare di perdere (e spesso finire per farlo sul serio) con una squadra priva di calciatori normalmente determinanti; le esclusioni eccellenti di Osvaldo e De Rossi, fra l’altro entrambi anche nazionali italiani, sono gli esempi più chiari di ciò.

Mentre Balotelli sembra essersi giocato definitivamente la fiducia del suo allenatore al Manchester City (peraltro l’italiano Mancini) e garantito il perdono solo con riserva di Prandelli, è il caso di ricordare alcuni esempi negativi che addirittura precedono le malefatte degli incorreggibili ribelli – ma non solo – del nostro calcio costituendo di fatto il terreno marcio su cui questi si sono formati e crescono.

La prima considerazione riguarda le critiche mosse agli allenatori che utilizzano il pugno di ferro, fra cui anche i due citati. Niente di più tipicamente italiano, queste lamentele. Se infatti sono sempre tutti pronti a spendersi in elogi per l’organizzazione di molti club stranieri, che passa anche per la disciplina, quando si tratta di adottare gli stessi metodi anche da noi si storce spesso il naso. A parte il fatto che si vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca, cioè atleti retti ma contemporaneamente lasciati liberi di sbagliare in continuazione, resta troppo allettante l’idea dell’uovo oggi rispetto alla gallina domani. E così accanto alla messa all’indice di una pianificazione tecnica che vada oltre le poche settimane (altra prova di ignoranza, come se grandi squadre le si potessero creare dall’oggi al domani) non può che esserci un’autentica insofferenza per qualsiasi suggerimento volto ad agevolare la maturazione degli atleti. In Italia gli allenatori e i loro staff devono pensare a portare a casa il singolo risultato togliendosi dalla testa velleità educative. Dai calciatori, poi, ci si aspetta che siano forti e vincano, non importa se sono dei cafoni o degli indisciplinati: tanto, quando poi esagerano e diventano nocivi per la squadra li si vendono…

I tecnici che desiderano dare una svolta etica restano una goccia nell’oceano costituito da un ambiente che stenta a prescindere dal profitto, inteso anche solo come risultato. E’ vero che non sta scritto da nessuna parte che si debbano fare le cose diversamente dal passato. In presenza però dei migliori propositi e di chiare dichiarazioni d’impegno, fa specie che numerosi tentativi di dare una svolta siano miseramente falliti mettendo allo scoperto la natura misera (o anche solo la limitatezza) di chi detta le regole e crea usi e costumi. Basti pensare al famoso terzo tempo.

Il terzo tempo è una consolidata abitudine, vale a dire una tradizione, del rugby. Avviato con una sincera stretta di mano sul campo fra tutti i protagonisti della partita appena conclusa, comunque sia finita, trova la sua sublimazione nella bevuta in compagnia che si organizza a seguire. Ebbene, nel 2007 si è tentato di introdurlo anche nel calcio italiano almeno con riguardo alla fase che si tiene allo stadio – e non è forse un caso che la prima partita in cui lo si fece fu giocata dalla Fiorentina allora allenata da Prandelli e dall’Inter di Mancini. Già il fatto che non esista in nessun altro campionato al mondo, però, avrebbe dovuto far sospettare che a maggior ragione da noi ci si sarebbe dimostrati incapaci di praticarlo – considerato soprattutto che si trattava di un’imposizione. Mai ufficializzato dalla Federazione, è di fatto durato giusto qualche mese e ogni settimana che passava si riscontravano sempre più episodi che andavano contro il suo spirito: giocatori e addetti ai lavori vari non si sono mai sentiti a proprio agio scambiandosi un segno di pace nel cerchio di centrocampo e hanno finito per tornare a risolvere negli spogliatoi (a male parole e spintoni) quanto eventualmente lasciato in sospeso durante l’incontro. E adesso del terzo tempo non si sente nemmeno più parlare.

