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“Acqua più cara e privata” il popolo del referendum scende di nuovo in piazza (Corrado Zunino e Fabio Tonacci).
I comitati: tradito il voto. E le tariffe non calano Apertura del governo dopo le proteste: potrebbe essere cancellato il divieto per gli enti di diritto pubblico di gestire acquedotti e rete.
ROMA – Rischia di passare alla storia come il referendum tradito due volte. Tradito nei fatti, visto che niente si è mosso dopo che 27 milioni di italiani hanno votato “sì” il 12 e 13 giugno scorso alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato. Unica eccezione, la città di Napoli. Mortificato, poi, dalla bozza del decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti, che al momento, negando agli enti di diritto pubblico (le aziende speciali) di gestire acquedotti e rete, apre di nuovo ai privati il grande affare dell´acqua italiana. A sette mesi dal voto, le tariffe sono in aumento costante: +12,5% in media dal 2009. Gli ultimi ritocchi per la stagione in corso sono segnalati tra Vicenza e Padova (4%), a Modena (6%), nel Chietino (30 euro). I gestori sono sempre gli stessi. Gli investimenti sulla rete un terzo di quelli promessi: 600 milioni contro i due miliardi necessari per aggiustare reti colabrodo.
Ieri sera davanti a Montecitorio i comitati dell´acqua pubblica hanno organizzato un rumoroso sit-in per rispondere al sottosegretario all´Economia, Gianfranco Polillo, che aveva definito il referendum sull´acqua «un mezzo imbroglio». Ricevuti dal sottosegretario allo Sviluppo, Claudio De Vincenti, professore vicino al Pd che a giugno aiutò il comitato del “no”, ne hanno ricavato indicazioni incoraggianti. «Il sottosegretario ci ha fatto sapere che Monti non vuole passare come quello che ha affossato un referendum così popolare», urla al megafono Marco Bersani, leader del comitato per il “sì”. Le poche righe sul divieto alle “aziende speciali” potrebbero scivolare via domani in Consiglio dei ministri. Ci sono 24 ore di tempo per capire come fare senza tradire il grande impianto liberalizzatore del decreto.
Sulla carta il referendum era stato uno scacco matto alle spa in due mosse. Il primo quesito bloccava la corsa dei privati, lanciata dal governo Berlusconi. Il secondo toglieva la possibilità ai gestori di fare soldi con l´acqua, abrogando la norma che consentiva di ottenere profitti garantiti sulla tariffa caricando sulla bolletta un minimo del 7% (remunerazione del capitale investito). Questa quota di guadagno oggi si è attestata attorno al 20%, con picchi al Nord del 25%. «È partita la nostra campagna di obbedienza civile al referendum», dice Giuseppe De Marzo, portavoce di “A Sud”, «invitiamo gli utenti ad autoridursi la bolletta del 7 per cento».
Senza profitto, il privato esce. Ma non è andata così. Solo nell´Ato (Ambito territoriale ottimale) di Napoli si è passati da una spa pubblica (Arin spa) a un ente di diritto pubblico (Abc Napoli), quindi senza l´obbligo di fare profitti. Nel resto d´Italia, negli Ato dove il servizio idrico è gestito da spa miste (12), da privati (6), dai tre multicolossi Acea, Iren e A2A (13), non è cambiato niente. Non solo. I sindaci non hanno avuto la forza né i fondi per eliminare dalle bollette la remunerazione del capitale investito. Nichi Vendola, governatore della Puglia, tra i primi sostenitori dell´acqua pubblica, ha provato a spiegarlo ai lettori del Manifesto: «I sindaci non possono autorizzare una riduzione, a questo corrisponderebbe la diminuzione degli investimenti su acqua, fogne, salute».
Federutility raggruppa le imprese idriche ed energetiche e spiega: «L´Italia ha le bollette dell´acqua più basse al mondo e questo produce un elevato consumo, ma non ci sono soldi per i depuratori». L´abrogazione del 7%, dicono, non si applica ai piani d´ambito in corso: se ne riparlerà tra quindici anni. Sostiene Alberto Lucarelli, giurista e assessore ai Beni comuni di Napoli: «Non sono validi atti amministrativi e contratti basati su una legge che è stata abrogata». Abrogata dal referendum da 27 milioni.
Da La repubblica del 19/01/2012.
“Acqua più cara e privata” il popolo del referendum scende di nuovo in piazza (Corrado Zunino e Fabio Tonacci).
I comitati: tradito il voto. E le tariffe non calano Apertura del governo dopo le proteste: potrebbe essere cancellato il divieto per gli enti di diritto pubblico di gestire acquedotti e rete.
ROMA – Rischia di passare alla storia come il referendum tradito due volte. Tradito nei fatti, visto che niente si è mosso dopo che 27 milioni di italiani hanno votato “sì” il 12 e 13 giugno scorso alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato. Unica eccezione, la città di Napoli. Mortificato, poi, dalla bozza del decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti, che al momento, negando agli enti di diritto pubblico (le aziende speciali) di gestire acquedotti e rete, apre di nuovo ai privati il grande affare dell´acqua italiana. A sette mesi dal voto, le tariffe sono in aumento costante: +12,5% in media dal 2009. Gli ultimi ritocchi per la stagione in corso sono segnalati tra Vicenza e Padova (4%), a Modena (6%), nel Chietino (30 euro). I gestori sono sempre gli stessi. Gli investimenti sulla rete un terzo di quelli promessi: 600 milioni contro i due miliardi necessari per aggiustare reti colabrodo.
