Articoli marcati con tag ‘palermo’
Il 4 marzo 2012 primarie del centrosinistra a Palermo.
Comunali a Palermo, intesa nel centrosinistra Alla fine l’intesa è arrivata. Dal vertice del c
Il 4 marzo 2012 primarie del centrosinistra a Palermo.
Comunali a Palermo, intesa nel centrosinistra Alla fine l’intesa è arrivata. Dal vertice del c
Liste di prescrizione(Marco Travaglio)

Fatto Quotidiano 29/01/2012 di Marco Travaglio
Le pantomime degli on. avv. Ghedini e Longo al Tribunale di Milano (ricusano i giudici del processo Mills che tagliano tre testimoni della difesa; si levano la toga ed escono
platealmente dall’aula del processo Ruby perché i giudici non accolgono gli “impedimenti istituzionali” del loro cliente ormai disoccupato) appartengono ormai alla commedia dell’arte. Ma testimoniano anche la stravagante concezione del diritto che regna in Italia da 18 anni, da quando B. entrò in politica per non finire in galera e rispettò scrupolosamente l’impegno. Da allora destra e sinistra si sono scatenate in un centinaio di “riforme della giustizia“ che, con la scusa di sveltire i processi, li allungavano per mandarli in prescrizione. Questa, da “a gente p a t o ge n o ” della giustizia come l’ha definita ieri il presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio, è diventata un diritto acquisito per politici e compari. Ha salvato, negli anni, Andreotti dal processo di Palermo per mafia, poi D’Alema
dall’accusa di un finanziamento illecito dall’imprenditore malavitoso Francesco Cavallari, poi B. nei processi Mondadori (corruzione giudiziaria), All Iberian (tangenti a Craxi) e in altri tre per falso in bilancio. E ora lo salverà certamente nel processo Mills (corruzione giudiziaria), non si sa ancora se subito prima o subito dopo la sentenza di primo grado. Alcuni giornali, tipo i suoi, scrivono stravaganze, tipo che il Tribunale calpesterebbe i diritti della difesa per “cor rere” e arrivare a una condanna purchessia. Il verbo “cor rere”, per un dibattimento iniziato il 13 marzo 2006 e non ancora giunto alla prima sentenza, è una barzelletta. Qui l’unico che corre è B., ma per scappare. Ora s’è inventato, per giustificare la ricusazione, che i giudici avrebbero “anticipato il giudizio di colpevolezza” escludendo in extremis tre dei suoi testimoni. In realtà i giudici sono liberissimi di tagliare tutti i testi che vogliono quando vogliono, se li ritengono superflui: è probabile che – dopo sei anni di processo e una sentenza di Cassazione che ha già accertato la corruzione di Mills da parte di Fininvest nell’interesse di B. – si siano già fatti un’idea su B. Ma non hanno mai detto quale, dunque la ricusazione non sta né in cielo né in terra. Come giustamente osserva il vicepresidente del Csm Vietti (ogni tanto ne dice una giusta anche lui), il giudice deve fare ditutto per scongiurare la prescrizione, visto che è pagato per accertare la verità processuale. Ma B. ha un sistema infallibile per far reintrodurre i suoi tre testi, peraltro superflui: rinunciare formalmente alla prescrizione per essere giudicato oltre i termini (da lui stesso accorciati da 15 a 10 anni con l’ex Cirielli). Perché non lo fa? Perché nessuno lo invita a farlo? Un politico accusato di un reato tanto grave non può incassare la prescrizione con mezzucci indecenti, soprattutto se ritiene di essere innocente. Il guaio è che qui, se c’è uno che anticipa la colpevolezza di B., è lo stesso B. Lui sa benissimo di essere colpevole: per questo è tanto sicuro di essere condannato. Dopo gli appelli di Vietti, di Canzio e del primo presidente della Cassazione, la prescrizione è tornata al centro del dibattito, perché falcidia 160-200 mila reati all’anno. La soluzione è semplicissima: abrogare la Cirielli e allungare la prescrizione (come raccomandano Corte di Strasburgo e Osce), e uniformare il sistema italiano a quello delle democrazie più evolute, dove la prescrizione si ferma al rinvio a giudizio. Ma B. non vuole. Infatti ieri la ministra Severino, farfugliando di “efficienza della g iustizia”, ha detto che “la prescrizione non è una pr ior ità”: è quel che pensano anche decine di suoi ex clienti, che la aspettano con ansia per mandare in fumo i loro processi. E Bersani, nell’intervista al M e s s a g ge ro sulla giustizia, di prescrizione non parla (preferisce attaccare le intercettazioni). Poi chiede agli alleati di smetterla di accusarlo di “inciucio”. Forse potrebbe aiutarli smettendola di inciuciare.