Se a tutto questo si aggiungono la violenza verbale che trasuda dalle dichiarazioni di molti addetti ai lavori e la sostanziale impunità di cui gode chiunque esprime un parere sul calcio, si ottiene un quadro in cui i calcioni, gli sputi, gli insulti e le simulazioni del citato Balotelli ma anche di Totti, Ibrahimovic e una serie infinita di loro colleghi sono una conseguenza di quanto costruito nel corso degli anni. O meglio, della distruzione che si è perpetrata. Il calcio di un tempo aveva connotazioni ben precise: non era poi così pulito ma di certo era lineare e aveva una fruibilità immensamente inferiore a quella che oggi porta ad amplificare tutto. Travolti dalla marea di avvenimenti documentati in continuazione da giornali, televisioni e siti, ci si è ridotti a prestare ben poca attenzione alla sostanza. La leggerezza con cui si liquidano le conseguenze di quanto si fa, col risultato che tutto si lascia correre e tutto si giustifica, contribuiscono poi a creare molta confusione col risultato che non è più netta la differenza fra esempi positivi e negativi – che si tratti di una rispostaccia o di un comportamento fisicamente violento.

Alla deriva come si è, col radicamento di troppe cattive abitudini che disgraziatamente non sono nemmeno più percepite come tali, il timore è che l’auspicabile intervento normalizzatore di alcuni educatori faticherà a sortire i suoi effetti benefici. Le mancanze del sistema sono tantissime e gravi al punto che difficilmente qualche protagonista controcorrente potrà porvi rimedio. Se non si risolverà la questione delle responsabilità e si continuerà a pretendere irreprensibilità da chi cresce secondo gli esempi più diffusi e meno raccomandabili, poi, sarà ancora più dura.

Da PROFILM un invito a firmare la petizione contro la chiusura dei cinema a Bologna

Divulghiamo quanto sta succedendo a Bologna in solidarietà ai lavoratori di alcune sale cinematografiche storiche della città:

Mercoledì 11 aprile alle 9.30 si è tenuta presso la sede della Provincia (Palazzo Malvezzi, via Zamboni 22) un Tavolo di Salvaguardia con oggetto lo stato di crisi dell’azienda che gestisce i cinema Odeon, Rialto Studio, Roma d’Essai, Europa e Jolly.

C’è stato un presidio davanti a Palazzo Malvezzi a sostegno di queste sale cinematografiche che hanno già subìto una riduzione degli spettacoli e due delle quali (Jolly ed Europa) sono a rischio di chiusura.

Queste misure mettono in pericolo la continuità e la pluralità dell’offerta culturale nel centro cittadino con una perdita di occasioni di socialità per anziani, giovani e per tutti coloro che vogliono una città viva e culturalmente ricca.

Questa contrazione di attività si ripercuote sui lavoratori già in cassa integrazione dal primo di febbraio. La paventata chiusura delle sale Europa e Jolly, come previsto dal piano di ristrutturazione aziendale, porterebbe l’innalzamento delle percentuali di cassa integrazione a livelli economicamente insostenibili per alcuni, e al rischio di licenziamento per altri.

Sulla pagina web di Radio Città del Capo troverete un approfondimento. Cliccando in fondo alla notizia si può ascoltare l’ultimo brano dell’intervista di 5 minuti andata in onda in diretta giovedì 5 aprile sera. http://radio.rcdc.it/archives/cinema-a-rischio-chiusura-mercoledi-11-aprile-tavolo-in-provincia-98160/

E’ stato anche aperto un blog dove verranno inseriti gli aggiornamenti  http://schermovuoto.wordpress.com

Fate girare l’invito!

Le lavoratrici e i lavoratori dei cinema Odeon, Rialto, Roma, Jolly e Europa

FIRMA LA PETIZIONE ON LINE

http://www.petizioni24.com/evitiamo_la_chiusura_dei_cinema_a_bologna

EVITIAMO LA CHIUSURA DEI CINEMA A BOLOGNA

44.494219
11.346481

Da PROFILM un invito a firmare la petizione contro la chiusura dei cinema a Bologna

Divulghiamo quanto sta succedendo a Bologna in solidarietà ai lavoratori di alcune sale cinematografiche storiche della città:

Mercoledì 11 aprile alle 9.30 si è tenuta presso la sede della Provincia (Palazzo Malvezzi, via Zamboni 22) un Tavolo di Salvaguardia con oggetto lo stato di crisi dell’azienda che gestisce i cinema Odeon, Rialto Studio, Roma d’Essai, Europa e Jolly.

