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ABUSI SUI MINORI IL VATICANO AL RENDICONTO (Marco Politi).

(foto Emblema).

Per la prima volta un convegno sulla pedofilia.

È la sfida del Vaticano dinanzi alle responsabilità della Chiesa per gli scandali di pedofilia. Confrontarsi con le vittime e riformare l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche rispetto a decenni (e secoli) di abusi.

L’ambizioso progetto, che sarà lanciato in un simposio di quattro giorni all’università Gregoriana e che proseguirà con un programma di formazione continua sul web per la durata di tre anni, rivela la consapevolezza di papa Ratzinger della necessità di dare una scossa alla Chiesa universale perché nessuno si illuda che sia “passata” la tempesta provocata dalle violenze ai minori. “Verso la guarigione e il rinnovamento” è il titolo dato all’iniziativa , sostenuta dalla Segreteria di Stato, dalla Congregazione per la Dottrina della fede e da altri dicasteri vaticani, che lunedì riunirà per la prima volta a Roma – a discutere con psicologi ed altri esperti – vescovi e religiosi di tutto il mondo, delegati di oltre cento episcopati e una trentina di ordini religiosi.

A suo modo è un evento storico, che va al di là dell’emanazione di norme più severe da parte del Sant’Uffizio. L’obiettivo è quello di mobilitare tutta la Chiesa sul dramma (e le responsabilità) dell’abuso sessuale all’interno delle proprie file, gettando le basi di una strategia globale. Imperniata su tre punti:
1. attrezzare diocesi e parrocchie nella vigilanza, nella scoperta e nella denuncia del fenomeno;
2. coinvolgere concretamente nel contrasto alla pedofilia tutta la comunità ecclesiale;
3. portare in primo piano la sorte delle vittime, ascoltarle, prendersi cura di loro, accompagnarle in un percorso di guarigione dai traumi.

Motori dell’iniziativa sono due personalità particolari. Un maltese e un tedesco. L’uno “promotore di giustizia” (procuratore generale) del Sant’Uffizio, l’altro cardinale di Monaco di Baviera. Il maltese Charles Scicluna, uomo di fiducia di Benedetto XVI, è il prelato che l’allora cardinale Ratzinger, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, spedì negli Stati Uniti e nel Messico durante l’agonia di Giovanni Paolo II per indagare sui crimini di Marcel Macial, fondatore dei Legionari di Cristo. In una dozzina di giorni, prima ancora che si aprisse il conclave che elesse Benedetto XVI, Scicluna tornò in Vaticano con prove schiaccianti che inchiodarono Macial e portarono alla sua rimozione e poi alla sua damnatio memoriae. Sull’Avvenire il maltese ha criticato nel 2010 la “cultura del silenzio”, che aleggia nella Chiesa italiana a proposito degli abusi. Oggi insiste sulla necessità di “prevenire altri crimini”, sostenendo che non bisogna “partire dall’omertà” ma bisogna avere di mira la guarigione delle vittime. Che anzitutto vanno ascoltate.
Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, è il cardinale che nella sua diocesi ha data carta bianca ad una donna, l’avvocato Marion Westpfahl , per un’inchiesta indipendente sugli abusi del clero. Il risultato, comunicato pubblicamente, è che dal dopoguerra ad oggi si sono verificati nella diocesi monacense circa trecento casi di abuso, ignorando sistematicamente le vittime e con una diffusa manipolazione e distruzione della relativa documentazione. Domanda: come mai nessun cardinale italiano ha promosso una simile inchiesta? Perché non è stata aperta un’inchiesta ecclesiastica in nessuna parte d’Italia con la sola eccezione della diocesi di Bolzano-Bressanone? Sul sito della diocesi di Monaco appare ben chiaro l’indirizzo di due avvocati a cui le vittime possono rivolgersi per segnalare abusi. E anche il programma di rimborso delle terapie psicologiche e di risarcimento danni per i minori violati.
Al convegno – cui seguirà a cura dell’università Gregoriana la creazione di una banca dati – interverrà una vittima celebre, l’irlandese Marie Collins. Nel 2009 denunciò “con orrore” il palleggio di responsabilità sul suo abuso tra le autorità di polizia e il suo vescovo. “Ero sorpresa di quanto fosse noto sul mio abusatore”, raccontò. Il vescovo ausiliare della sua diocesi avrebbe voluto denunciare il crimine, ma l’arcivescovo McQuaid non fece nulla. “Fui mobbizzata e minacciata”.
Il simposio della Gregoriana dovrà sciogliere due nodi fondamentali. Dovrà o no il vescovo denunciare sempre i crimini alle autorità di polizia? O deve farlo solo nei paesi dove lo obbliga la legge? Papa Ratzinger finora non ha dato l’ordine di denunciare immediatamente. Tutte le associazioni a tutela delle vittime invece lo esigono.
Il secondo nodo riguarda l’apertura di indagini per scoprire i crimini insabbiati del passatoMolti episcopati, fra cui l’italiano, non vorrebbero imboccare la strada della trasparenza a 360 gradi.

Da  Il Fatto Quotidiano del 04/02/2012.

diksa53a.blogspot.com
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ABUSI SUI MINORI IL VATICANO AL RENDICONTO (Marco Politi).

(foto Emblema).

Per la prima volta un convegno sulla pedofilia.

È la sfida del Vaticano dinanzi alle responsabilità della Chiesa per gli scandali di pedofilia. Confrontarsi con le vittime e riformare l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche rispetto a decenni (e secoli) di abusi.

L’ambizioso progetto, che sarà lanciato in un simposio di quattro giorni all’università Gregoriana e che proseguirà con un programma di formazione continua sul web per la durata di tre anni, rivela la consapevolezza di papa Ratzinger della necessità di dare una scossa alla Chiesa universale perché nessuno si illuda che sia “passata” la tempesta provocata dalle violenze ai minori. “Verso la guarigione e il rinnovamento” è il titolo dato all’iniziativa , sostenuta dalla Segreteria di Stato, dalla Congregazione per la Dottrina della fede e da altri dicasteri vaticani, che lunedì riunirà per la prima volta a Roma – a discutere con psicologi ed altri esperti – vescovi e religiosi di tutto il mondo, delegati di oltre cento episcopati e una trentina di ordini religiosi.

A suo modo è un evento storico, che va al di là dell’emanazione di norme più severe da parte del Sant’Uffizio. L’obiettivo è quello di mobilitare tutta la Chiesa sul dramma (e le responsabilità) dell’abuso sessuale all’interno delle proprie file, gettando le basi di una strategia globale. Imperniata su tre punti:
1. attrezzare diocesi e parrocchie nella vigilanza, nella scoperta e nella denuncia del fenomeno;
2. coinvolgere concretamente nel contrasto alla pedofilia tutta la comunità ecclesiale;
3. portare in primo piano la sorte delle vittime, ascoltarle, prendersi cura di loro, accompagnarle in un percorso di guarigione dai traumi.

