Articoli marcati con tag ‘Livorno’

Oliviero Diliberto: Un nuovo partito comunista per unire le forze a sinistra del Pd

La proposta arriva dal segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto intervenuto a Livorno in

La fuga di Schettino? Una vicenda un po’ troppo italiana. Di Massimo Fini

C’è un nome che da una settimana mi gira ossessivamente nella testa e non riesco a togliermelo dalla mente. È quello di Francesco Schettino. La trentatreesima vittima della tragedia della Costa Concordia, nonostante, a differenza delle altre, sia vivo. Ma sarebbe stato molto meglio per lui essere morto. Gli errori, la leggerezza, l’imprudenza del comandante Schettino appaiono evidenti. Ma l’errore, cioè una valutazione sbagliata, proprio perché tale va al di là della volontà di chi lo compie, anche se poi dovrà pagarne tutte le conseguenze penali. Ma non è necessariamente un’onta. Ci sono stati assi dell’automobilismo che, per un eccesso di audacia, hanno causato morti fra gli spettatori, ma non per questo sul loro nome è rimasta l’ombra della vergogna.
La colpa veramente imperdonabile del comandante Schettino è un’altra: aver abbandonato la nave prima che tutti i passeggeri – quelli almeno per i quali era ancora possibile – fossero messi in salvo. Perché questa decisione è dipesa solo dalla sua volontà, non da margini di errore. Ora, non solo la legge, ma il codice d’onore della marina, oltre che l’intera storia della navigazione, dice che il comandante deve essere l’ultimo ad abbandonare la nave che affonda e, se del caso, inabissarsi con essa (e a volte anche se non è il caso, è la storia del comandante del Titanic, Edward Smith, che rifiutò di essere tratto in salvo, ma erano altri tempi, altra gente, altra tempra; dopo il mayday, e non è leggenda, non è film, è storia, l’orchestra continuò a suonare e i passeggeri a ballare).
Con quel suo abbandono, addirittura col rifiuto di risalire a bordo come gli intimava la Capitaneria di porto di Livorno, Francesco Schettino non ha perso solo gli alamari del comandante, che quando è sulla nave “è secondo solo a Dio”, ha perso la faccia, ha perso la dignità, ha perso l’onore. Lo spettacolo più orribile, più del naufragio, più degli stessi morti, è stata la conversazione tra il capitano, Gregorio De Falco, al comando della Capitaneria di Livorno e il comandante Francesco Schettino. Perché non c’è nulla di più osceno, di più pornografico, di un uomo che, per paura, si cala di colpo le braghe e si umilia e si fa umiliare in quel modo, davanti al mondo intero. L’onta indelebile di quell’abbandono lo seguirà per tutta la vita. Non solo non potrà più guardarsi allo specchio, ma non potrà più guardare in faccia nessuno, senza avvertirne il disprezzo.
Detto questo lo stesso totalitario accanimento dei media su Francesco Schettino – cui anch’io sto dando fiato – è sospetto. Sembra che la stampa abbia approfittato dell’occasione per sparare su un facilissimo capro espiatorio, senza nulla rischiare. Bisogna ricordare a noi stessi che l’intera storia della classe dirigente italiana, con la quale siamo stati tanto spesso indulgenti e prodighi di giustificazioni, è fatta di gente della pasta di Francesco Schettino. Dalla borghesia che, dopo che i fanti-contadini, che lei stessa aveva mandato alla guerra, ruppero le righe a Caporetto stufi di farsi ammazzare per lorsignori e in omaggio alla strategia omicida dell’attacco frontale del generale Cadorna, fugge nelle retrovie, in un indecoroso guazzabuglio di suppellettili. Al Re e Badoglio che, sempre con un cospicuo seguito di bauli, abbandonano Roma in balìa dei tedeschi; a Mussolini che, dopo tanta retorica sulla “bella morte” che aveva indotto i giovani fascisti a sacrificare la vita per Salò, scappa travestito da soldato tedesco, fino ai più recenti episodi, dalle lettere di Aldo Moro o della fuga di Craxi che, per paura della prigione, ripara in Tunisia da dove infanga il suo Paese, di cui pur era stato presidente del Consiglio, e con ciò anche se stesso. Se questi sono gli esempi della classe dirigente è difficile pensare che soprattutto nella società di oggi, ai livelli più bassi della catena di comando, ci siano soggetti diversi da Francesco Schettino.