Liste di prescrizione(Marco Travaglio)

Fatto Quotidiano 29/01/2012 di Marco Travaglio
Le pantomime degli on. avv. Ghedini e Longo al Tribunale di Milano (ricusano i giudici del processo Mills che tagliano tre testimoni della difesa; si levano la toga ed escono
platealmente dall’aula del processo Ruby perché i giudici non accolgono gli “impedimenti istituzionali” del loro cliente ormai disoccupato) appartengono ormai alla commedia dell’arte. Ma testimoniano anche la stravagante concezione del diritto che regna in Italia da 18 anni, da quando B. entrò in politica per non finire in galera e rispettò scrupolosamente l’impegno. Da allora destra e sinistra si sono scatenate in un centinaio di “riforme della giustizia“ che, con la scusa di sveltire i processi, li allungavano per mandarli in prescrizione. Questa, da “a gente p a t o ge n o ” della giustizia come l’ha definita ieri il presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio, è diventata un diritto acquisito per politici e compari. Ha salvato, negli anni, Andreotti dal processo di Palermo per mafia, poi D’Alema
dall’accusa di un finanziamento illecito dall’imprenditore malavitoso Francesco Cavallari, poi B. nei processi Mondadori (corruzione giudiziaria), All Iberian (tangenti a Craxi) e in altri tre per falso in bilancio. E ora lo salverà certamente nel processo Mills (corruzione giudiziaria), non si sa ancora se subito prima o subito dopo la sentenza di primo grado. Alcuni giornali, tipo i suoi, scrivono stravaganze, tipo che il Tribunale calpesterebbe i diritti della difesa per “cor rere” e arrivare a una condanna purchessia. Il verbo “cor rere”, per un dibattimento iniziato il 13 marzo 2006 e non ancora giunto alla prima sentenza, è una barzelletta. Qui l’unico che corre è B., ma per scappare. Ora s’è inventato, per giustificare la ricusazione, che i giudici avrebbero “anticipato il giudizio di colpevolezza” escludendo in extremis tre dei suoi testimoni. In realtà i giudici sono liberissimi di tagliare tutti i testi che vogliono quando vogliono, se li ritengono superflui: è probabile che – dopo sei anni di processo e una sentenza di Cassazione che ha già accertato la corruzione di Mills da parte di Fininvest nell’interesse di B. – si siano già fatti un’idea su B. Ma non hanno mai detto quale, dunque la ricusazione non sta né in cielo né in terra. Come giustamente osserva il vicepresidente del Csm Vietti (ogni tanto ne dice una giusta anche lui), il giudice deve fare ditutto per scongiurare la prescrizione, visto che è pagato per accertare la verità processuale. Ma B. ha un sistema infallibile per far reintrodurre i suoi tre testi, peraltro superflui: rinunciare formalmente alla prescrizione per essere giudicato oltre i termini (da lui stesso accorciati da 15 a 10 anni con l’ex Cirielli). Perché non lo fa? Perché nessuno lo invita a farlo? Un politico accusato di un reato tanto grave non può incassare la prescrizione con mezzucci indecenti, soprattutto se ritiene di essere innocente. Il guaio è che qui, se c’è uno che anticipa la colpevolezza di B., è lo stesso B. Lui