Ieri sera davanti a Montecitorio i comitati dell´acqua pubblica hanno organizzato un rumoroso sit-in per rispondere al sottosegretario all´Economia, Gianfranco Polillo, che aveva definito il referendum sull´acqua «un mezzo imbroglio». Ricevuti dal sottosegretario allo Sviluppo, Claudio De Vincenti, professore vicino al Pd che a giugno aiutò il comitato del “no”, ne hanno ricavato indicazioni incoraggianti. «Il sottosegretario ci ha fatto sapere che Monti non vuole passare come quello che ha affossato un referendum così popolare», urla al megafono Marco Bersani, leader del comitato per il “sì”. Le poche righe sul divieto alle “aziende speciali” potrebbero scivolare via domani in Consiglio dei ministri. Ci sono 24 ore di tempo per capire come fare senza tradire il grande impianto liberalizzatore del decreto.
Sulla carta il referendum era stato uno scacco matto alle spa in due mosse. Il primo quesito bloccava la corsa dei privati, lanciata dal governo Berlusconi. Il secondo toglieva la possibilità ai gestori di fare soldi con l´acqua, abrogando la norma che consentiva di ottenere profitti garantiti sulla tariffa caricando sulla bolletta un minimo del 7% (remunerazione del capitale investito). Questa quota di guadagno oggi si è attestata attorno al 20%, con picchi al Nord del 25%. «È partita la nostra campagna di obbedienza civile al referendum», dice Giuseppe De Marzo, portavoce di “A Sud”, «invitiamo gli utenti ad autoridursi la bolletta del 7 per cento».
Senza profitto, il privato esce. Ma non è andata così. Solo nell´Ato (Ambito territoriale ottimale) di Napoli si è passati da una spa pubblica (Arin spa) a un ente di diritto pubblico (Abc Napoli), quindi senza l´obbligo di fare profitti. Nel resto d´Italia, negli Ato dove il servizio idrico è gestito da spa miste (12), da privati (6), dai tre multicolossi Acea, Iren e A2A (13), non è cambiato niente. Non solo. I sindaci non hanno avuto la forza né i fondi per eliminare dalle bollette la remunerazione del capitale investito. Nichi Vendola, governatore della Puglia, tra i primi sostenitori dell´acqua pubblica, ha provato a spiegarlo ai lettori del Manifesto: «I sindaci non possono autorizzare una riduzione, a questo corrisponderebbe la diminuzione degli investimenti su acqua, fogne, salute».
Federutility raggruppa le imprese idriche ed energetiche e spiega: «L´Italia ha le bollette dell´acqua più basse al mondo e questo produce un elevato consumo, ma non ci sono soldi per i depuratori». L´abrogazione del 7%, dicono, non si applica ai piani d´ambito in corso: se ne riparlerà tra quindici anni. Sostiene Alberto Lucarelli, giurista e assessore ai Beni comuni di Napoli: «Non sono validi atti amministrativi e contratti basati su una legge che è stata abrogata». Abrogata dal referendum da 27 milioni.
Da La repubblica del 19/01/2012.
La legge è uguale per tutti. (Salvo eccezioni)
Era il 17 giugno 2011 quando Marco Travaglio, tra gli applausi del pubblico esordiva a Tutti in Piedi. “Un tempo i filosofi per prendersi in giro si divertivano ad inventare dei ragionamenti a cavolo per insegnare alla gente come non si ragiona. Tipo il sillogismo di Montaigne. Il salame fa bere. Il bere disseta. Dunque il salame disseta. O il sillogismo di Ionesco. Tutti i gatti sono mortali. Socrate è mortale. Quindi Socrate è un gatto. Quei sillogismi a cavolo sembrano logica pura al confronto di come ragionano i politici italiani”.
In effetti è così. A differenza dei filosofi, però, che si prendevano in giro tra loro, i politici prendono in giro a noi e ci insegnano come funziona a Montecitorio. E a dire che i loro “sillogismi” sono davvero pensati bene. La legge è uguale per tutti. Noi non siamo i tutti. La legge non è uguale per noi. Fino al 1993 esisteva l’immunità per deputati e senatori, regolata dall’articolo 68 della Costituzione. Dopo le modifiche, un magistrato per procedere nei confronti di un parlamentare ha bisogno di autorizzazione solo per le richieste di arresto, perquisizioni e intercettazioni. Se sei un parlamentare, per essere arrestato le aule devono votare il tuo arresto. Se si vota “si” vai in carcere. Altrimenti puoi continuare a fare i cavoli tuoi. E nel nostro parlamento si sono avute tante di quelle grazie, che neanche Dio le ha concesse.
Partiamo da Milanese. Tutto parte quando l’imprenditore Paolo Viscione scopre di essere indagato per reati finanziari. Ad informarlo è lui. Milanese. Il quale, però, si impegna in cambio di soldi e regali, di occuparsi della questione e di risolverla nel miglior modo possibile. L’imprenditore dichiara di aver dato in cambio oltre un milione di euro. Milanese viene accusato anche di aver ricevuto altri beni in cambio delle nomine in società controllate dal ministero dell’economia. Intanto Milanese paga l’affitto, che costa 8.500 € al mese, di una casa in via Campo Marzio, a Roma, vicina a Montecitorio. Tutto normale. Solo che ad abitarci non è lui, ma l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nel frattempo il Pm Vincenzo Piscitelli trasmette alla Camera dei Deputati per l’autorizzazione all’arresto un ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti del deputato, accusato di corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio e associazione per delinquere. E’ il 22 settembre 2011 quando l’aula della Camera, con 312 “si” salva Milanese dal carcere.