Motori dell’iniziativa sono due personalità particolari. Un maltese e un tedesco. L’uno “promotore di giustizia” (procuratore generale) del Sant’Uffizio, l’altro cardinale di Monaco di Baviera. Il maltese Charles Scicluna, uomo di fiducia di Benedetto XVI, è il prelato che l’allora cardinale Ratzinger, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, spedì negli Stati Uniti e nel Messico durante l’agonia di Giovanni Paolo II per indagare sui crimini di Marcel Macial, fondatore dei Legionari di Cristo. In una dozzina di giorni, prima ancora che si aprisse il conclave che elesse Benedetto XVI, Scicluna tornò in Vaticano con prove schiaccianti che inchiodarono Macial e portarono alla sua rimozione e poi alla sua damnatio memoriae. Sull’Avvenire il maltese ha criticato nel 2010 la “cultura del silenzio”, che aleggia nella Chiesa italiana a proposito degli abusi. Oggi insiste sulla necessità di “prevenire altri crimini”, sostenendo che non bisogna “partire dall’omertà” ma bisogna avere di mira la guarigione delle vittime. Che anzitutto vanno ascoltate.
Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, è il cardinale che nella sua diocesi ha data carta bianca ad una donna, l’avvocato Marion Westpfahl , per un’inchiesta indipendente sugli abusi del clero. Il risultato, comunicato pubblicamente, è che dal dopoguerra ad oggi si sono verificati nella diocesi monacense circa trecento casi di abuso, ignorando sistematicamente le vittime e con una diffusa manipolazione e distruzione della relativa documentazione. Domanda: come mai nessun cardinale italiano ha promosso una simile inchiesta? Perché non è stata aperta un’inchiesta ecclesiastica in nessuna parte d’Italia con la sola eccezione della diocesi di Bolzano-Bressanone? Sul sito della diocesi di Monaco appare ben chiaro l’indirizzo di due avvocati a cui le vittime possono rivolgersi per segnalare abusi. E anche il programma di rimborso delle terapie psicologiche e di risarcimento danni per i minori violati.
Al convegno – cui seguirà a cura dell’università Gregoriana la creazione di una banca dati – interverrà una vittima celebre, l’irlandese Marie Collins. Nel 2009 denunciò “con orrore” il palleggio di responsabilità sul suo abuso tra le autorità di polizia e il suo vescovo. “Ero sorpresa di quanto fosse noto sul mio abusatore”, raccontò. Il vescovo ausiliare della sua diocesi avrebbe voluto denunciare il crimine, ma l’arcivescovo McQuaid non fece nulla. “Fui mobbizzata e minacciata”.
Il simposio della Gregoriana dovrà sciogliere due nodi fondamentali. Dovrà o no il vescovo denunciare sempre i crimini alle autorità di polizia? O deve farlo solo nei paesi dove lo obbliga la legge? Papa Ratzinger finora non ha dato l’ordine di denunciare immediatamente. Tutte le associazioni a tutela delle vittime invece lo esigono.
Il secondo nodo riguarda l’apertura di indagini per scoprire i crimini insabbiati del passatoMolti episcopati, fra cui l’italiano, non vorrebbero imboccare la strada della trasparenza a 360 gradi.

Da  Il Fatto Quotidiano del 04/02/2012.

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ABUSI SUI MINORI IL VATICANO AL RENDICONTO (Marco Politi).

(foto Emblema).

Per la prima volta un convegno sulla pedofilia.

È la sfida del Vaticano dinanzi alle responsabilità della Chiesa per gli scandali di pedofilia. Confrontarsi con le vittime e riformare l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche rispetto a decenni (e secoli) di abusi.

L’ambizioso progetto, che sarà lanciato in un simposio di quattro giorni all’università Gregoriana e che proseguirà con un programma di formazione continua sul web per la durata di tre anni, rivela la consapevolezza di papa Ratzinger della necessità di dare una scossa alla Chiesa universale perché nessuno si illuda che sia “passata” la tempesta provocata dalle violenze ai minori. “Verso la guarigione e il rinnovamento” è il titolo dato all’iniziativa , sostenuta dalla Segreteria di Stato, dalla Congregazione per la Dottrina della fede e da altri dicasteri vaticani, che lunedì riunirà per la prima volta a Roma – a discutere con psicologi ed altri esperti – vescovi e religiosi di tutto il mondo, delegati di oltre cento episcopati e una trentina di ordini religiosi.

A suo modo è un evento storico, che va al di là dell’emanazione di norme più severe da parte del Sant’Uffizio. L’obiettivo è quello di mobilitare tutta la Chiesa sul dramma (e le responsabilità) dell’abuso sessuale all’interno delle proprie file, gettando le basi di una strategia globale. Imperniata su tre punti:
1. attrezzare diocesi e parrocchie nella vigilanza, nella scoperta e nella denuncia del fenomeno;
2. coinvolgere concretamente nel contrasto alla pedofilia tutta la comunità ecclesiale;
3. portare in primo piano la sorte delle vittime, ascoltarle, prendersi cura di loro, accompagnarle in un percorso di guarigione dai traumi.