Massimo Fini

La fuga di Schettino? Una vicenda un po’ troppo italiana. Di Massimo Fini

C’è un nome che da una settimana mi gira ossessivamente nella testa e non riesco a togliermelo dalla mente. È quello di Francesco Schettino. La trentatreesima vittima della tragedia della Costa Concordia, nonostante, a differenza delle altre, sia vivo. Ma sarebbe stato molto meglio per lui essere morto. Gli errori, la leggerezza, l’imprudenza del comandante Schettino appaiono evidenti. Ma l’errore, cioè una valutazione sbagliata, proprio perché tale va al di là della volontà di chi lo compie, anche se poi dovrà pagarne tutte le conseguenze penali. Ma non è necessariamente un’onta. Ci sono stati assi dell’automobilismo che, per un eccesso di audacia, hanno causato morti fra gli spettatori, ma non per questo sul loro nome è rimasta l’ombra della vergogna.
La colpa veramente imperdonabile del comandante Schettino è un’altra: aver abbandonato la nave prima che tutti i passeggeri – quelli almeno per i quali era ancora possibile – fossero messi in salvo. Perché questa decisione è dipesa solo dalla sua volontà, non da margini di errore. Ora, non solo la legge, ma il codice d’onore della marina, oltre che l’intera storia della navigazione, dice che il comandante deve essere l’ultimo ad abbandonare la nave che affonda e, se del caso, inabissarsi con essa (e a volte anche se non è il caso, è la storia del comandante del Titanic, Edward Smith, che rifiutò di essere tratto in salvo, ma erano altri tempi, altra gente, altra tempra; dopo il mayday, e non è leggenda, non è film, è storia, l’orchestra continuò a suonare e i passeggeri a ballare).
Con quel suo abbandono, addirittura col rifiuto di risalire a bordo come gli intimava la Capitaneria di porto di Livorno, Francesco Schettino non ha perso solo gli alamari del comandante, che quando è sulla nave “è secondo solo a Dio”, ha perso la faccia, ha perso la dignità, ha perso l’onore. Lo spettacolo più orribile, più del naufragio, più degli stessi morti, è stata la conversazione tra il capitano, Gregorio De Falco, al comando della Capitaneria di Livorno e il comandante Francesco Schettino. Perché non c’è nulla di più osceno, di più pornografico, di un uomo che, per paura, si cala di colpo le braghe e si umilia e si fa umiliare in quel modo, davanti al mondo intero. L’onta indelebile di quell’abbandono lo seguirà per tutta la vita. Non solo non potrà più guardarsi allo specchio, ma non potrà più guardare in faccia nessuno, senza avvertirne il disprezzo.
Detto questo lo stesso totalitario accanimento dei media su Francesco Schettino – cui anch’io sto dando fiato – è sospetto. Sembra che la stampa abbia approfittato dell’occasione per sparare su un facilissimo capro espiatorio, senza nulla rischiare. Bisogna ricordare a noi stessi che l’intera storia della classe dirigente italiana, con la quale siamo stati tanto spesso indulgenti e prodighi di giustificazioni, è fatta di gente della pasta di Francesco Schettino. Dalla borghesia che, dopo che i fanti-contadini, che lei stessa aveva mandato alla guerra, ruppero le righe a Caporetto stufi di farsi ammazzare per lorsignori e in omaggio alla strategia omicida dell’attacco frontale del generale Cadorna, fugge nelle retrovie, in un indecoroso guazzabuglio di suppellettili. Al Re e Badoglio che, sempre con un cospicuo seguito di bauli, abbandonano Roma in balìa dei tedeschi; a Mussolini che, dopo tanta retorica sulla “bella morte” che aveva indotto i giovani fascisti a sacrificare la vita per Salò, scappa travestito da soldato tedesco, fino ai più recenti episodi, dalle lettere di Aldo Moro o della fuga di Craxi che, per paura della prigione, ripara in Tunisia da dove infanga il suo Paese, di cui pur era stato presidente del Consiglio, e con ciò anche se stesso. Se questi sono gli esempi della classe dirigente è difficile pensare che soprattutto nella società di oggi, ai livelli più bassi della catena di comando, ci siano soggetti diversi da Francesco Schettino.

Massimo Fini

Concordia – Prima telefonata: “è solo un black out”

Video della prima telefonata della capitaneria di porto di Livorno, allertati da una chiamata d

De Falco: Una voce fuori dal coro.

Lo confesso: Quando ho deciso di scrivere questo post ho messo in conto la possibilità di essere insultato dagli integralisti del pensiero unico. Ma è un rischio che accetto di correre.

Voglio innanzitutto esprimere la mia costernazione e la mia indignazione per quanto accaduto all’isola del Giglio.