Senza dimenticare Tedesco. E’ il lontano ottobre 2007 quando la procura, raccogliendo le accuse dell’IDV apre un’inchiesta. L’IDV e il centro-destra accusavano Tedesco che “da quando era assessore, le imprese del figlio, tra cui la Eurohospital avevano aumentato il loro fatturato”. Aveva aggiunto, inoltre, due cliniche private sovvenzionate dalla regione Puglia, che compravano i prodotti dai suoi figli. Nel 2008 cade il governo Prodi. L’assessore viene inserito tra le liste del PD, ma è il primo dei non eletti. Tutto cambia nel giro di un anno. Nel 2009 ci sono le elezioni europee. Il senatore Paolo De Castro viene candidato, vince e va al parlamento europeo. Il PD copre il seggio scoperto con Tedesco. E’ il 15 luglio 2009. E’ il 24 febbraio 2011 quando arriva dalla procura di Bari la richiesta per l’arresto. E’ accusato di associazione a delinquere. Il Senatore chiede di dire si al suo arresto, ma l’aula del senato glielo nega con 151 “no”.
Per finire con Cosentino. Molte sono le accuse mosse contro di lui. Nel settembre 2008 viene accusato con il suo ruolo nel riciclaggio abusivo di rifiuti tossici. Scrivevano Marco Lillo e Antonio Massari su Il Fatto Quotidiano che i “magistrati di Napoli volevano arrestare Nicola Consentino perchè lo consideravano il vero regista del consorzio Ce4 e della Eco4 SPA dei fratelli Orsi, poi arrestati perchè ECO4 è il paradigma dell’impresa camorristica”. Nel 2009 viene chieste alla camera una custodia cautelare per il concorso esterno in associazione camorristica. Altre accuse si leggono su un articolo di Roberto Saviano, “Il Patto Scellerato” su La Repubblica. Proprio ieri la Camera salva, però, Cosentino respingendo la richiesta di arresto avanzata dai pm di Napoli con 309 “si”.
Tutto questo senza prendere in considerazione le leggi ad personam e ad castam che si sono fatti e che puntualmente si continueranno a fare.
Seconda edizione Olimpiadi nazionali Asso della grammatica – Le olimpiadi dal volto ludico e lo sguardo didattico Seconda edizione – a.s. 2011-12
Le olimpiadi dal volto ludico e lo sguardo didattico
Destinatari: scuole secondarie di primo grado e primo biennio delle scuole secondarie di secondo grado
Iscrizioni: 1 novembre 2011 – 31 gennaio 2012
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La Puglia di Vendola, dove l’acqua costa quanto la benzina.
Un metro cubo d’acqua costa € 1,60: praticamente quanto un litro di verde. E spesso gli abitanti restano coi rubinetti a secco.
Lo diceva già Gaetano Salvemini che l’Acquedotto pugliese ha sempre dato «più da mangiare che da bere». Non è quindi una novità se l’Aqp, la Spa a capitale interamente della Regione Puglia che ne ha raccolto l’eredità, occupa 2mila persone e dichiara di perdere almeno il 35% dell’acqua che trasporta, mette in bilancio ricavi per 442 milioni di euro, prevede di averne 17 in più quest’anno, altri 15 l’anno prossimo e 13 nel 2014, ma di ridurre la tariffa per i consumatori non ci pensa neppure. Anzi.
Nel biennio 2007-2008 la tariffa è aumentata del 10%, nel biennio scorso è aumentata del 17,5% malgrado nel resto d’Italia la bolletta abbia fatto registrare un calo medio dell’1,2%. A gennaio 2011 la giunta Vendola ha annunciato aumenti di un altro 10% fino al 2014, poi +2% nel 2015. Il bilancio 2010 si è chiuso perfino con 37 milioni di utili, e utili sono previsti anche per l’anno appena trascorso, ma la tariffa continuerà comunque a lievitare. Per il 2012 il ritocco verso l’alto è del 3,9%, come dire che oggi un metro cubo d’acqua pugliese costa 1,60 euro, praticamente quanto un litro di benzina.
Insomma malgrado il referendum abbia abolito la «remunerazione del capitale investito», un ricarico del 7% sulle bollette, e malgrado per quel referendum Vendola si sia speso lungo tutto lo Stivale, a Bari è come se non si sia votato affatto. A fronte di un costo medio per famiglia che su base nazionale si aggira intorno ai 201 euro, i pugliesi nel 2012 ne spenderanno 290, quasi 200 più dei lombardi, cento più dei vicini della Basilicata.
Dice Vendola che investirà per la riduzione delle perdite della rete e che comunque «bisogna evitare di precipitare nei burroni della demagogia». Lui lo dice. Ma allora perché non ai pugliesi non ha spiegato che la tariffa sarebbe aumentata anche dopo il referendum? «Nessuno me lo ha chiesto». Ci fosse l’acqua in Puglia, vabbè. Il punto è che piove poco, gli invasi di raccolta sono insufficienti e restano vuoti, le tubature fanno acqua e così ogni estate in alcuni Comuni del Tarantino o del Leccese arrivano le autobotti a distribuire razioni di acqua con le damigiane, scene da dopoguerra. Le previsioni dicono che il prossimo autunno la Puglia sarà senz’acqua, l’assessore invita alla danza della pioggia.