Motori dell’iniziativa sono due personalità particolari. Un maltese e un tedesco. L’uno “promotore di giustizia” (procuratore generale) del Sant’Uffizio, l’altro cardinale di Monaco di Baviera. Il maltese Charles Scicluna, uomo di fiducia di Benedetto XVI, è il prelato che l’allora cardinale Ratzinger, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, spedì negli Stati Uniti e nel Messico durante l’agonia di Giovanni Paolo II per indagare sui crimini di Marcel Macial, fondatore dei Legionari di Cristo. In una dozzina di giorni, prima ancora che si aprisse il conclave che elesse Benedetto XVI, Scicluna tornò in Vaticano con prove schiaccianti che inchiodarono Macial e portarono alla sua rimozione e poi alla sua damnatio memoriae. Sull’Avvenire il maltese ha criticato nel 2010 la “cultura del silenzio”, che aleggia nella Chiesa italiana a proposito degli abusi. Oggi insiste sulla necessità di “prevenire altri crimini”, sostenendo che non bisogna “partire dall’omertà” ma bisogna avere di mira la guarigione delle vittime. Che anzitutto vanno ascoltate.
Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, è il cardinale che nella sua diocesi ha data carta bianca ad una donna, l’avvocato Marion Westpfahl , per un’inchiesta indipendente sugli abusi del clero. Il risultato, comunicato pubblicamente, è che dal dopoguerra ad oggi si sono verificati nella diocesi monacense circa trecento casi di abuso, ignorando sistematicamente le vittime e con una diffusa manipolazione e distruzione della relativa documentazione. Domanda: come mai nessun cardinale italiano ha promosso una simile inchiesta? Perché non è stata aperta un’inchiesta ecclesiastica in nessuna parte d’Italia con la sola eccezione della diocesi di Bolzano-Bressanone? Sul sito della diocesi di Monaco appare ben chiaro l’indirizzo di due avvocati a cui le vittime possono rivolgersi per segnalare abusi. E anche il programma di rimborso delle terapie psicologiche e di risarcimento danni per i minori violati.
Al convegno – cui seguirà a cura dell’università Gregoriana la creazione di una banca dati – interverrà una vittima celebre, l’irlandese Marie Collins. Nel 2009 denunciò “con orrore” il palleggio di responsabilità sul suo abuso tra le autorità di polizia e il suo vescovo. “Ero sorpresa di quanto fosse noto sul mio abusatore”, raccontò. Il vescovo ausiliare della sua diocesi avrebbe voluto denunciare il crimine, ma l’arcivescovo McQuaid non fece nulla. “Fui mobbizzata e minacciata”.
Il simposio della Gregoriana dovrà sciogliere due nodi fondamentali. Dovrà o no il vescovo denunciare sempre i crimini alle autorità di polizia? O deve farlo solo nei paesi dove lo obbliga la legge? Papa Ratzinger finora non ha dato l’ordine di denunciare immediatamente. Tutte le associazioni a tutela delle vittime invece lo esigono.
Il secondo nodo riguarda l’apertura di indagini per scoprire i crimini insabbiati del passatoMolti episcopati, fra cui l’italiano, non vorrebbero imboccare la strada della trasparenza a 360 gradi.

Da  Il Fatto Quotidiano del 04/02/2012.

diksa53a.blogspot.com
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Neve a Roma, l’unica tragedia sono i giornali

I giornali titolano, sotto foto minacciose, «Roma chiusa per neve». Ma in realtà Roma oggi è una città più aperta che mai. La metropolitana stamattina era affollatissima  e allegra. Le persone, come liberate dal fardello dell’orario di lavoro, si ci sono riversate dentro per andare a vedere la loro città con gli occhi della sorpresa e dello stupore. Le carrozze della metro, insolitamente allegre e sorridenti, assomigliavano a un impianto di risalita di Courmayer: cappelli di lana, guantoni, doposci. Così, quella che viene spacciata per una disgrazia naturale, ha regalato ai romani il privilegio di sentirsi turisti nella loro città. Questo biglietto gratuito moltissimi l’hanno afferrato al volo e si sono precipitati in strada, incuranti degli appelli a starsene a casa e dei titoli terrorizzanti delle homepage. Non so se c’è qualcuno in grado di dargli torto.

Se ogni volta che una città cade in ginocchio si vedono i bambini rincorrersi felici per le strade, protetti dalle unghie del traffico, come nelle viuzze dei paesini sperduti del sud c’è da augurarsi di far cadere in ginocchio le città sempre più spesso. Questa sospensione della normalità quotidiana – vissuta dal superego dell’opinione pubblica con il senso di colpa del non essere funzionanti come una grande capitale occidentale – è per le persone in carne e ossa un carnevale improvvisato e ilare, che invece di festeggiare coi coriandoli, lancia in aria le palle di neve.

I giornalisti incollati alle scrivanie, poveri loro, devono però trovare le notizie, i titoli e il colpevole di questa sospensione della monotonia non autorizzata dalla prefettura. I politici si sforzano di essere all’altezza dei giornali che gli sono dati in sorte e si inseguono scaricando il barile al vicino di amministrazione. Senza dire una parola sugli unici che questa festa non se la possono godere. I senzatetto che vivono all’addiaccio. I quali hanno la sfiga di non comprare i giornali e di non votare alle prossime elezioni amministrative. Esistono solo nella realtà. Ma quella ormai non conta più niente.

Ha ragione Milan Kundrera:  La vita è altrove. Come sempre la si trova sui marciapiedi trasformati in piste per gli slittini; nei cassonetti dell’immondizia adibiti a piedistalli per installare statue di neve; nelle ville chiuse al pubblico e aperte di fatto alle persone, come confessa su Twitter Andrea Sarubbi, un parlamentare del Partito democratico. «Ho scoperto – scrive -, quando ero dentro da un’ora, che in teoria Villa Pamphilj sarebbe chiusa. E che stiamo facendo sci proletario». Sì, come diceva quel tale, proletari di tutto il mondo…

(articolo pubblicato da Gli Altri)

Roma bloccata dalla neve

Ore 13,40: Roma è in tilt a causa della neve  e, per il momento, ne sono caduti 50 centimetri in poche decine di minuti su Roma Nord, dove le pendenze sono anche elevate.

Il Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha disposto la chiusura degli uffici pubblici dalle 14 di oggi a tutta la giornata di domani per “le avverse condizioni atmosferiche che si prevedono in miglioramento solo a partire da domenica, dovranno essere comunque garantiti i servizi d’emergenza”.

In questo momento, migliaia e migliaia di impiegati sono ancora negli uffici, colti alla sprovvista lontano dalle proprie abitazioni, come anche tanti automobilisti sono sulla strada per tornare a casa propria, tra le smisurate periferie romane o, addirittura, nella provincia.

Tutti senza informazioni, eccetto il fai da te, consultando i tweet dei romani in movimento su l’unico servizio in rempo reale attualmente funzionante, ovvero la pagina Twitter di INFOATAC.

Non è per mettere la croce ad Alemanno, l’organizzazione richiede anni ed anni, ma nessuno sa quali strade siano ancora percorribili o quali mezzi pubblici, eccetto quelli ferroviari, siano ancora in funzione.

Cose anche banali, ad esempio sapere se lungo la Nomentana i bus stiano percorrendo regolarmente la corsia a loro riservata e che “non dovrebbe” avere intralci. Oppure, quali tram e quali metro siano ancora operativi. Per non parlare delle indicazioni minime agli automobilisti, visto che affrontare la neve con il traffico in tilt.

L’unica speranza, al momento, è che la “bufera” cessi per qualche ora, prima del buio, in modo da dare il tempo alle persone di rientrare a casa.

In alternativa, nessuno sa cosa racconteranno le cronache domani riguardo quel circa mezzo milione di persone che cercherà di rientrare alla propria abitazione.

In ambedue i casi, sarebbe il caso di iniziare e chiedersi se Roma è effettivamente diventata una metropoli da 4 milioni di persone, più i pendolari, o se è solo il numero, ma non il Pil e le infrastrutture, a renderla tale.

