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Il vero evasore è lo Stato. Deve alle imprese 90 miliardi.
La pubblica amministrazione lascia a secco i creditori: il tempo medio per i pagamenti è 186 giorni. Maglia nera alla sanità: 40 miliardi il debito complessivo.
Pantalone non paga. E le imprese vanno in crisi. È il caso dell’Italia dove la Pubblica amministrazione, sempre pronta a battere cassa (e in fretta) nei confronti delle aziende insolventi, fa aspettare tempi biblici prima di saldare i conti con i suoi creditori.
L’importo del debito totale ammonta a 90 miliardi di euro, gli stessi che il neo ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, voleva restituire in BoT e titoli di Stato (ottima idea, approvata da tutte le associazioni di categoria, ma rimasta solo sulla carta). E il tempo medio per il rimborso di quanto spetta alle Pmi per i servizi forniti ammonta a 186 giorni lavorativi, oltre quattro mesi. Una bella differenza con gli altri Stati europei se si pensa che, in media, Francia, Germania e Regno Unito impiegano 53 giorni a saldare le fatture. Un dato che vede l’Italia come fanalino di coda dell’Europa a 27, dove la media totale dei pagamenti è di 63 giorni e dove una recente direttiva, votata quasi all’unanimità dal Parlamento di Strasburgo, ha fissato in 60 giorni il tetto limite.
La maglia nera, secondo una recente ricerca della Cgia di Mestre, spetta a ospedali e Asl: il debito dello Stato in camice bianco ha raggiunto, e probabilmente superato, quota 40 miliardi di euro, il 70% dei quali concentrati nelle regioni del Centro-Sud.
Emblematico il caso della Calabria dove i privati sono costretti a un’attesa media di 925 giorni prima che vengano onorate le pendenze. E la macchina burocratica mette in evidenza pericolosi segnali di un ulteriore rallentamento: dal 2009 il tempo medio è aumentato di 234 giorni, oltre sette mesi. Non se la passano meglio gli imprenditori che vantano crediti in Molise (829 giorni), Campania (771), Lazio (387), Sardegna (312) e Puglia (309).
Tutte al di sopra di una media nazionale che negli ultimi due anni è passata dalle 277 giornate del 2009 alle 299 del 2011 (anche se il dato non è ancora definitivo, visto che si riferisce soltanto ai primi 11 mesi). Le «eccellenze», se così si possono definire tempi di pagamento comunque superiori di quasi il doppio alla media Ue, si trovano tutte al Nord. In Trentino Alto Adige si attende 92 giorni, 94 in Friuli Venezia Giulia, 112 in Lombardia, 113 in Valle d’Aosta.
Ma quando tocca al privato pagare, in Italia la media scende drasticamente. Secondo una statistica di Fondazione Impresa il tempo si ferma a soli 47 giorni. Il privato di norma fa in fretta e salda il suo debito, quando invece tocca a Pantalone il portafoglio stenta ad aprirsi e per avere il proprio compenso si aspetta, si aspetta e si aspetta ancora. E così le aziende, specialmente le piccole e le medie, il famoso «tessuto connettivo» dell’economia del Paese, finiscono per dover sopravvivere quotidianamente con l’acqua alla gola. Alle fatture non saldate corrisponde una liquidità che si assottiglia e gli imprenditori sono costretti a indebitarsi per pagare dipendenti (che di solito vengono stipendiati regolarmente il 27 di ogni mese), fornitori (abbiamo visto che il tempo medio è di un mese e mezzo) e tasse (con Equitalia che va di fretta).
Finendo in un vortice che vede aumentare l’esposizione verso il sistema bancario in un momento come questo in cui gli istituti di credito difficilmente prestano denaro con facilità. È in atto un vero e proprio credit crunch, come evidenziato da Bankitalia nel suo rapporto sul secondo semestre 2011. Rubinetti chiusi per tutti, specialmente dalle banche piccole e medie sul territorio, generalmente quelle più vicine e inclini nei confronti delle Pmi.
Non a caso cresce a dismisura il numero dei contribuenti che ha chiesto al Fisco di poter rateizzare i propri debiti, nel 2011 il 10% in più rispetto al 2010: a marzo erano 1,1 milioni per un ammontare di 15 miliardi di euro. E anche il governo Monti si è accorto dell’emergenza inserendo nella manovra di Natale il provvedimento che estende a 72 mesi i tempi di pagamento per le imprese delle cartelle di Equitalia e che consente ai privati la vendita diretta dei beni pignorati, invece di vederli svenduti sottocosto alle aste fallimentari.
Un sasso nel mare per chi dallo Stato aspetta ancora 90 miliardi di euro.
(ILGIORNALE.IT)
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“Tutto è differente quando è stampato. Altrimenti a che servirebbero i giornali?”