È che per Vendola le tasse e le tariffe, una volta aumentate, non calano più, quasi che rappresentino un suo diritto acquisito per consentirgli di spendere a piacimento. Ha creato una agenzia per ogni assessorato e attraverso le società in house aggira le leggi sulle assunzioni e gli appalti pubblici. Salvo minacciare a parole lo «spending review» sulle aziende partecipate. Il colmo del vendolismo di governo va in scena durante l’ultimo Consiglio regionale, si discute il bilancio. Il centrodestra chiede di abolire l’addizionale sull’accisa della benzina, visto che Vendola si è vantato di avere conti in ordine e un inatteso tesoretto fiscale. Risposta di Nichi: «Accolgo la proposta, ma la sposto avanti nel tempo». A babbo morto. Motivo: se anche togliessimo l’addizionale, i distributori di benzina non abbasserebbero il prezzo alla pompa, quindi tanto vale incassare e spendere. Il resto è demagogia.
di Antonio Cantoro (liberoquotidiano.it)
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Il vero evasore è lo Stato. Deve alle imprese 90 miliardi.
La pubblica amministrazione lascia a secco i creditori: il tempo medio per i pagamenti è 186 giorni. Maglia nera alla sanità: 40 miliardi il debito complessivo.
Pantalone non paga. E le imprese vanno in crisi. È il caso dell’Italia dove la Pubblica amministrazione, sempre pronta a battere cassa (e in fretta) nei confronti delle aziende insolventi, fa aspettare tempi biblici prima di saldare i conti con i suoi creditori.
L’importo del debito totale ammonta a 90 miliardi di euro, gli stessi che il neo ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, voleva restituire in BoT e titoli di Stato (ottima idea, approvata da tutte le associazioni di categoria, ma rimasta solo sulla carta). E il tempo medio per il rimborso di quanto spetta alle Pmi per i servizi forniti ammonta a 186 giorni lavorativi, oltre quattro mesi. Una bella differenza con gli altri Stati europei se si pensa che, in media, Francia, Germania e Regno Unito impiegano 53 giorni a saldare le fatture. Un dato che vede l’Italia come fanalino di coda dell’Europa a 27, dove la media totale dei pagamenti è di 63 giorni e dove una recente direttiva, votata quasi all’unanimità dal Parlamento di Strasburgo, ha fissato in 60 giorni il tetto limite.
La maglia nera, secondo una recente ricerca della Cgia di Mestre, spetta a ospedali e Asl: il debito dello Stato in camice bianco ha raggiunto, e probabilmente superato, quota 40 miliardi di euro, il 70% dei quali concentrati nelle regioni del Centro-Sud.
Emblematico il caso della Calabria dove i privati sono costretti a un’attesa media di 925 giorni prima che vengano onorate le pendenze. E la macchina burocratica mette in evidenza pericolosi segnali di un ulteriore rallentamento: dal 2009 il tempo medio è aumentato di 234 giorni, oltre sette mesi. Non se la passano meglio gli imprenditori che vantano crediti in Molise (829 giorni), Campania (771), Lazio (387), Sardegna (312) e Puglia (309).
Tutte al di sopra di una media nazionale che negli ultimi due anni è passata dalle 277 giornate del 2009 alle 299 del 2011 (anche se il dato non è ancora definitivo, visto che si riferisce soltanto ai primi 11 mesi). Le «eccellenze», se così si possono definire tempi di pagamento comunque superiori di quasi il doppio alla media Ue, si trovano tutte al Nord. In Trentino Alto Adige si attende 92 giorni, 94 in Friuli Venezia Giulia, 112 in Lombardia, 113 in Valle d’Aosta.
Ma quando tocca al privato pagare, in Italia la media scende drasticamente. Secondo una statistica di Fondazione Impresa il tempo si ferma a soli 47 giorni. Il privato di norma fa in fretta e salda il suo debito, quando invece tocca a Pantalone il portafoglio stenta ad aprirsi e per avere il proprio compenso si aspetta, si aspetta e si aspetta ancora. E così le aziende, specialmente le piccole e le medie, il famoso «tessuto connettivo» dell’economia del Paese, finiscono per dover sopravvivere quotidianamente con l’acqua alla gola. Alle fatture non saldate corrisponde una liquidità che si assottiglia e gli imprenditori sono costretti a indebitarsi per pagare dipendenti (che di solito vengono stipendiati regolarmente il 27 di ogni mese), fornitori (abbiamo visto che il tempo medio è di un mese e mezzo) e tasse (con Equitalia che va di fretta).
Finendo in un vortice che vede aumentare l’esposizione verso il sistema bancario in un momento come questo in cui gli istituti di credito difficilmente prestano denaro con facilità. È in atto un vero e proprio credit crunch, come evidenziato da Bankitalia nel suo rapporto sul secondo semestre 2011. Rubinetti chiusi per tutti, specialmente dalle banche piccole e medie sul territorio, generalmente quelle più vicine e inclini nei confronti delle Pmi.
Non a caso cresce a dismisura il numero dei contribuenti che ha chiesto al Fisco di poter rateizzare i propri debiti, nel 2011 il 10% in più rispetto al 2010: a marzo erano 1,1 milioni per un ammontare di 15 miliardi di euro. E anche il governo Monti si è accorto dell’emergenza inserendo nella manovra di Natale il provvedimento che estende a 72 mesi i tempi di pagamento per le imprese delle cartelle di Equitalia e che consente ai privati la vendita diretta dei beni pignorati, invece di vederli svenduti sottocosto alle aste fallimentari.
Un sasso nel mare per chi dallo Stato aspetta ancora 90 miliardi di euro.
(ILGIORNALE.IT)
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Agenzia viaggi Nichi Vendola. Una missione ogni 5 giorni.
Nel 2011 per Vendola e gli assessori della Puglia trasferte da New York a Sidney. La spesa? 784mila euro.
Bisogna ammetterlo: da quando c’è Nichi Vendola, la regione Puglia viaggia. Soprattutto il suo presidente: macina migliaia di chilometri, al prezzo di decine di migliaia di euro.