P.S. Mentre Roma iniziava a paralizzarsi per la neve “una Smart ha bloccato il passaggio dei tram all’altezza del museo d’arte moderna, in viale delle Belle arti. La macchina è parcheggiata esattamente sulle rotaie. Il volante bloccato da una sbarra antifurto. Sul posto i carabinieri già presenti per monitarare il traffico che tramite la centrale cercano di rintracciare il proprietario.
Speriamo venga denucniato e condannato per interruzione di pubblico servizio.

Intanto, il Piano Emergenza Neve per il trasporto pubblico di Roma su disposizione della Protezione civile di Roma Capitale, diffuso dall’Agenzia per la Mobilità, la linea numero 3 dei tram è tra le linee che assicurano il servizio. Peccato che  “non ce la fa a fare la salita”, lo confermano gli autisti, e che il problema sia di vecchia data …

Secondo un comunicato di TomTom, alle ore 16, c’erano 270 chilometri di code entro il Grande Raccordo Anulare.

originale postato su demata

Il nostro belpaese

Il nostro Belpaese, paradiso degli evasori?…

 

   La Guardia di Finanzia ha stanato recentemente oltre 7.500 persone che nel 2011 non hanno versato un euro al fisco. Sì, ben 7.500 italiani che, ogni anno, nella dichiarazione dei redditi, comunicavano di aver guadagnato molto poco. Anzi, talvolta, addirittura niente. E possedevano auto fiammanti, case di lusso e altro ancora… Complessivamente, 50 miliardi di euro, di contributi e tasse non pagate. E a Roma, come a Cortina, su 405 controllo 190 le violazioni. E aggiungiamo il recente blitz a Milano. Le Fiamme Gialle hanno controllato 230, tra negozi – prevalentemente d’abbigliamento – bar e ristoranti: 75, cioè il 30 per cento, non hanno emesso lo scontrino o la ricevuta fiscale. Ma quello che pesa di più è che vi erano 116 lavoratori in “nero”.

Il nostro è il Paese che evade più le tasse fra tutti i Paesi europei. Gli evasori sono oltre un terzo degli italiani: un terzo che lucra i servizi a “sbafo”! Senza generalizzare, perché vi sono anche tante persone e famiglie oneste, l’evasione in Italia è ramificata e diffusa in tutte le “classi”. Tanto estesa da passare per “normale”.E’ normale che, d’accordo con gli acquirenti di una casa, di una villa, si compilino due conti: uno per l’erario e uno a uso “interno”, con la complicità e il silenzio del venditore e del compratore. E’ normale che talora in un ristorante vi presentino un pezzetto di carta, con una cifra scritta a mano. E se protestate passate per un rompiscatole, oppure per uno che non sta al gioco.

Domandiamoci: è possibile che il titolare di un ristorante guadagni come un pensionato? E che pensare di non pochi commercianti all’ingrosso, il cui reddito supera di poco quello medio di un operaio? E come arrivano a fine mese certi professionisti che, stando a quanto hanno dichiarato, denunciano circa 2 mila euro? Insomma,siamo un popolo che in buona parte (non certo i lavoratori dipendenti, tranne coloro che svolgono un secondo lavoro…) evade le tasse e lavora in nero. Tanti “furbetti”. Un popolo di santi, di navigatori e di evasori?.

E che dire dei “paradisi fiscali”? E’ passato oltre un anno, ma mi è rimasto impresso un fatto significativo. Nel 2010 a un imprenditore di Cremona, la Guardia di Finanza ha contestato di aver nascosto al fisco ben 164 milioni di euro. Residenza a Montecarlo e sede legale della società in Lussemburgo hanno consentito, al campionissimo dell’evasione, di non pagare dal 2001 un centesimo di tasse. In compenso – il mago degli affari – aveva un elicottero parcheggiato in una piazzola dell’aeroporto cremonese…

Riaffiora anche il ricordo dello “scudo fiscale”. Chi aveva esportato illegalmente i un “paradiso fiscale” all’estero, ha fatto pace con lo Stato, pagando solo il 5 per cento del capitale occultato. Mentre negli altri Paesi, rimarcò l’allora governatore di Bankitalia, Mario Draghi, è stato chiamato a pagare tutto il dovuto con gli interessi, senza la copertura dell’anonimato, garantita invece nella nostra Italia. E’ stato alimentato così il sospetto che, nel nostro Paese, chi fa il furbo, alla fine la fa sempre franca; al massimo gli sarà inflitta una lieve penitenza.

Che fare di fronte a questa realtà? Da un certo tempo la lotta all’evasione sembra procedere più decisamente e concretamente. Speriamo che continui senza sosta. Il presidente della Cei, cardinale Bagnasco, nell’ultimo Consiglio ha puntualizzato: “Evadere le tasse è peccato, se lo fa un religioso è uno scandalo”. Evasione fa rima con corruzione!. Se tutti, o almeno la gran parte degli italiani, pagassero le imposte, non sarebbero necessarie ulteriori manovre e “stangate”. Da un certo tempo ce lo richiama anche la tivù. Fino a non molto tempo fa non si è fatto molto contro l’evasione. Sarà necessaria, perché no?, una maggiore severità. Negli Stati Uniti (dove vi sono tante altre carenze) ci sono decine di migliaia di detenuti per reati fiscali. Intendiamoci: il carcere, da solo – pur necessario – non è un deterrente decisivo. E’ necessaria, attraverso la famiglia, la scuola, le associazioni e la Chiesa, una perseverante formazione ed educazione alla retta coscienza civile e morale.

Renato Perlini – Verona -

Testimone volontario

Storia del soldato britannico Denis Avey che entrò due volte ad Auschwitz per il «bisogno di sapere»

Testimone volontario

Prigioniero in un campo di lavoro vicino al lager vi trascorse pochi giorni sostituendosi a un ebreo

È una storia particolare quella di Denis Avey, classe 1919, testimone volontario dell’orrore della Shoah. E si fa fatica a credere fino in fondo che sia davvero accaduta. Durante l’ultimo conflitto mondiale Avey vestiva la divisa dell’esercito di sua maestà britannica. In Egitto fu catturato dai tedeschi e portato in un campo di prigionia vicino ad Auschwitz. Lì, «tormentato dal bisogno di sapere», di vedere per quanto possibile con i suoi occhi ciò che si intuiva, prese una decisione impensabile: sostituirsi a un detenuto ebreo che aveva conosciuto sul luogo del lavoro forzato che accomunava prigionieri di guerra e altri internati. Lo fece per due volte, indossando la casacca a righe con la stella gialla. Rimase nel famigerato lager solo per pochi giorni. Ma tanto gli bastò per osservare l’inferno.