sa benissimo di essere colpevole: per questo è tanto sicuro di essere condannato. Dopo gli appelli di Vietti, di Canzio e del primo presidente della Cassazione, la prescrizione è tornata al centro del dibattito, perché falcidia 160-200 mila reati all’anno. La soluzione è semplicissima: abrogare la Cirielli e allungare la prescrizione (come raccomandano Corte di Strasburgo e Osce), e uniformare il sistema italiano a quello delle democrazie più evolute, dove la prescrizione si ferma al rinvio a giudizio. Ma B. non vuole. Infatti ieri la ministra Severino, farfugliando di “efficienza della g iustizia”, ha detto che “la prescrizione non è una pr ior ità”: è quel che pensano anche decine di suoi ex clienti, che la aspettano con ansia per mandare in fumo i loro processi. E Bersani, nell’intervista al M e s s a g ge ro sulla giustizia, di prescrizione non parla (preferisce attaccare le intercettazioni). Poi chiede agli alleati di smetterla di accusarlo di “inciucio”. Forse potrebbe aiutarli smettendola di inciuciare.
Servizio pubblico del 26/01/2012 – la rivolta dei forconi.
Blitz all’alba contro i No Tav, era ora. Ventisei arresti in tutta Italia, da Trento a Palermo.
Le manette, nell’aria da giorni, sono scattate non solo a Torino e in Val Susa ma anche ad Asti, Milano, Trento, Palermo, Roma, Padova, Genova, Pistoia, Cremona, Macerata,Biella, Bergamo, Parma e Modena. Un arresto è stato fatto in Francia.
Una spina nel fianco che da troppi anni non solo rallenta i lavori, ma che danneggia anche economicamente tutta la valle. Eppure il popolo No Tav continua la propria protesta contro la linea ferroviaria Torino-Lione: sabato prossimo le contestazioni sarebbero dovute arrivare anche nel capoluogo piemontese. “Porteremo a Torino macerie da Chiomonte – hanno annunciato i militanti – restituiamo ai signori della Tav le loro macerie”. Adesso è tutto precipitato. Una importante operazione di polizia è, infatti, riuscita a intaccare la fitta rete di antagonisti che da troppo tempo riesce a ritardare i lavori.
Questa mattina, alle prime luci dell’alba, è infatti scattata una operazione in tutta Italia per andare a stanare i responsabili degli incidenti avvenuti lo scorso 3 luglio in Val Susa. A distanza di ben otto mesi gli agenti hanno eseguito oltre trenta ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip di Torino Federica Bompieri su richiesta del procuratore aggiunto Andrea Beconi. “I reati contestati – spiegano – sono lesioni, violenza e resistenza a pubblico ufficiale per gli incidenti al cantiere della Tav di Chiomonte”. La procura di Torino non ha, tuttavia, contestato reati associativi.
Durante gli incidenti rimasero feriti oltre duecento uomini delle forze dell’ordine e decine di manifestanti. La vasta inchiesta condotta dalla Questura del capoluogo piemontese ha, così, permesso la notifica delle ordinanze in numerose città italiane. Da Palermo a Trento: la fitta rete dei No Tav può, infatti, contare l’appoggio di militanti in tutto il Belpaese, anche se il maggior numero di provvedimenti riguarda persone che risiedono in Piemonte.