Il comportamento del Comandante della Costa Concordia, al di là di quanto verrà acclarato in ordine al suo comportamento successivo all’ordine di abbandonare la nave, è stato inspiegabile, assurdo, inqualificabile, deplorevole. Da solo o in concorso con altri – questo sarà la magistratura ad appurarlo – si è reso responsabile di una immane sciagura che segnerà tutti noi per lungo a tempo a venire. Prima ancora che con la giustizia umana ed in attesa di quella divina, dovrà fare i conti con se stesso e con i rimorsi che lo accompagneranno per il resto della sua esistenza.

Esprimo la mia dolente solidarietà ai familiari di tutte le vittime di una tragedia che non doveva accadere perchè non v’era motivo alcuno che accadesse.

Sgomberato il campo (spero) da qualsiasi equivoco e spuntate le armi di coloro che volessero strumentalizzare ciò che mi accingo a scrivere, posso occuparmi del Comandante Gregorio Maria De Falco, l’uomo che in un giorno, suo malgrado (?), è diventato eroe nazionale.

Napoletano d’origine, De Falco è entrato in Marina nel settembre  1993 ed è di stanza a Livorno dal 2005. Lo scorso venerdì sera si trovava nella sala operativa della Capitaneria di Porto e guidava un team di cinque persone quando si è verificato il dramma.

Da quel momento è stato un succedersi frenetico di accadimenti ed è bastata una telefonata per farlo assurgere a simbolo di un intero Paese, contraltare di un’Italia cialtrona apparentemente ben rappresentata dal suo interlocutore all’altro capo del telefono, il Comandante Francesco Schettino.

E’ stato sufficiente un perentorio “vada a bordo, cazzo !”, per farne il paradigma dell’italiano onesto, integerrimo e ligio al dovere. Della persona, cioè, che tutti noi vorremmo essere e (probabilmente) non saremo mai. Giornalisti inclusi, ovviamente.

I quali, arbitri supremi del destino e delle fortune terrene di noi tutti poveri mortali, lo hanno consacrato, con fiumi di inchiostro intrisi di retorica agiografica, ad una repentina ed imperitura fama. Nessuna voce fuori dal coro. Tutti acriticamente concordi nel tesserne le lodi e magnificarne carattere e decisionismo.

Chissà se avrà avuto il tempo di immaginare, De Falco, durante quei concitati momenti. Non è una domanda oziosa, la mia: mi chiedo – e vi chiedo – se la circostanza che la conversazione fosse registrata non ne abbia in qualche modo influenzato atteggiamento e toni che, diciamolo pure, sono apparsi, in alcuni momenti almeno, parossistici al limite del grottesco.

A voler pensare male si potrebbe ipotizzare, nel nostro, la volontà di impressionare i futuri ascoltatori (come in effetti è accaduto) e/o di mettersi al riparo da eventuali, successive reprimende o contestazioni da parte dei superiori e/o degli organi preposti alla vigilanza e/o della magistratura.

Ma poichè a pensar male si sbaglia sempre, meglio non indulgere in sterili dietrologie.

A pensar bene, dunque, pur non mettendone in discussione efficienza e buona fede non si può fare a meno di sospettare che De Falco si sia arrogato, in quel momento, la titolarità di uno ius puniendi che non aveva per irrogare allo Schettino un “castigo preventivo” e precostituire una prova che sarebbe stata – come sarà – utilizzata nel processo che sin da subito il nostro sapeva si sarebbe celebrato. Lo si evince – almeno, chi scrive crede di evincerlo – dal tenore di alcune interlocuzioni come quel “allora lei ha abbandonato la nave” che mirava ad attribuire al Comandante della Concordia un comportamento che questi non aveva affatto avallato – e che poi, nella sostanza, nel prosieguo della conversazione non ha avallato (e non poteva, ovviamente, avallare).

La conversazione telefonica che tanto ha impressionato gli italiani mi lascia, quindi, sostanzialmente indifferente. Anzi, un pò perplesso.

Vi offro, sebbene non richiesta, una personale lettura in chiave sociologica di quanto accaduto (alludo al coro unanime di consensi al limite dell’idolatria nei confronti del Comandante De Falco): I suoi indiscutibili meriti - ancora più evidenti ove si ripensi alla irresolutezza del Comandante Schettino – sono stati a mio parere enormemente amplificati, come in una cassa di risonanza, dalla enorme frustrazione che serpeggia in un Paese che sta facendo i conti con una crisi (anche di valori) senza precedenti e che mai come in questo frangente ha sentito il bisogno di individuare un eroe positivo da celebrare.