Tornato libero avrebbe voluto testimoniare quanto visto, ma non ci riuscì; a guerra finita era più comodo celebrare l’eroismo piuttosto che interrogarsi sulle atrocità. «Nel 1945 nessuno aveva voluto ascoltarmi», dice oggi, a 93 anni, dopo aver deciso di scrivere le memorie di quell’incredibile avventura. Il libro è divenuto subito un bestseller in patria e in Italia — dove è uscito con il titoloAuschwitz. Ero il numero 220543 (Roma, Newton Compton, 2011, pagine 331, euro 9,90) — è già alla quindicesima edizione in due mesi, segno evidente della curiosità suscitata da una vicenda tanto inconsueta.

Il prologo del volume, scritto con il giornalista della Bbc Bob Broomby che lo aveva intervistato per la tv rendendo così nota per la prima volta la vicenda dopo sessantacinque anni, è storia recente. Parla della visita che Avey ha fatto al numero 10 di Downing Street il 22 gennaio 2010 su invito dell’allora premier Gordon Brown, colpito da quell’intervista, tanto da far inserire successivamente il nome di Denis Avey tra i ventisette inglesi «eroi dell’Olocausto».

Il racconto vero e proprio delle esperienze belliche è cronologico, iniziando dall’arruolamento volontario nel 1940, a 21 anni, nella 7ª Divisione britannica, i cosiddetti Desert Rats, e la successiva partenza a bordo di una nave dal porto di Liverpool. Da lì in poi c’è spazio per vicende di guerra più o meno ordinarie sul fronte africano, tra sanguinose battaglie e momenti di calma, tra atti eroici e paura. Fino alla cattura. Ed è da qui che i ricordi si fanno più drammatici, entrando nel vivo della tragedia della Shoah.

È il 1943 e Avey viene mandato nel campo di prigionia E715, sette chilometri da Monowitz (noto come Auschwitz III). I soldati inglesi e gli ebrei lavoravano insieme alla costruzione di una fabbrica della ig Farben, il colosso della chimica che avrebbe prodotto una gomma sintetica indispensabile alla macchina da guerra nazista. Spartivano gli stenti, il peso di undici ore di fatica al giorno, ma non le vessazioni, le torture, le esecuzioni arbitrarie, che erano riservate solo a quegli uomini ombra con l’uniforme a righe e il volto terreo.

«Molti di loro — ricorda l’anziano — ci imploravano, semmai fossimo riusciti a fare ritorno a casa, di raccontare al mondo ciò che avevamo visto. Gli uomini a righe sapevano bene quale fosse il destino in serbo per tutti loro. La prova era nel tanfo che usciva dai crematori. E sì che anche noi avevamo sentito le voci che giravano a proposito delle camere a gas e delle selezioni, ma io non potevo accontentarmi delle dicerie. Le parole “congettura” e “ipotesi” non appartengono al mio vocabolario. Se anche non avevo cognizione delle differenze tra un campo e l’altro, dovevo scoprire a tutti i costi cosa stesse trasformando quegli esseri umani in ombre».

Fu così che l’anno successivo Denis Avey decise che non poteva restare lì senza sapere che cosa accadeva realmente dietro l’altro reticolato. «Con il trascorrere delle settimane — racconta — riuscii di tanto in tanto a scambiare qualche parola con Hans (un prigioniero ebreo, ndr), e nella mia mente prese forma l’idea di prendere il suo posto». Convinse Hans, ben lieto, nonostante il rischio mortale, di poter mangiare qualche pasto decente; studiò i movimenti di prigionieri e guardie, quindi agì, corrompendo qualche kapò. E mettendo volontariamente a rischio la propria vita.

Ciò che vide non è differente da quanto testimoniato dagli ebrei sopravvissuti: il denso e ininterrotto fumo delle ciminiere dei forni crematori, i cadaveri ammassati, le brutali e immotivate violenze che non risparmiavano neppure i bambini, le terribili condizioni cui erano sottoposti i deportati. Nel ricordo c’è dunque tutto l’orrore di quella caduta nell’abisso della peggiore abiezione umana. Ma c’è chi mette in dubbio la veridicità della storia. Il «Daily Mail», insospettito da un così lungo silenzio, si è chiesto se Avey non si sia inventato tutto. Dalle pagine del giornale ex deportati e prigionieri, alcuni storici e rappresentanti di organizzazioni ebraiche mettono in dubbio il suo racconto sia perché è simile a quello già noto di un altro prigioniero all’E751, Charles Coward, sia per diverse incongruenze, come il passaggio sotto il cartello Arbeit macht frei perchè questo era all’ingresso del campo Auschwitz i e non del III dove Avey afferma di essersi introdotto. E soprattutto temono che questa vicenda, oltre che un insulto alla memoria delle vittime, possa fornire ulteriori motivi ai negazionisti. Eppoi resta il dato essenziale che non c’è nessuno oggi che possa confermare quei fatti.

Così come nessuno può avvalorare direttamente un’altra storia contenuta nel libro, meno straordinaria ma non meno significativa, anzi sicuramente meritoria visto che riguarda la salvezza di una vita umana. In quello stesso periodo Avey incontrò Ernst Lobenthal, ebreo tedesco che gli confidò di avere una sorella rifugiata a Birmingham, chiedendogli di farle avere sue notizie. L’inglese promise di farlo e riuscì in qualche modo a raggiungerla attraverso una lettera in codice inviata a sua madre. w Quest’ultima contattò la sorella di Ernst e alcuni mesi dopo attraverso la Croce Rossa Avey ricette duecento pacchetti di sigarette. Un tesoro inestimabile nel campo, dove valevano più dell’oro.

Quelle sigarette, passate con non pochi rischi una stecca alla volta, furono essenziali per mantenere in vita Ernst ad Auschwitz. Non solo. Servirono anche a procurargli il paio di scarpe che gli permise di sopravvivere alla terribile marcia tra i ghiacci cui gli ebrei ancora vivi furono costretti dai tedeschi in fuga per evacuare il campo e che fece altre migliaia di vittime. Fu lo stesso Lobenthal a raccontare questa storia in un’intervista per la Shoah Foudation, sette anni prima della sua morte negli Stati Uniti nel 2002. Ma questa testimonianza non pare sufficiente per il riconoscimento di Avey come Giusto tra le Nazioni poiché, spiegano allo Yad Vashem, non c’è nessun altro sopravvissuto per confermare la storia.

C’è tuttavia anche chi non meno autorevolmente ritiene credibile, e quindi veritiero, l’intero racconto. Come il noto storico Sir Martin Gilbert, il quale nella prefazione definisce il libro «di capitale importanza, perché ci riporta subito alla mente i pericoli che incombono sulla società quando intolleranza e razzismo riescono a mettere radici. Denis Avey ci avverte che fascismo e genocidio non sono scomparsi; anzi, come ha precisato, “potrebbero verificarsi anche qui”. E ciò potrebbe davvero succedere ovunque, e ogni volta che permettiamo alla civiltà di corrompersi, o di farsi rovinare dalla malvagità e dal desiderio di distruzione».