No global, black bloc, antagonisti, l’ex brigatista Paolo Ferrari e anche politici compaiono nella lunga lista di arresti eseguita dalle forze dell’ordine. Alcuni dei violenti raggiunti dalla custodia cautelare sono esponenti dei centri sociali torinesi “Askatasuna” (c’è pure lo storico leader Giorgio Rossetto), “El Paso”, “Barrocchio” e “Metzcal” e di case occupate a Milano (soprattutto quella di via Borsi). Un ordine di custodia è stato emesso anche per attivista di un comitato No Tav di Bussoleno. Nell’ambito dell’operazione è stata anche perquisita la casa di Guido Fissore, consigliere comunale di Villarfocchiardo, paesino della Valle Susa. L’esponente politico è un attivista del movimento che, lo scorso dicembre, aveva accompagnato insieme ad altri esponenti del movimento No Tav una scolaresca bergamasca in una visita al cantiere di Chiomonte. Il consigliere comunale di Torino del Movimento 5 Stelle, Vittorio Bertola, ha subito commentato che “arrestare un consigliere comunale in carica solo per la sua partecipazione a una manifestazione politica sarebbe un atto da Ventennio”.
Giunta la notizia del blitz delle forze dell’ordine e degli arresti, il popolo No Tav si è dato appuntamento al presidio di Vaie per concordare una risposta unitaria. Per il momento è certo che sia saltata la manifestazione prevista per il prossimo 11 febbraio anche in concomitaza con la mobilitazione della Fiom.
Visita la nostra pagina di facebook:
http://www.facebook.com/pages/QUESTO-PUNTO-ESCLAMATIVO-AVRA-PIU-FAN-DI-MICHELE-SANTORO/319889068098
Blitz all’alba contro i No Tav, era ora. Ventisei arresti in tutta Italia, da Trento a Palermo.
Le manette, nell’aria da giorni, sono scattate non solo a Torino e in Val Susa ma anche ad Asti, Milano, Trento, Palermo, Roma, Padova, Genova, Pistoia, Cremona, Macerata,Biella, Bergamo, Parma e Modena. Un arresto è stato fatto in Francia.
Una spina nel fianco che da troppi anni non solo rallenta i lavori, ma che danneggia anche economicamente tutta la valle. Eppure il popolo No Tav continua la propria protesta contro la linea ferroviaria Torino-Lione: sabato prossimo le contestazioni sarebbero dovute arrivare anche nel capoluogo piemontese. “Porteremo a Torino macerie da Chiomonte – hanno annunciato i militanti – restituiamo ai signori della Tav le loro macerie”. Adesso è tutto precipitato. Una importante operazione di polizia è, infatti, riuscita a intaccare la fitta rete di antagonisti che da troppo tempo riesce a ritardare i lavori.
Questa mattina, alle prime luci dell’alba, è infatti scattata una operazione in tutta Italia per andare a stanare i responsabili degli incidenti avvenuti lo scorso 3 luglio in Val Susa. A distanza di ben otto mesi gli agenti hanno eseguito oltre trenta ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip di Torino Federica Bompieri su richiesta del procuratore aggiunto Andrea Beconi. “I reati contestati – spiegano – sono lesioni, violenza e resistenza a pubblico ufficiale per gli incidenti al cantiere della Tav di Chiomonte”. La procura di Torino non ha, tuttavia, contestato reati associativi.
Durante gli incidenti rimasero feriti oltre duecento uomini delle forze dell’ordine e decine di manifestanti. La vasta inchiesta condotta dalla Questura del capoluogo piemontese ha, così, permesso la notifica delle ordinanze in numerose città italiane. Da Palermo a Trento: la fitta rete dei No Tav può, infatti, contare l’appoggio di militanti in tutto il Belpaese, anche se il maggior numero di provvedimenti riguarda persone che risiedono in Piemonte.