Ecco perché andrebbe completata la frase con cui il governatore ha varato il bilancio 2012: «Con la crisi quest’anno abbiamo avuto tutti l’idea di essere malati e privati di qualcosa». Tutti privati, tranne lui. La crisi non ha impedito a Nichi di impegnarsi febbrilmente nelle missioni all’estero, quei viaggi fatti in nome (e a spese) del contribuente all’insegna di una diplomazia estera che manco l’Onu. In un anno sono state firmate 67 delibere per autorizzare un’ottantina di missioni fatte dal presidente della Regione, dagli assessori della giunta, e dai funzionari dell’ente. A sfogliare le delibere del 2011 si riceve un’impressione netta: la Regione Puglia è più animata di un porto di mare, ogni cinque giorni in media qualcuno ha fatto le valigie ed è partito.
Tra gli ultimi viaggi che hanno trovato una copertura finanziaria c’è quello che Vendola ha fatto in Cina dal 7 al 14 novembre. Obiettivo della missione: rafforzare la cooperazione tra la provincia del Guangdong e le organizzazioni pugliesi del settore green economy. Vendola, come un novello Marco Polo si è incamminato lungo la via della seta in compagnia di Francesco Manna, suo capo di Gabinetto per un viaggio che è costato in tutto 24mila euro. «È importante essere qui in Cina, – ha commentato il governatore pugliese – perché è terra di innovazione e di prodigi». E in effetti prodigiosa è anche la cifra che Nichi e il suo accompagnatore sono riusciti a spendere per soggiornare negli alberghi del Guangdong e di Hangzhou, la seconda meta del pellegrinaggio cinese: 6.690 euro in tutto. Vale a dire in media 477 euro a testa per ogni notte passata nel Paese del dragone. E se le spese per il pernottamento fanno pensare a un trattamento da nababbo, quelle aeree non sono da meno: Vendola e Manna hanno speso infatti 6.371 euro.
Per capire i prodigiosi sviluppi dell’intesa tra Vendola e il Guangdong bisognerà aspettare, ma il leader Sel oltre a essere un navigatore è anche un sognatore. In Cina infatti ha avuto una visione e ha fatto una promessa: «Sogno un mondo in cui è possibile che migliaia di studenti pugliesi possano laurearsi qua e migliaia di studenti cinesi vengano a studiare in Puglia». Per questo ha raggiunto un accordo con la provincia cinese per istituire a Bari una sede dell’Istituto Confucio, il nono in Italia. Proprio quello che ci voleva.
La Regione Puglia è un faro di alacrità nel pianificare le missioni, un tour operator dalle innumerevoli risorse organizzative. E soprattutto economiche: a maggio è stata firmata la delibera per approvare la spesa di 784mila euro da destinare alle missioni. Magari Vendola dirà che è sempre meno del Milione di Marco Polo, chissà se i suoi elettori saranno d’accordo. L’ente spende in media più di duemila euro al giorno per far viaggiare il proprio presidente, gli assessori e i funzionari.
Di queste risorse, 675mila euro sono destinate proprio alle missioni all’estero: dalla sede della Regione Puglia non c’è angolo di mondo che non si possa raggiungere, New York, Sidney, Londra, Parigi, Siviglia sono solo alcune delle moltissime mete dei globetrotter pugliesi. E poi ci sono i viaggi tra Bruxelles e Bari, perché i funzionari devono raggiungere la città pugliese dall’ambasciata regionale in Belgio: 500 metri quadri in Rue de Throne che la Regione ha pagato 2milioni di euro. «Sarà un polo di accoglienza per tutta la comunità pugliese con pavimenti in pietra di Trani e decori di marmo della Murgia» aveva assicurato Vendola. Di certo, sui pavimenti destinati alle suole della comunità scorrono via veloci anche i trolley dei dirigenti in partenza per Bari.
(ILGIORNALE.IT)
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I piatti della tradizione natalizia da Nord a Sud dell’Italia,
26 dicembre 2011 – Malloreddus o agnolotti, brodo di cardone o minestra maritata, puntarelle o insalata di rinforzo? Da nord a Sud, da Est a Ovest, i piatti della nostra penisola legati alla tradizione natalizia sono tanti e fortemente simbolici.Le consuetudini sono diverse, come i piatti presenti in tavola, e non solo tra una regione e l’altra d’Italia, ma persino nello stesso paese. Eppure, nonostante le differenze, c’è sempre qualcosa che accomuna un po’ tutti.
Se non in tutta Italia si festeggia la Vigilia di Natale con lauta cena, la tombola con i fagioli o le bucce di mandarino sembrano essere appannaggio di molti. Se il pesce (vero, conservato o finto che sia) è il principe della cena o cenone del 24, il brodo, soprattutto di gallina, regna sovrano in molti pranzi di Natale. Quasi ovunque è presente la frutta secca, come le verdure di stagione, preparate nei modi più variegati. I dolci non si contano, ogni paese ha il suo mentre i piatti più popolari, senza i quali non sarebbe Natale, sono quasi per tutti quelli provenienti da una “cucina povera” che magicamente, in onore delle Sante Festività, diventa un concentrato di calorie per essere più nutriente.
Alcuni amici si sono gentilmente prestati a raccontarci il loro Natale e, con la debita premessa che ogni famiglia ha la sua tradizione, grazie alle loro golose e personalissime testimonianze, abbiamo provato a ripercorrere una piccola fetta del nostro stivale.
Se in Piemonte non è Natale senza agnolotti (specialità di pasta ripiena di carne tipica del Monferrato, ma presente in tutta la regione), in Valtellina non può mancare il cappone in brodo o la faraona arrosto e il panettone valtellinese (un concentrato di calorie con poca pasta e molta
uvetta, fichi e noci).