Gaetano Vallini

29 gennaio 2012

Se bastasse far sparire il libro: La lega. L’idiota in politica, per farli diventare intelligenti, sarei disposto a bruciare tutte le copie. Come fecero i nazisti.

Dibattere? Leggere? Tollerare? Non rientra nel loro Dna, loro si mettono le corna in testa, si attaccano al fiasco ed attaccano la solita sinfonia, padania libera e Roma ladrona. Ed ancora ci credono, Maroni a Verona ha detto che andranno alle elezioni sa soli e diventeranno il primo partito del nord. Si punterei 10 euro, come rubare la mancia ad un bambino.
Certo che una collezione di idioti come i sindaci della lega è difficile da mettere insieme, solo loro sono riusciti nell’impresa, basti pensare a quello di Cittadella, Adro, adesso pure quello di Sesto Calende tale Marco Colombo, evidentemente puntano ad eleggere come primo cittadino il più idiota e ne vanno orgogliosi.
Colombo ne ha studiata una nuova, originale, la censura preventiva legale di un libro.
Il tipo è astuto non ne ha fatto un rogo in piazza e non ha preso iniziative plateali come quello di Adro ma ha messo in campo una strategia ben precisa che nulla toglie al regime psicologico dei nazileghisti.
Si tratta di un libro di una antropologa francese, Lynda Dematteo  dal titolo: L’idiota in politica. Antropologia della lega nord.
Ora Marco Colombo, il sindaco di Sesto Calende, è più furbo di Cota e del Trota e quando ha visto il libro nella biblioteca comunale, nella quale forse è entrato per un problema impellente fisiologico, ed ha notato il libro ha subito avuto il colpo di genio per farlo sparire.
Sappiamo che anche l’imbecille del paese, per confermare la regola, ha dei colpi di genio inconsapevoli e Colombo ne ha avuto uno.
Intanto ha capito che il titolo era tutto un programma, l’idiota in politica, seguito da una parola sconosciuta ed incomprensibile ma chiuso dalla lega nord è riuscito a stabilire un collegamento tra l’idiozia e la lega nord al quale non aveva ancora pensato.
E’ in quel momento che gli si è accesa la lampadina del genio, quel libro doveva sparire ma senza dare nell’occhio, provocare l’indignazione nazionale come quando in suo collega di Adro ha tolto la mensa ai bambini, ci voleva una mossa astuta e lui è astuto.
La tecnica per far sparire il libro dagli scaffali della biblioteca comunale è molto semplice ed è proprio nelle cose semplici che si manifesta il genio, far prendere in prestito il libro dalla biblioteca comunale dai compari più fidati della lega in modo da renderlo introvabile.
La prima a tenere in ostaggio il libro, per tre o quattro mesi, è stata l’assessore alla cultura di Sesto Calende, Silvia Fantino.
Si presume che almeno l’assessore alla cultura sappia leggere e Colombo, oltre a far sparire il libro dagli scaffali, aveva una curiosità.
Idiota e lega nord l’aveva capito, aveva anche realizzato che non fosse proprio un complimento, ma antropologia che cacchio vuol dire?
L’unica soluzione era dare il libro all’assessore alla cultura, Silvia Fantino, nella speranza che almeno lei fosse in grado di spiegarne il significato. Temo che due o tre sedute comunali non siano state sufficienti a spiegare il significato della parola misteriosa.
Ad ogni modo il libro non poteva restare a disposizione dei cittadini di Sesto Calende che sanno leggere, praticamente tutti gli avversari politici della lega, e per far questo l’hanno preso in prestito i militanti più fidati.
Due piccioni con una fava, intanto il libro diventava introvabile e poi c’era la certezza, assoluta, che non l’avrebbero letto.
Tra l’altro la Fantino ha confermato al sindaco  che il testo è fazioso, creando ancora più casino, perchè Colombo le ha risposto, e cosa c’entra Fazio?
Comunque se l’assessora alla cultura l’ha bocciato Colombo, che si fida di lei, si è adeguato al volo ed ha messo in atto la strategia organizzando il prestito forzato a rotazione da parte dei leghisti più fidati, dopotutto si tratta di tenerlo in consegna qualche mese in un luogo fresco ed asciutto.
I leghisti sono ossessionati dalla libertà della padania, è uno degli slogan più ripetuti ai loro raduni, dal secondo fiasco in su c’è sempre qualcuno che fa partire lo slogan: padania libera! padania libera!
Non ho capito che senso ha la libertà per i leghisti, vogliono la padania libera e blindare il resto con il pensiero unico?
Questo è  comunismo e loro dicono di essere anticomunisti.
E’ anche vero che non hanno mai detto di essere antifascisti, in questo sono coerenti, infatti sono nazileghisti, idioti. Come le iniziative repellenti dei loro sindaci.

La Lega. L’idiota in Politica. La Censura.

 

“I diritti dei nuovi figli d´Italia” (Ezio Mauro).