No global, black bloc, antagonisti, l’ex brigatista Paolo Ferrari e anche politici compaiono nella lunga lista di arresti eseguita dalle forze dell’ordine. Alcuni dei violenti raggiunti dalla custodia cautelare sono esponenti dei centri sociali torinesi “Askatasuna” (c’è pure lo storico leader Giorgio Rossetto), “El Paso”, “Barrocchio” e “Metzcal” e di case occupate a Milano (soprattutto quella di via Borsi). Un ordine di custodia è stato emesso anche per attivista di un comitato No Tav di Bussoleno. Nell’ambito dell’operazione è stata anche perquisita la casa di Guido Fissore, consigliere comunale di Villarfocchiardo, paesino della Valle Susa. L’esponente politico è un attivista del movimento che, lo scorso dicembre, aveva accompagnato insieme ad altri esponenti del movimento No Tav una scolaresca bergamasca in una visita al cantiere di Chiomonte. Il consigliere comunale di Torino del Movimento 5 Stelle, Vittorio Bertola, ha subito commentato che “arrestare un consigliere comunale in carica solo per la sua partecipazione a una manifestazione politica sarebbe un atto da Ventennio”.
Giunta la notizia del blitz delle forze dell’ordine e degli arresti, il popolo No Tav si è dato appuntamento al presidio di Vaie per concordare una risposta unitaria. Per il momento è certo che sia saltata la manifestazione prevista per il prossimo 11 febbraio anche in concomitaza con la mobilitazione della Fiom.
Visita la nostra pagina di facebook:
http://www.facebook.com/pages/QUESTO-PUNTO-ESCLAMATIVO-AVRA-PIU-FAN-DI-MICHELE-SANTORO/319889068098
QUELLA SICILIA DEI FORCONI CHE NON VA SOTTOVALUTATA (Aldo Cazzullo).
Non è certo la prima volta che una rivolta spontanea nata sul territorio punta su Roma e sul Palazzo. Eppure il movimento scaltramente denominatosi «dei forconi», a evocare la ribellione violenta contro il sistema, ha messo in scena episodi che in Italia non si erano ancora visti, se non a Terzigno, nei giorni della rivolta dei rifiuti. La bandiera italiana, per la prima volta, viene bruciata nelle piazze. E non nel Nord leghista — dove pure il tricolore è stato talora svillaneggiato — ma al Sud. Il raffronto con la Primavera araba, come se a Roma fossero al governo un Gheddafi o un Assad, è all’evidenza una sciocchezza tale che non merita di essere discussa. Ma anche il paragone con gli Indignados di Madrid è improprio. Quello era un movimento che chiedeva una riforma del sistema politico spagnolo e l’apertura di nuovi spazi sociali ed economici. Quella esplosa a Palermo — e che ambisce ad attecchire in continente — è la protesta di categorie impoverite dalla crisi, schiacciate dalla burocrazia e dai prezzi, spaventate dalla mancanza di prospettive, talora private sia dell’obolo dello Stato assistenziale sia del «welfare» mafioso. Non deve stupire che la scintilla si sia accesa al Sud. Già nel 150° anniversario dell’Unità i segnali di insofferenza erano arrivati in particolare dal Mezzogiorno. I motivi sono sia culturali sia economici. Il rancore neoborbonico che fa risalire i mali del Sud alla «conquista» da parte del Nord ha un sapore consolatorio, perché carica le responsabilità su spalle altrui. E la crisi riduce ai limiti della sussistenza interi ceti sociali e categorie professionali. Perché chi perde lavoro al Nord si rassegna magari al declassamento, mentre le lacune del sistema produttivo fanno sì che al Sud l’alternativa sia spesso la miseria; di fronte alla quale lo spettacolo delle prebende e dei privilegi cui i politici proprio non riescono a rinunciare assume i contorni della vergogna. Non è un caso che l’altro simbolo della rivolta, oltre ai forconi, sia il vessillo della Trinacria. In Sicilia stiamo assistendo alle doglie che precedono la nascita della Lega (o delle leghe) del Sud; che non sarà certo una sottomarca di Forza Italia — come il partitino di Micciché — e forse neppure l’Mpa di Lombardo, ma un movimento che almeno alle origini si annuncia populista più che clientelare, ribellista ed extrapolitico più che istituzionale e di governo. Proprio questo deve indurre l’esecutivo Monti, i partiti nazionali, i ceti produttivi e in generale l’opinione pubblica a vigilare. Perché il vuoto della politica e dell’economia va riempito, e non con i forconi e i roghi delle bandiere. È giusto tagliare le false pensioni di invalidità e i contratti che condannano non solo i giovani ma anche i padri di famiglia a un precariato indefinito e mortificante. Ma il rigore non può essere un pretesto per abbandonare il Sud a ribelli e separatisti magari infiltrati dalla mafia. Una fiscalità di vantaggio che dia ossigeno alle imprese, un sostegno a chi intenda aprirne di nuove (vere, non fittizie), investimenti sul turismo e sull’istruzione, una seria politica del credito rappresentano non soltanto le richieste ragionevoli che salgono da quell’ampia maggioranza che al Sud non ha smesso di ragionare e non cede alla disperazione: dovrebbero essere la priorità per un governo che metta al primo posto la crescita economica e il riscatto civile dell’intera nazione.