C’è stato un presidio davanti a Palazzo Malvezzi a sostegno di queste sale cinematografiche che hanno già subìto una riduzione degli spettacoli e due delle quali (Jolly ed Europa) sono a rischio di chiusura.

Queste misure mettono in pericolo la continuità e la pluralità dell’offerta culturale nel centro cittadino con una perdita di occasioni di socialità per anziani, giovani e per tutti coloro che vogliono una città viva e culturalmente ricca.

Questa contrazione di attività si ripercuote sui lavoratori già in cassa integrazione dal primo di febbraio. La paventata chiusura delle sale Europa e Jolly, come previsto dal piano di ristrutturazione aziendale, porterebbe l’innalzamento delle percentuali di cassa integrazione a livelli economicamente insostenibili per alcuni, e al rischio di licenziamento per altri.

Sulla pagina web di Radio Città del Capo troverete un approfondimento. Cliccando in fondo alla notizia si può ascoltare l’ultimo brano dell’intervista di 5 minuti andata in onda in diretta giovedì 5 aprile sera. http://radio.rcdc.it/archives/cinema-a-rischio-chiusura-mercoledi-11-aprile-tavolo-in-provincia-98160/

E’ stato anche aperto un blog dove verranno inseriti gli aggiornamenti  http://schermovuoto.wordpress.com

Fate girare l’invito!

Le lavoratrici e i lavoratori dei cinema Odeon, Rialto, Roma, Jolly e Europa

FIRMA LA PETIZIONE ON LINE

http://www.petizioni24.com/evitiamo_la_chiusura_dei_cinema_a_bologna

EVITIAMO LA CHIUSURA DEI CINEMA A BOLOGNA

44.494219
11.346481

Ancora suicidi. La recessione uccide. Il Governo è allo stallo. I partiti? No comment.

Andiamo verso un week end uggioso, come se il clima quasi volesse anche lui associarsi al profondo dissenso che ormai ha fatto suoi pressochè tutti gli italiani.

La piaggieria di Mario Monti verso i grandi poteri europei e statunitensi, l’ostinazione di Fornero nello stangare lavoratori e bisognosi anzichè supportarli.
L’attesa perdurante di una proposta di Patroni Griffi per limitare la spesa della pubblica amministrazione, quella di Balduzzi riguardo sprechi e disastri sanitari, l’effimera attività diplomatica di Terzi visto cosa accade agli italiani in India.
L’invisibilità di Gnudi, agli affari regionali, o di Barca, per la coesione territoriale, il mancato rilancio. I mancati investimenti che le piccole e medie aziende attendono ancora “buone nuove” da Renato Passera.

Intanto, tutti hanno capito che i mercati vanno male non per colpa nostra, ma della Germania e degli USA che ci scaricano addosso la crisi, sotto forma di “derivati”, “moral suasons”, “incorporamenti”.

Riguardo i partiti, nulla da dire, nel senso che nulla accade. Solo scandali e protervia – il tempo dell’ostinazione è finito – nel mantenere denari, privilegi ed impunità.

Tutto come al solito, insomma. Non proprio.

C’è una lista che sta girando in rete. Una lista che, ahimé, giorno su giorno si allunga.

  • 21/03/2012: Cosenza, 47 anni, disoccupato si spara
  • 23/03/2012: Pescara, 44 anni, imprenditore si impicca
  • 27/03/2012: Trani: 49 anni, imbianchino disoccupato si getta dalla finestra
  • 28/03/2012: Bologna: 58 anni, si dà fuoco davanti all’Agenzia delle entrate
  • 29/03/2012: Verona, 27 anni, operaio si da fuoco
  • 01/04/2012: Sondrio: 57 anni, perde lavoro, cammina sui binari, salvato in tempo
  • 02/04/2012: Roma: 57 anni, corniciaio, si impicca
  • 03/04/2012: Catania, 58 anni, imprenditore si spara
  • 03/04/2012: Gela,78 anni pensionata si getta dalla finestra, riduzione della pensione
  • 03/04/2012: Roma, 59 anni, imprenditore, si spara con un fucile
  • 04/04/2012: Milano, 51 anni, disoccupato si impicca
  • 04/04/2012: Roma Imprenditore si spara al petto col fucile. La sua azienda stava fallendo

Appare davvero impensabile tentare di arrivare alle amministrative per poi prender decisioni, che, a tal punto, non potranno altro che essere attuate in settembre, quando sarà troppo tardi, visto che fino ad allora i suicidi saranno centinaia. Ammesso che ci si fermi ai suicidi.

leggi anche Politica italiana? Da scandalo …
leggi anche Feste finite? Bentornati … in Purgatorio, tra cleptocrazia, desviluppo, recessione, disoccupazione e tasse

originale postato su demata

Strani Questi Italiani

Italiani ?

di Alessio Papi

 

Strani questi italiani.