Gli opposti populismi, che sempre più parlano la stessa lingua in questa Italia in cui la politica si rattrappisce, hanno finalmente trovato un bersaglio comune, di alto rango: è la proposta di introdurre anche nel Paese dello “ius sanguinis” il principio dello “ius soli”, concedendo la cittadinanza ai bambini che sono nati in Italia da genitori stranieri.
L´idea era stata sollevata dal segretario del Pd Bersani alle Camere, al momento della fiducia per il governo Monti; poi, rilanciata con forza dal presidente della Repubblica Napolitano, secondo il quale «negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati sarebbe una vera assurdità». Oggi anche il presidente della Camera Fini e il ministro della Cooperazione Riccardi riprendono il tema, come il presidente della Cei Bagnasco, e lo ripropongono all´attenzione delle forze politiche e del Parlamento: dove sono state presentate proposte di legge in questo senso, mentre nel Paese diverse organizzazioni stanno raccogliendo le firme per abolire la normativa del 1991.
Stiamo parlando di un milione di bambini, i figli degli stranieri residenti in Italia. Poco più della metà, 650 mila, sono nati nelle strutture del servizio sanitario nazionale. Venuti al mondo, dunque, nel nostro Paese, in ospedali italiani, figli di immigrati che hanno scelto di vivere e lavorare qui e che iscriveranno questi bambini agli asili comunali e alle scuole italiane, perché crescano con la lingua, l´istruzione e la cultura del Paese che li ospita.
Ora, come vogliamo pensare al rapporto tra il nostro Stato e quei ragazzi che sono nati nel suo territorio, spesso dopo una fuga dei genitori dalla fame, dalla miseria e dalla dittatura? Nella storia delle loro famiglie questo Paese rappresenta una sponda di civiltà e di sicurezza, dove appoggiare un futuro di libertà e di speranza: e dove – proprio per queste ragioni – poter investire per la crescita dei proprio figli, la prima generazione che nasce e vive nell´Europa dei diritti e della democrazia, l´Europa dei cittadini e delle istituzioni, in quell´Occidente che racconta se stesso – e noi vogliamo crederci – come la patria delle libertà, dello sviluppo, dell´uguaglianza delle opportunità, addirittura della fraternità.
Quei bambini venuti a nascere in Italia, sanno di essere nati in un Paese libero, come uomini finalmente liberi. Ma sanno che non saranno cittadini, non diventeranno italiani. Studieranno la nostra storia, l´epopea del Risorgimento, le radici di Roma e dei Cesari, la Costituzione repubblicana, parleranno la nostra lingua con gli accenti dei nostri dialetti, lavoreranno nelle fabbriche e negli uffici, sposeranno magari italiani e italiane. Ma resteranno stranieri, qualunque cosa facciano anno dopo anno, comunque la facciano, soltanto perché sono figli di stranieri.
È l´ultima, nuovissima forma del peccato originale: una sorta di “peccato d´origine”, incancellabile, in un Paese che ha paura della diversità perché ha incertezza d´identità (tanto che persino il dato storico del centocinquantenario dell´unità viene ridotto a polemica politica contingente), e teme la perdita della vecchia uniformità vissuta più come un mito della tradizione che come una realtà. Come può spaventare la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia? Come non capire che la stessa identità nazionale, oggi, è in movimento continuo esposta com´è al contagio di culture diverse, alla complessità del sociale, alla pluralità dei soggetti con cui dobbiamo non solo convivere, ma scambiare e interagire?
La paura della cittadinanza separa queste identità ed esalta le differenze, riduce gli individui ai gruppi di origine, ripropone di fatto il modello distintivo delle tribù dentro il contesto dilatato e avvolgente della globalizzazione. Col peccato d´origine, gli steccati sono per sempre e le culture vengono concepite come strutture statiche, che non possono evolvere o mettersi in movimento, ma devono rimanere immobili e soprattutto chiuse. È il disegno di una società spaventata in un Paese che vede l´immigrazione altrui solo come un problema, mentre esalta le proprie radici magari mentre nega la sua storia.
È evidente che l´immigrazione comporta anche un problema di sicurezza, di spaesamento, a cui bisogna rispondere. Ma proprio per questo, come si può pensare che la risposta sia un modello sociale per cui si vive sullo stesso suolo, sottoposti alla medesima sovranità, formati dalle stesse scuole ma con due livelli diversi di cittadinanza? Tutto ciò comporta differenze non soltanto sociali, ma nei diritti, cioè nella sostanza democratica che è a fondamento del nostro discorso pubblico. Col risultato – pericoloso – che la democrazia rischia di non avere sostanza concreta per una categoria di persone che vive in mezzo a noi, noi per i quali soltanto vale il concetto pieno e realizzato di società democratica.
Ma dal punto di vista delle generazioni future, persino dal punto di vista della sicurezza, domandiamoci che Paese prepariamo se c´è tra noi chi considera la democrazia come un concetto non assoluto ma relativo, addirittura un privilegio di alcuni, che contempla gradi minori e persino esclusioni. Dunque un concetto per nulla universale e nemmeno neutrale, ma strumentale, perché avvantaggia alcuni a danno di altri. E infatti, per gli altri non usiamo ormai nemmeno più il termine “straniero”, che presuppone una dimensione culturale, una scoperta, un viaggio o un percorso, ma li riduciamo alla categoria geometrica, spaziale e binaria di “extra”, dove conta solo l´esito finale: dentro o fuori.
Se guardiamo avanti, ai prossimi anni, l´idea di Paese che il rifiuto della cittadinanza propone è quella di uno Stato-armadio, dove è previsto che le diverse culture si vivano semplicemente accanto, separate ed appese ognuna alla sua presunta radice: culture condannate a riprodursi nella separazione, magari ostili, certamente diffidenti, per definizione impermeabili. Come se la libertà e la democrazia non avessero fiducia in sé e nella loro capacità di far crescere, di contagiare, di seminare valori in chi le frequenta, le pratica e ne beneficia.
Dicendo questo non penso alla cittadinanza come strumento di assimilazione e riduzione delle diversità. Penso che l´Italia può offrire a chi sceglie di vivere e lavorare qui dei valori come la democrazia e l´uguaglianza e un metodo per valorizzarli nella vita sociale, che è proprio la cittadinanza. Il nostro modo di vivere è una cultura, e come tale sarà per forza di cose influenzato dalla convivenza e dal confronto con gli altri, non è un modello, come ogni cultura è mobile e negoziabile, un sistema in movimento insieme con gli altri, nel gioco del dialogo, dello scambio, del confronto. Ma la democrazia non è una cultura, è un valore di fondamento, su cui si regge lo Stato e la sua convivenza. Uno Stato neutro rispetto alle culture diverse, non rispetto ai principi democratici.
Questo Stato non può dunque non preoccuparsi del rischio che livelli diversi di democrazia e di partecipazione ai diritti facciano crescere fenomeni pericolosi di marginalità, di alterità, di ghettizzazione (e autoghettizzazione). Solo l´emancipazione attraverso il lavoro e la cittadinanza è la possibile salvaguardia, è la vera inclusione. Solo così, può valere fino in fondo il richiamo alle nostre leggi, alla regola democratica in cui crediamo. Leggi che devono essere pienamente rispettate da uomini pienamente liberi, perché diventati finalmente – grazie al nostro Paese – compiutamente cittadini.

Da La Repubblica del 28/01/2012.

“I diritti dei nuovi figli d´Italia” (Ezio Mauro).