Da Il Corriere della Sera del 22/01/2012.
QUELLA SICILIA DEI FORCONI CHE NON VA SOTTOVALUTATA (Aldo Cazzullo).
Non è certo la prima volta che una rivolta spontanea nata sul territorio punta su Roma e sul Palazzo. Eppure il movimento scaltramente denominatosi «dei forconi», a evocare la ribellione violenta contro il sistema, ha messo in scena episodi che in Italia non si erano ancora visti, se non a Terzigno, nei giorni della rivolta dei rifiuti. La bandiera italiana, per la prima volta, viene bruciata nelle piazze. E non nel Nord leghista — dove pure il tricolore è stato talora svillaneggiato — ma al Sud. Il raffronto con la Primavera araba, come se a Roma fossero al governo un Gheddafi o un Assad, è all’evidenza una sciocchezza tale che non merita di essere discussa. Ma anche il paragone con gli Indignados di Madrid è improprio. Quello era un movimento che chiedeva una riforma del sistema politico spagnolo e l’apertura di nuovi spazi sociali ed economici. Quella esplosa a Palermo — e che ambisce ad attecchire in continente — è la protesta di categorie impoverite dalla crisi, schiacciate dalla burocrazia e dai prezzi, spaventate dalla mancanza di prospettive, talora private sia dell’obolo dello Stato assistenziale sia del «welfare» mafioso. Non deve stupire che la scintilla si sia accesa al Sud. Già nel 150° anniversario dell’Unità i segnali di insofferenza erano arrivati in particolare dal Mezzogiorno. I motivi sono sia culturali sia economici. Il rancore neoborbonico che fa risalire i mali del Sud alla «conquista» da parte del Nord ha un sapore consolatorio, perché carica le responsabilità su spalle altrui. E la crisi riduce ai limiti della sussistenza interi ceti sociali e categorie professionali. Perché chi perde lavoro al Nord si rassegna magari al declassamento, mentre le lacune del sistema produttivo fanno sì che al Sud l’alternativa sia spesso la miseria; di fronte alla quale lo spettacolo delle prebende e dei privilegi cui i politici proprio non riescono a rinunciare assume i contorni della vergogna. Non è un caso che l’altro simbolo della rivolta, oltre ai forconi, sia il vessillo della Trinacria. In Sicilia stiamo assistendo alle doglie che precedono la nascita della Lega (o delle leghe) del Sud; che non sarà certo una sottomarca di Forza Italia — come il partitino di Micciché — e forse neppure l’Mpa di Lombardo, ma un movimento che almeno alle origini si annuncia populista più che clientelare, ribellista ed extrapolitico più che istituzionale e di governo. Proprio questo deve indurre l’esecutivo Monti, i partiti nazionali, i ceti produttivi e in generale l’opinione pubblica a vigilare. Perché il vuoto della politica e dell’economia va riempito, e non con i forconi e i roghi delle bandiere. È giusto tagliare le false pensioni di invalidità e i contratti che condannano non solo i giovani ma anche i padri di famiglia a un precariato indefinito e mortificante. Ma il rigore non può essere un pretesto per abbandonare il Sud a ribelli e separatisti magari infiltrati dalla mafia. Una fiscalità di vantaggio che dia ossigeno alle imprese, un sostegno a chi intenda aprirne di nuove (vere, non fittizie), investimenti sul turismo e sull’istruzione, una seria politica del credito rappresentano non soltanto le richieste ragionevoli che salgono da quell’ampia maggioranza che al Sud non ha smesso di ragionare e non cede alla disperazione: dovrebbero essere la priorità per un governo che metta al primo posto la crescita economica e il riscatto civile dell’intera nazione.