A Verona e nel gardese il cenone della Vigilia si imbandisce solo nelle case “miste”, quelle con una giusta percentuale di meridionali, ma per il pranzo di Natale non mancherà il lesso con la pearà, salsa realizzata con pane grattugiato, parmigiano o grana, midollo di bue, burro, brodo di carne e abbondante pepe, che è tradizionalmente accompagnata al bollito misto, detto anche lesso. E se pandori e panettoni hanno soppiantato il tradizionale nadalìn, il vaporoso e leggero panettone veronese modellato a forma di stella, un po’ gonfio nel centro, alcuni forni della zona (come alcune famiglie) continuano a regalarlo ai propri clienti.
A Modena, strano a pensarsi, si mangia pesce, ma solo conservato. Gli spaghetti con tonno, sgombro, acciughe e pomodoro (tutto in scatola) non devono mai mancare, ma nemmeno le frittelle di baccalà e il baccalà in umido con polenta, ma soprattutto le stortine, buone quanto indigeribili anguille cotte alla brace e marinate in aceto che, una volta messe in scatola diventano tutte storte, da cui il nome.
A Roma, dove la Vigilia è sacra (almeno per alcuni) come la messa di mezzanotte e la tombola con i fagioli non può mancare la minestra di pesce e tra le tante, la più nota è sicuramente la pasta e broccoli in brodo di arzilla. Spesso presenti gli spaghetti “co’ l’alice”, il capitone, l’anguilla fritta o in carpione e l’insalata di puntarelle (ben ghiacciate, condite all’ultimo momento – altrimenti “s’ammosciano” – con olio, aglio e filetti di acciuga dissalata), il torrone, la nociata, la pignoccata, il pangiallo e il pampepato e ovviamente la frutta secca.
In Sardegna, per il pranzo di Natale si consumano un numero consistente di antipasti: carciofi con la bottarga, coratella di agnello (fegato, cuore e paracuore), la “cordula” (intestino di agnello avvolto su se stesso e cotto in tegame, assoluto o con i piselli) e tanti altri. Tra i secondi di carne spiccano agnello e porcetto al forno. Ma tra tutti, il piatto più popolare rimangono i malloreddus piccoli gnocchi di semola, molto ruvidi al tatto e dalle varie forme, lunghi, larghi e con mille nomi a seconda del paese.
A Guardiagrele, in provincia di Chieti la portata principale del pranzo di Natale è un brodo di gallina detto “di cardone”, con cardo ridotto a pezzi e pallottoline piccole piccole di carne macinata, cubetti di pizza di mais e uovo battuto in mezzo al brodo.
A Napoli, per il cenone della Vigilia, protagonista assoluto è il pesce: frittelle di baccalà e baccalà fritto, spaghetti “a vongole”, frittura mista, pesce al forno e capitone. Sempre presenti i broccoli di Natale, chiamati in gergo “piere ‘e vruoccole”, ma guai se manca “l’insalata di rinforzo”, cavolfiore lesso, insaporito da alici salate, olive e “papaccelle napoletane” ( peperoni conservati nell’aceto).
In Puglia non mancheranno le pettole o pittule, frittelle di pasta lievitata, arricchite di pomodoro, capperi, olive o ricotta, salame, baccalà e lampascioni.
In Calabria, dove tradizione vuole che si mangi pesce per il cenone della Vigilia, in alcuni paesi pare che le pietanze in tavola debbano essere tredici. Il peperoncino, ovviamente, non manca mai, come sugli spaghetti con mollica di pane e alici. I dolci, tanti, sono solitamente i turdilli o cannaricoli, gnocchi di pasta fritti e passati nel mosto cotto e nel miele; le scaliddre (dolce “accompagnato” da glassa zuccherata o cioccolato fondente) e la pitta ‘mpigliata.
A Palermo, lo sfincione (pizza tipica a base di cipolla) si mangia anche a Natale insieme ai cardi in pastella e alla gallina in brodo, l’”agglassato” di carne (pezzo di manzo stracotto nelle cipolle la cui riduzione poi viene frullata ed usata per nappare le fette di carne o per condire la pasta), l’insalata di arance con aringa e, naturalmente, i mille dolci, buccellati, cassate e cannoli, mustazzoli con mandorle e cannella e la cubbaita, un torrone di miele con nocciole e mandorle o pistacchi.
Malloreddus con salsiccia di Gianluca Putzolu
Questo sugo non deve essere troppo tirato, lo si prepara, infatti, soffriggendo la cipolla e piccoli tocchi di salsiccia sarda che in genere è leggermente aromatizzata con finocchio selvatico e vino rosso. Una volta lessati, i malloreddus vengono fatti saltare nel sugo aggiungendo un po’ d’acqua di cottura in cui sono stati sciolti un paio di pistilli di zafferano (possibilmente di San Gavino Monreale, nel campidano pianura sarda tra Oristano e Cagliari).
Spaghetti con la mollica e le alici di Anna Leone
In un pentolino si fa sciogliere in un po’ di olio extra vergine con 2 spicchi di aglio e le alici sotto sale precedentemente dissalate in acqua. Nel frattempo si fa tostare la mollica di pane e il pane grattugiato, in forno o in padella. Gli spaghetti, cotti al dente vengono così conditi con l’olio in cui sono state sciolte le alici, con la mollica di pane e il pane grattugiato oltre, naturalmente, al peperoncino.