Gli opposti populismi, che sempre più parlano la stessa lingua in questa Italia in cui la politica si rattrappisce, hanno finalmente trovato un bersaglio comune, di alto rango: è la proposta di introdurre anche nel Paese dello “ius sanguinis” il principio dello “ius soli”, concedendo la cittadinanza ai bambini che sono nati in Italia da genitori stranieri.
L´idea era stata sollevata dal segretario del Pd Bersani alle Camere, al momento della fiducia per il governo Monti; poi, rilanciata con forza dal presidente della Repubblica Napolitano, secondo il quale «negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati sarebbe una vera assurdità». Oggi anche il presidente della Camera Fini e il ministro della Cooperazione Riccardi riprendono il tema, come il presidente della Cei Bagnasco, e lo ripropongono all´attenzione delle forze politiche e del Parlamento: dove sono state presentate proposte di legge in questo senso, mentre nel Paese diverse organizzazioni stanno raccogliendo le firme per abolire la normativa del 1991.
Stiamo parlando di un milione di bambini, i figli degli stranieri residenti in Italia. Poco più della metà, 650 mila, sono nati nelle strutture del servizio sanitario nazionale. Venuti al mondo, dunque, nel nostro Paese, in ospedali italiani, figli di immigrati che hanno scelto di vivere e lavorare qui e che iscriveranno questi bambini agli asili comunali e alle scuole italiane, perché crescano con la lingua, l´istruzione e la cultura del Paese che li ospita.
Ora, come vogliamo pensare al rapporto tra il nostro Stato e quei ragazzi che sono nati nel suo territorio, spesso dopo una fuga dei genitori dalla fame, dalla miseria e dalla dittatura? Nella storia delle loro famiglie questo Paese rappresenta una sponda di civiltà e di sicurezza, dove appoggiare un futuro di libertà e di speranza: e dove – proprio per queste ragioni – poter investire per la crescita dei proprio figli, la prima generazione che nasce e vive nell´Europa dei diritti e della democrazia, l´Europa dei cittadini e delle istituzioni, in quell´Occidente che racconta se stesso – e noi vogliamo crederci – come la patria delle libertà, dello sviluppo, dell´uguaglianza delle opportunità, addirittura della fraternità.
Quei bambini venuti a nascere in Italia, sanno di essere nati in un Paese libero, come uomini finalmente liberi. Ma sanno che non saranno cittadini, non diventeranno italiani. Studieranno la nostra storia, l´epopea del Risorgimento, le radici di Roma e dei Cesari, la Costituzione repubblicana, parleranno la nostra lingua con gli accenti dei nostri dialetti, lavoreranno nelle fabbriche e negli uffici, sposeranno magari italiani e italiane. Ma resteranno stranieri, qualunque cosa facciano anno dopo anno, comunque la facciano, soltanto perché sono figli di stranieri.
È l´ultima, nuovissima forma del peccato originale: una sorta di “peccato d´origine”, incancellabile, in un Paese che ha paura della diversità perché ha incertezza d´identità (tanto che persino il dato storico del centocinquantenario dell´unità viene ridotto a polemica politica contingente), e teme la perdita della vecchia uniformità vissuta più come un mito della tradizione che come una realtà. Come può spaventare la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia? Come non capire che la stessa identità nazionale, oggi, è in movimento continuo esposta com´è al contagio di culture diverse, alla complessità del sociale, alla pluralità dei soggetti con cui dobbiamo non solo convivere, ma scambiare e interagire?
La paura della cittadinanza separa queste identità ed esalta le differenze, riduce gli individui ai gruppi di origine, ripropone di fatto il modello distintivo delle tribù dentro il contesto dilatato e avvolgente della globalizzazione. Col peccato d´origine, gli steccati sono per sempre e le culture vengono concepite come strutture statiche, che non possono evolvere o mettersi in movimento, ma devono rimanere immobili e soprattutto chiuse. È il disegno di una società spaventata in un Paese che vede l´immigrazione altrui solo come un problema, mentre esalta le proprie radici magari mentre nega la sua storia.
È evidente che l´immigrazione comporta anche un problema di sicurezza, di spaesamento, a cui bisogna rispondere. Ma proprio per questo, come si può pensare che la risposta sia un modello sociale per cui si vive sullo stesso suolo, sottoposti alla medesima sovranità, formati dalle stesse scuole ma con due livelli diversi di cittadinanza? Tutto ciò comporta differenze non soltanto sociali, ma nei diritti, cioè nella sostanza democratica che è a fondamento del nostro discorso pubblico. Col risultato – pericoloso – che la democrazia rischia di non avere sostanza concreta per una categoria di persone che vive in mezzo a noi, noi per i quali soltanto vale il concetto pieno e realizzato di società democratica.
Ma dal punto di vista delle generazioni future, persino dal punto di vista della sicurezza, domandiamoci che Paese prepariamo se c´è tra noi chi considera la democrazia come un concetto non assoluto ma relativo, addirittura un privilegio di alcuni, che contempla gradi minori e persino esclusioni. Dunque un concetto per nulla universale e nemmeno neutrale, ma strumentale, perché avvantaggia alcuni a danno di altri. E infatti, per gli altri non usiamo ormai nemmeno più il termine “straniero”, che presuppone una dimensione culturale, una scoperta, un viaggio o un percorso, ma li riduciamo alla categoria geometrica, spaziale e binaria di “extra”, dove conta solo l´esito finale: dentro o fuori.
Se guardiamo avanti, ai prossimi anni, l´idea di Paese che il rifiuto della cittadinanza propone è quella di uno Stato-armadio, dove è previsto che le diverse culture si vivano semplicemente accanto, separate ed appese ognuna alla sua presunta radice: culture condannate a riprodursi nella separazione, magari ostili, certamente diffidenti, per definizione impermeabili. Come se la libertà e la democrazia non avessero fiducia in sé e nella loro capacità di far crescere, di contagiare, di seminare valori in chi le frequenta, le pratica e ne beneficia.
Dicendo questo non penso alla cittadinanza come strumento di assimilazione e riduzione delle diversità. Penso che l´Italia può offrire a chi sceglie di vivere e lavorare qui dei valori come la democrazia e l´uguaglianza e un metodo per valorizzarli nella vita sociale, che è proprio la cittadinanza. Il nostro modo di vivere è una cultura, e come tale sarà per forza di cose influenzato dalla convivenza e dal confronto con gli altri, non è un modello, come ogni cultura è mobile e negoziabile, un sistema in movimento insieme con gli altri, nel gioco del dialogo, dello scambio, del confronto. Ma la democrazia non è una cultura, è un valore di fondamento, su cui si regge lo Stato e la sua convivenza. Uno Stato neutro rispetto alle culture diverse, non rispetto ai principi democratici.
Questo Stato non può dunque non preoccuparsi del rischio che livelli diversi di democrazia e di partecipazione ai diritti facciano crescere fenomeni pericolosi di marginalità, di alterità, di ghettizzazione (e autoghettizzazione). Solo l´emancipazione attraverso il lavoro e la cittadinanza è la possibile salvaguardia, è la vera inclusione. Solo così, può valere fino in fondo il richiamo alle nostre leggi, alla regola democratica in cui crediamo. Leggi che devono essere pienamente rispettate da uomini pienamente liberi, perché diventati finalmente – grazie al nostro Paese – compiutamente cittadini.

Da La Repubblica del 28/01/2012.

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