Da Il Corriere della Sera del 22/01/2012.
I Forconi! La “Révolution” è iniziata!
Finalmente la guerra è iniziata.Era da tempo ormai che il popolo non riusciva più a sopportare le condizioni di vita a cui era sottoposto,aumento delle Tasse su tutti i fronti:Rincari sui carburanti e sui pedaggi autostradali.Il Movimento è nato tra la classe operaia siciliana,in primis tra gli autotrasportatori che hanno bloccato le principale vie d’accesso dell’isola e quindi paralizzando l’intero sistema economico della regione.Da parecchi giorni va avanti la protesta,sono quasi esaurite le scorte di carburante e i gli alimentari scarseggiano. ”Il Movimento dei Forconi”è formato da persone che scendono in piazza contro la classe dirigente sorda alle richieste d’aiuto da parte di categorie di lavoratori vittime di una crisi non più soltanto economica, ma sociale.Il forcone è lo strumento che in passato veniva impugnato dagli agricoltori durante le ribellioni ed è da qui che il movimento prende la sua forza,un segnale diretto alla classe dirigente,il popolo siciliano non ha più fiducia nelle istituzioni e principalmente nel loro governatore (Raffaele Lombardo).Il Presidente del consiglio ha più volte cercato di calmare gli animi incitando i protestanti ad attenuare le manifestazioni, ma il movimento non cede e sarà disposto a continuare fin quando non ci saranno risultati concreti.
I Forconi non seguono una corrente politica,a Catania sono stati visti scendere in piazza movimenti di estrema destra mentre a Palermo movimenti di stampo Anarchico.Il colore politico in questi casi ha poca rilevanza poichè tutti hanno come scopo primario il benessere dell’Italia e per ottenerlo è necessario imporsi su chi in questo caso non riesce a soddisfare le necessità del popolo.Il Movimento Dei Forconi vuole imporre le proprie idee e le proprio esigenze in nome di tutti i cittadini italiani dando vita ad una forma primordiale di “Democrazia” ,principio costituzionale inderogabile e indiscutibile su cui si basa la nostra Repubblica.
La Protesta si sta diffondendo,raggiungendo la Calabria…e si spera cosi facendo tutta la penisola.Si contano piu’ di 30.000 protestanti e il numero cresce di giorno in giorno facendo ben sperare chi da lontano segue con difficoltà l’iniziativa.Con difficoltà perchè stranamente i media hanno sorvolato su questa vicenda non concedendole la giusta importanza,infatti se non fosse stato per internet e qualche giornale “libero” la scoperta della protesta avrebbe tardato di molto e infatti solo in questi giorni i telegiornali ne stando dando notizia.Ci hanno “imbavagliato” con la speranza che la protesta si risolvesse da sola,ma la determinazione dei siciliani sta dando i suoi frutti.
I Forconi chiedono prima di tutto nuove elezioni, una riduzione decisa dei costi della burocrazia e un taglio netto agli sprechi,finchè non ci saranno tali requisiti la protesta andrà avanti.
IN ALTO I FORCONI!
Vincenzo Lo Cascio

Alis Crewlink
AZMail
Briefing Package
Buste paga
IPS
PeopleNet