Si ringraziano, in rigoroso ordine alfabetico, Claudia Camillo, Stefania D’Urso, Salvatore Di Carluccio, Giovanni Gagliardi, Paola Giagulli, Vittoria Iacovella, Anna Leone, Filippo Marchi, Giancarlo Marino, Cecilia Naldoni Piccin, Isabella Pelizzatti Perego e Gianluca Putzolu, senza i quali questo pezzo non avrebbe visto la luce.
Il Fratto Quotidiano
Piemonte Morti sul lavoro 50 registra + 78,5 % in più dell’intero 2010 (28 morti

Da redazione
I sondaggi sulle le morti sul lavoro nei luoghi di lavoro con contratti regolari davano una tendenza in calo dopodichè sono andate in controtendenza con un progressivo aumento dei casi.
Autore Carlo Soricelli dati :2009 2008. carlo.soricelli@gmail.com
OSSERVATORIO INDIPENDENTE DI BOLOGNA SULLE MORTI PER INFORTUNI SUL LAVORO
MORTI SUL LAVORO DALL’ 1 GENNAIO AL 25 DICEMBRE
2011I MORTI SUL LAVORO DALL’INIZIO DELL’ANNO SONO COMPLESSIVAMENTE PIU’ DI 1100, DI CUI 659 SUI LUOGHI DI LAVORO (tutti documentati) + 10,94 % SULL’INTERO 2010 (594). NEL NUMERO COMPLESSIVO DELLE VITTIME CI SONO ANCHE I LAVORATORI MORTI SULLE STRADE, IN ITINERE E IN IN NERO. MA MOLTI ALTRI MORTI SUL LAVORO SFUGGONO A QUALSIASI MONITORAGGIO PER TANTISSIME RAGIONI
SIAMO TORNATI INDIETRO DI 5 ANNI PER NUMERO DI MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO:
IL GIORNO 12 DICEMBRE CON 640 MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO SONO STATI SUPERATI I MORTI DELL’INTERO 2008 ( 637). IL MESE SCORSO SONO STATI SUPERATI I MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO DEGLI INTERI ANNI 2010 (594) e 2009 (555) .
Oltre il 15% di queste vittime monitorate dall’Osservatorio lavoravano in nero o erano già in pensione. Si arriva a contare più di 1100 morti (stima minima) se si aggiungono i lavoratori deceduti in itinere o sulle strade (sono lavoratori che utilizzano un mezzo di trasporto: agenti di commercio, autisti, camionisti, ecc.. e lavoratori che muoiono nel percorso casa-lavoro/lavoro-casa). La strada può essere considerata una parentesi che accomuna i lavoratori di tutti i settori e che risente più di tutti gli altri della fretta, della fatica, dei lunghi percorsi, dello stress e dei turni pesanti in orari in cui occorrerebbe dormire, tutti gli anni sono percentualmente dal 50 al 55% di tutti i morti sul lavoro. Purtroppo è impossibile sapere quanti sono i lavoratori pendolari sud-centro nord, centro nord-sud, soprattutto edili meridionali, che lavorano in nero o in grigio e che muoiono sulle strade percorrendo diverse centinaia di km nel tragitto casa-lavoro, lavoro-casa e queste vittime sfuggono anche alle nostre rilevazioni.
Situazione sul territorio
Qui sotto la situazione in ogni regione comparata con i morti sui luoghi di lavoro di tutto il 2010, col colore rosso sono evidenziate le regioni che hanno già eguagliato o superato i morti sui luoghi di lavoro dell’intero 2010:
Piemonte 50 registra + 78,5 % in più dell’intero 2010 (28 morti)
Liguria 15 morti come nell’intero 2010 (15 morti)
Val d’Aosta 3 morti come nell’intero 2010
Lombardia 77 morti -5,1 % sull’intero 2010 (81 morti)
Trentino Alto Adige 22 morti -31,2% sull’intero 2010 (32)
Friuli Venezia Giulia 13 morti +85% dell’intero 210 (7 morti)
Veneto, 47 morti registra – 11,3% sull’intero 2010 (53 morti)
Marche 18 morti + 28,5% rispetto al 2010 (14 morti)
Emilia Romagna 55 morti + 37,5% sull’intero 2010 (40 morti).
Toscana 41 morti +41,3% sull’intero 2010 (29 morti
Umbria 17 nel 2011, +142% rispetto al 2010 (7 morti)
Abruzzo 28 morti + 33,3% rispetto al 2010 (21 morti)
Lazio 44 morti +4,5 %sull’intero 2010 (42 morti)
Molise 6 morti + 100% rispetto all’intero 2010 (3 morti)
Campania 41 morti -14,5% sull’intero 2010 (48)
Puglia 39 morti -13,3 % rispetto all’intero 2010 (45 morti)
Calabria 22 +18,1% rispetto all’intero 2010 (18 morti)
Basilicata 5 morti come nell’intero 2010 ( 5 morti)
Sicilia 42 morti lo stesso numero di morti del 2010 (42 morti).
Sardegna 24 morti come sull’intero 2010
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Link Utili
un lieve miglioramento sull’intero 2010
revisioni Meteo: utili se lavori sulle strade, nei cantieri e sui campi, o sei in
Carcere. Antigone: in Italia 38 Istituti “fantasma”.
L’associazione passa in rassegna le strutture costruite e mai utilizzate da Nord a Sud.
Istituti nuovi e mai aperti. Strutture che non hanno mai ospitato un detenuto e raccolgono l’aria con le sbarre di ferro alle finestre. Sono le “carceri fantasma”, 38 in tutto, secondo i dati dell’associazione Antigone, gli istituti penitenziari che, negli ultimi venti anni e più, sono stati costruiti, spesso ultimati, a volte anche arredati e vigilati e inutilizzati, sottoutilizzati o in totale stato d’abbandono.