Può darsi mi stia sbagliando. Mi farebbe piacere leggere le Vostre opinioni.

Non mi meraviglierei, comunque, se De Falco sedesse in Parlamento nella prossima legislatura.

I dispersi in fondo al mare, lui comodamente a casa. Concessi i domiciliari a Schettino.

E’ agli arresti domiciliari Francesco Schettino, il comandante della Costa Concordia naufragata venerdì notte a Isola del Giglio, causando la morte di 11 persone. Dopo alcuni giorni di carcere è arrivato nel cuore della notte nella sua abitazione di Meta di Sorrento. Il gip ha deciso di non trattenerlo in carcere, suscitando la sorpresa del pm che ne aveva chiesto la custodia in carcere.

Mentre il numero dei dispersi sale a 23 , anche se le persone che mancano all’appello sono ufficialmente ancora 28, visto che i cinque corpi recuperati oggi non hanno ancora un’identità, per il comandante della nave, Francesco Schettino, il gip Valeria Montesarchio ha disposto gli arresti domiciliari, non riscontrando il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove, non convalidando quindi il fermo in carcere disposto sabato scorso dalla Procura di Grosseto. Lo ha riferito l’avvocato Bruno Leporatti, legale del comandante della Costa Concordia, precisando che il suo cliente sarà ai domiciliari nella sua casa di Sorrento. Laconico il procuratore capo Francesco Verusio: “E’ da capire perché il gip non ha convalidato il fermo ritenendo che non ci fossero gli estremi e ha applicato la misura cautelare (dei domiciliari, ndr). Sono curioso di leggere le motivazioni. Domani mattina ne prenderemo atto”. Schettino lascerà stasera stessa il carcere di Grosseto.

Durante l’udienza davanti al gip, il comandante è apparso provato ma sereno, convinto di aver fatto tutto il possibile. Ma dalle diverse testimonianze raccolte e dalle telefonate intercorse col comandante De Falco della capitaneria di porto 2 di Livorno, la sua posizione si fa sempre più grave. L’avvocato Leporatti ha confermato che oggi Schettino è stato sottoposto a test tossicologici su capelli e urine per verificare se abbia assunto stupefacenti.

Leggi anche:

Sul web è già diventato un eroe. Ecco chi è il capitano Gregorio De Falco.

Tragedia del Giglio, le telefonate. La Guardia Costiera al comandante «Torni sulla nave!». Ascolta l’audio.

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B2R 12W2 – FP 12 km – Livorno lungomare fino a Metamare e ritorno


LIRP 051045Z 11010KT 9999 FEW050 BKN070 06/M01 Q1019 NOSIG. Fondo di 12 km in solitaria da casa sul lungomare sud fino a Metamare e ritorno via baracchina bianca. Nike Lunar Eclipse.

B2R 12W1 – 50′ + allunghi – Livorno Lungomare sud


LIRP 040745Z 11006KT 9999 FEW060 00/M04 Q1019 NOSIG, a Livorno 3° C. Mancano 900 metri all’appelllo, in quanto ho dimenticato di far partire il garmin distratto dalle chiacchiere con Andrea Marcacci, mio compagnio di scuola delle superiori che non vedevo da quasi 20 anni. Anche lui da circa 3 anni appassionato runner con alle spalle già 3 NYCM, Rotterdam qualche mezza, e gare da 10-13 km, l’ultima 10 km di qualche giorno fa l’ha fatta a 3.5 min/km di media, non male a quasi 46 anni! Per la prima volta ho corso in gruppo con altri amatori di associazioni sportive, devo dire che il tempo passa in fretta così. Alla fine abbiam fatto allunghi al campo scuola di fronte allo stadio da dove siam partiti. Nike Lunar Eclipse.

B2R 11W4 – 10 km – Livorno, Lungomare e centro


LIRP 020945Z 12006KT 9999 -RA SCT030 BKN040 05/04 Q1013 NOSIG. 10 km in compagnia di Gianpietro, lungomare nord, quartiere Venezia, vie del centro, stadio. Nike Lunar Eclipse.

B2R 11W3 – 10 km – Livorno, lungomare sud


LIRP 011015Z 12003KT 9999 FEW080 06/04 Q1019 NOSIG. Almeno 2 gradi in più a Livorno. Magnifica giornata di Capodanno con sole e vento di terra. Corsa rigenerante al sapore di mare labronico che decisamente inconfondibile rispetto a quello ostiense, inutile nascondere le mie origini :-) 10 km a ritmo, con tre soste irresistibili per immortalare la splendida giornata di sole e l’immancabile bagno di massa di Capodanno ai Tre Ponti.

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