Sono governati da un Premier non votato che li sta dissanguando, vengono presi per i fondelli da un carrozzone chiamato Europa, pagano la benzina quasi due euro a litro, i prezzi al dettaglio sono in costante aumento la disoccupazione dilaga.

Scandali e corruzione sono all’ordine del giorno, segno di una classe politica mediocre ed inutile,  che in televisione urla e sbraita azzuffandosi come galline in un pollaio senza formulare proposte concrete.

In questa situazione da “film felliniano” (manca solo il clown nano che all’improvviso irrompe nella scena), gli italiani sono capaci solo di fare i partigiani (cosa che riesce benissimo) ….c’è  chi continua a difendere Berlusconi e chi osanna i professori miliardari (diventati  tali con i denari pubblici).

Il buonsenso porterebbe ad incazzarsi per l’aumento dei prezzi, per i carburanti più cari d’Europa per l’incapacità di una classe politica (ed imprenditoriale) degna di essere chiamata tale, per il lavoro che continua a diminuire, la corruzione, la sicurezza , l’informazione faziosa, e chi più ne ha più ne metta…… eppure non accade nulla.

Qualcuno ha provato a dare delle spiegazioni sociologiche, altri economiche, gli unici che hanno dimostrato (vincendo) spirito di unità e coesione sono stati i tassisti (nel bene e nel male).

Bisognerebbe porsi delle domande su che “non-paese” siamo.

Se vogliamo uscire dal baratro dobbiamo rompere la  spirale Roma-Lazio, Berlusconi-Antiberlusconismo, tecnici-politici.

Lo dobbiamo però fare  in maniera reale, riprendendoci le piazze, azzerando una classe politica della quale anche i professoroni sono figli, senza cedere alla tentazione delle “grandi intese” dove con  la scusa dell’interesse nazionale,si vuole mantenere esclusivamente lo “status quo”.

Strani questi italiani.

Strani Questi Italiani

Italiani ?

di Alessio Papi

 

Strani questi italiani.

Sono governati da un Premier non votato che li sta dissanguando, vengono presi per i fondelli da un carrozzone chiamato Europa, pagano la benzina quasi due euro a litro, i prezzi al dettaglio sono in costante aumento la disoccupazione dilaga.

Scandali e corruzione sono all’ordine del giorno, segno di una classe politica mediocre ed inutile,  che in televisione urla e sbraita azzuffandosi come galline in un pollaio senza formulare proposte concrete.

In questa situazione da “film felliniano” (manca solo il clown nano che all’improvviso irrompe nella scena), gli italiani sono capaci solo di fare i partigiani (cosa che riesce benissimo) ….c’è  chi continua a difendere Berlusconi e chi osanna i professori miliardari (diventati  tali con i denari pubblici).

Il buonsenso porterebbe ad incazzarsi per l’aumento dei prezzi, per i carburanti più cari d’Europa per l’incapacità di una classe politica (ed imprenditoriale) degna di essere chiamata tale, per il lavoro che continua a diminuire, la corruzione, la sicurezza , l’informazione faziosa, e chi più ne ha più ne metta…… eppure non accade nulla.

Qualcuno ha provato a dare delle spiegazioni sociologiche, altri economiche, gli unici che hanno dimostrato (vincendo) spirito di unità e coesione sono stati i tassisti (nel bene e nel male).

Bisognerebbe porsi delle domande su che “non-paese” siamo.

Se vogliamo uscire dal baratro dobbiamo rompere la  spirale Roma-Lazio, Berlusconi-Antiberlusconismo, tecnici-politici.