L’elenco è lungo. Si va da Nord a Sud, con situazioni e storie diverse. Ad Arghillà(Reggio Calabria), il carcere è inutilizzato. Mancano solo la strada d’accesso, le fogne e l’allacciamento idrico ma per il resto è ultimato e dotato di accorgimenti tecnici d’avanguardia. Ancora più particolare la situazione di Bovino (Foggia), con una struttura da 120 posti, già pronta, chiusa da sempre.
Ad Accadia (Foggia), il penitenziario consegnato nel 1993, è ora di proprietà del Comune e mai utilizzato. Ad Agrigento, sei sole detenute occupano i 100 posti della sezione femminile. Ad Altamura (Bari) si aspetta ancora l’inaugurazione di una delle tre sezioni dell’istituto. Anche a Gela (Caltanissetta) esiste un penitenziario enorme, nuovissimo e mai aperto. Mentre a Gorizia risulta inagibile un intero piano dell’istituto carcerario. Il carcere di Irsina (Matera), è costato 3,5 miliardi di lire negli anni ’80, ha funzionato soltanto un anno ed oggi è un deposito del Comune.
Il carcere di Castelnuovo della Daunia (Foggia) è arredato da 15 anni e mai aperto. Il penitenziario di Codigoro (Ferrara) nel 2001, dopo lunghi lavori, sembrava pronto all’uso, ma a oggi è ancora chiuso. La casa di reclusione di Cropani (Catanzaro) è occupata da solo un custode comunale; a Frigento (Avellino) l’istituto è stato inaugurato e chiuso a causa di una frana. Come è accaduto per Gragnano (Napoli). Il carcere diGalatina (Lecce) è totalmente inutilizzato. A Casamassima (Bari), il carcere mandamentale è stato “condannato all’oblio da un decreto del Dipartimento”, spiega il rapporto di Antigone.
L’Istituto di Licata (Agrigento) è stato completato, ma non essendo stato collaudato è a oggi inutilizzato. La struttura di Maglie (Lecce) è solo parzialmente utilizzato per ospitare detenuti semi-liberi. Non è finita. A Mileto (Vibo Valentia), il carcere è stato ristrutturato e chiuso. Mentre a Minervino Murge (Bari), la struttura non è mai entrata in funzione.
A Monopoli (Bari) nell’ex carcere mai inaugurato, non ci sono detenuti ma sfrattati chehanno occupato abusivamente le celle abbandonate da 30 anni. Il carcere di Morcone(Benevento) è stato costruito, abbandonato, ristrutturato, arredato e nuovamente abbandonato dopo un periodo di costante vigilanza armata ad opera di personale preposto.
Carcere fantasma anche quello di Orsara (Foggia), dove è presente una struttura mai aperta. L’istituto di Pinerolo (Torino) è chiuso da oltre dieci anni senza che sia stata individuata l’area ove costruirne uno nuovo. A Revere (Mantova), dopo vent’anni dall’inizio dei lavori di costruzione, il carcere con capienza da 90 detenuti è ancora incompleto. I lavori sono fermi dal 2000 e i locali, costati più di 2,5 milioni di euro, sono già stati saccheggiati.
La struttura penitenziaria di Rieti, completamente nuova e in grado di contenere 250 detenuti, è utilizzata solo per un terzo della sua capacità ricettiva a causa della carenza di personale. Il carcere di San Valentino (Pescara), costruito da quasi 20 anni, non ha ospitato mai alcun detenuto e ora è in totale stato di abbandono. A Villalba(Caltanissetta), 20 anni fa è stato inaugurato un istituto per 140 detenuti, costato all’epoca 8 miliardi di lire, e che dal 1990 è stato chiuso e recentemente tramutato in centro polifunzionale. A Volturara Appula (Foggia), la struttura da 45 posti è ancora incompiuta.
Sono stati infine soppressi gli istituti di Arena (Vibo Valentia), Cropalati (Cosenza), Petilia Policastro (Crotone), Soriano Calabro (Vibo Valentia), Spinazzola (Barletta-Andria-Trani). A Pescia (Pistoia), il ministero ha soppresso la casa mandamentale. A Squillace (Catanzaro) il carcere è stato ristrutturato e poi chiuso. A Udine è stata chiusa la sezione femminile, mentre a Venezia e Vicenza la capacità ricettiva è ridotta a 50 unità.
Il 29 giugno 2010 è stato approvato il piano carceri presentato dal Commissario straordinario all’edilizia penitenziaria nonché Capo del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che prevede la realizzazione di 9.150 posti (realizzazione di 11 nuovi istituti e 20 padiglioni detentivi in ampliamento delle strutture esistenti), per un importo totale di 661.000.000 euro. Il tutto da realizzarsi entro la fine del 2012. Dei 9.150 nuovi posti previsti, 2.400 sorgeranno in Sicilia, 850 in Campania, 1.050 in Puglia. Uno dei cantieri aperti del piano carceri è quello di Piacenza.
Il 27 settembre scorso, l’allora Guardasigilli, Francesco Nitto Palma, al Senato aveva annunciato che «entro il 2 novembre 2011 saranno pubblicati tutti i bandi di gara dei 19 nuovi padiglioni da costruire, il 2 dicembre scadrà invece il termine della presentazione delle offerte, mentre il 4 gennaio prossimo potranno iniziare i lavori».
Comunicando i tempi del “piano carceri”, Palma aveva aggiunto che «entro gennaio 2013 saranno ultimati 16 padiglioni per un totale di 2.800 posti».
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