Lo dobbiamo però fare  in maniera reale, riprendendoci le piazze, azzerando una classe politica della quale anche i professoroni sono figli, senza cedere alla tentazione delle “grandi intese” dove con  la scusa dell’interesse nazionale,si vuole mantenere esclusivamente lo “status quo”.

Strani questi italiani.

Strani Questi Italiani

Italiani ?

di Alessio Papi

 

Strani questi italiani.

Sono governati da un Premier non votato che li sta dissanguando, vengono presi per i fondelli da un carrozzone chiamato Europa, pagano la benzina quasi due euro a litro, i prezzi al dettaglio sono in costante aumento la disoccupazione dilaga.

Scandali e corruzione sono all’ordine del giorno, segno di una classe politica mediocre ed inutile,  che in televisione urla e sbraita azzuffandosi come galline in un pollaio senza formulare proposte concrete.

In questa situazione da “film felliniano” (manca solo il clown nano che all’improvviso irrompe nella scena), gli italiani sono capaci solo di fare i partigiani (cosa che riesce benissimo) ….c’è  chi continua a difendere Berlusconi e chi osanna i professori miliardari (diventati  tali con i denari pubblici).

Il buonsenso porterebbe ad incazzarsi per l’aumento dei prezzi, per i carburanti più cari d’Europa per l’incapacità di una classe politica (ed imprenditoriale) degna di essere chiamata tale, per il lavoro che continua a diminuire, la corruzione, la sicurezza , l’informazione faziosa, e chi più ne ha più ne metta…… eppure non accade nulla.

Qualcuno ha provato a dare delle spiegazioni sociologiche, altri economiche, gli unici che hanno dimostrato (vincendo) spirito di unità e coesione sono stati i tassisti (nel bene e nel male).

Bisognerebbe porsi delle domande su che “non-paese” siamo.

Se vogliamo uscire dal baratro dobbiamo rompere la  spirale Roma-Lazio, Berlusconi-Antiberlusconismo, tecnici-politici.

Lo dobbiamo però fare  in maniera reale, riprendendoci le piazze, azzerando una classe politica della quale anche i professoroni sono figli, senza cedere alla tentazione delle “grandi intese” dove con  la scusa dell’interesse nazionale,si vuole mantenere esclusivamente lo “status quo”.

Strani questi italiani.

Strani Questi Italiani

Italiani ?

di Alessio Papi

 

Strani questi italiani.

Sono governati da un Premier non votato che li sta dissanguando, vengono presi per i fondelli da un carrozzone chiamato Europa, pagano la benzina quasi due euro a litro, i prezzi al dettaglio sono in costante aumento la disoccupazione dilaga.

Scandali e corruzione sono all’ordine del giorno, segno di una classe politica mediocre ed inutile,  che in televisione urla e sbraita azzuffandosi come galline in un pollaio senza formulare proposte concrete.

In questa situazione da “film felliniano” (manca solo il clown nano che all’improvviso irrompe nella scena), gli italiani sono capaci solo di fare i partigiani (cosa che riesce benissimo) ….c’è  chi continua a difendere Berlusconi e chi osanna i professori miliardari (diventati  tali con i denari pubblici).

Il buonsenso porterebbe ad incazzarsi per l’aumento dei prezzi, per i carburanti più cari d’Europa per l’incapacità di una classe politica (ed imprenditoriale) degna di essere chiamata tale, per il lavoro che continua a diminuire, la corruzione, la sicurezza , l’informazione faziosa, e chi più ne ha più ne metta…… eppure non accade nulla.

Qualcuno ha provato a dare delle spiegazioni sociologiche, altri economiche, gli unici che hanno dimostrato (vincendo) spirito di unità e coesione sono stati i tassisti (nel bene e nel male).

Bisognerebbe porsi delle domande su che “non-paese” siamo.

Se vogliamo uscire dal baratro dobbiamo rompere la  spirale Roma-Lazio, Berlusconi-Antiberlusconismo, tecnici-politici.

Lo dobbiamo però fare  in maniera reale, riprendendoci le piazze, azzerando una classe politica della quale anche i professoroni sono figli, senza cedere alla tentazione delle “grandi intese” dove con  la scusa dell’interesse nazionale,si vuole mantenere esclusivamente lo “status quo”.

Strani questi italiani.

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