Niente potrà mai eguagliare, almeno per me, il fascino di un giornale di carta stampata, toccare con mano i fogli, leggerlo dove mi pare, iniziare dalla cultura (la pagina che adoro) e soprattutto niente potrà mai sostituirne l’odore. Amo i libri stampati, quelli che ho portato con me tanto tempo… la corsa al digitale del NYT e dei quotidiani del mondo non farà smettere di stamparli. Negli Usa purtroppo, stanno per essere chiusi piccoli quotidiani per agevolare la crescita online del NYT. Ovviamente a perderci sarà sicuramente la libertà di informazione, che dovrebbe essere la più completa possibile e svincolata da politica e poteri. A perdere saranno anche i molti cittadini che non troveranno più i loro quotidiani locali nelle edicole. In Grecia ha chiuso uno dei quotidiani storici, fonte importantissima per una informazione completa anche sulla crisi che ne attanaglia lo Stato, anche questa redazione come i quotidiani statunitensi, che era una voce indipendente, una redazione in libertà, Eleftherotypia (Stampa Libera), è l’ennesima vittima di una catastrofe economica. In Italia 30 giornali rischiano di chiudere per l’enorme taglio ai fondi dell’editoria, facendo mancare quella pluralità di voci e di idee che è importante per l’informazione delle persone. Uno di questi è Liberazione, storico giornale di sinistra, di cui la redazione lamenta tagli drastici per la sua sopravvivenza. Creare un giornale ha un costo, che è diventato nel tempo sempre più oneroso. Come sono aumentate le spese per tutte le persone, anche chi ha un’azienda editoriale si è visto purtroppo aumentare i costi di produzione. Questo è quanto riferisce Cecchino Antonini: “Il primo è sensibilizzare l’opinione pubblica sui tagli ai finanziamenti all’editoria. Noi siamo i primi a rischiare di chiudere, ma dietro di noi ci sono decine di giornali cui toccherà la stessa sorte. Questo vuol dire migliaia di giornalisti senza lavoro e un colpo mortale al pluralismo”. I molti giornalisti della testata hanno occupato la redazione e da ieri, e dal 1° gennaio 2012 hanno visto bloccata l’uscita del quotidiano. Restano tutti nell’attesa che qualcosa si smuova dalla Regione Lazio. Grave è anche essere stati lasciati soli dallo stesso partito che li avrebbe dovuti ascoltare ed aiutare e che invece, si è trincerato verso un no ad un incremento dei fondi di Rifondazione Comunista al quotidiano. Lo stesso partito che attraverso Paolo Ferrero, il segretario, ha avuto parole durissime sul comportamento del Presidente del Consiglio, Mario Monti: “Il premier mente sapendo di mentire. Sui fondi per l’editoria dà messaggi rassicuranti, e nel frattempo a Liberazione ha tagliato 2,5 milioni di euro”. Si dovrebbe ritrovare la consapevolezza che senza una pluralità di voci e di informazione verrà sicuramente anche a mancare una libertà di espressione, una completezza dell’insieme su casi molto importanti e ciò sarà molto difficile da ritrovare. Si spera che presto venga trovata una soluzione, affinché anche questi giornalisti possano continuare a fare il loro lavoro. Liberazione, come ha affermato lo stesso Cecchino Antonini, era una voce fuori dal coro e di lotta su questioni molto importanti: “Ora però dobbiamo trovare una soluzione insieme. Liberazione ha sposato il movimento di Genova del 2001 e dieci anni dopo il Referendum sull’acqua. Possiamo dire che avevamo ragione e che siamo stati il primo quotidiano a sostenere quelle lotte. Non meritiamo di chiudere”. Non meritano di chiudere perché amano il loro lavoro (e sono 5.000 i dipendenti che si vedranno cancellare il loro contratto di lavoro). E’ ovvio, si auspica sempre una gestione razionale dei fondi per l’editoria, i conti dovrebbero sempre risultare in ordine, occorre cercare una platea più numerosa di lettori, cercando di invogliare alla lettura sempre più persone, c’è la necessità di ripensare anche ad un restyling del marketing più efficace. Liberazione è solo uno dei quotidiani a rischio, ce ne sono molti altri: Il Manifesto, l’Unità, l’Avvenire e molti altri, tantissimi hanno aderito alla lettera accorata indirizzata a Monti, affinché il presidente prenda coscienza che un mondo senza questi quotidiani sarà sicuramente più defraudato della sua cultura.
Postato da Emilia Basile
La frase posta come titolo è dello scrittore statunitense Henry James
ansa.it (chiusura dello storico quotidiano greco indipendente Eleftherotypia (Stampa Libera))
monti-è-un-bugiardo-ferrero-di-rifondazione-comunista-dixit
stop-ai-finanziamenti-pubblici-a-gennaio-chiude-liberazione
giornali-a-rischio-chiusura (Lettera al Presidente Mario Monti)
Le parole del 2011
Alluvioni: è un Paese civile quello in cui piogge eccezionali causano distruzione e morte? Liguria, Sicilia, Campania, Lazio: ogni volta è una triste conta.
Berlusconi Silvio: esce di scena(?)dopo 17 anni dal famoso discorso agli italiani. Calzamaglia sulla telecamera, libri sullo sfondo, una voce rassicurante: l’impressione è che sia stata una scommessa persa, da rivoluzione liberale a ritirata in nome della roba(i titoli di Mediaset in picchiata nei listini).
Bin Laden: le forze speciali statunitensi irrompono nel compound di Abottabad, Pakistan, laddove si nascondeva lo sceicco saudita. Un assassinio che provoca gioia nelle piazze americane. La stabilità e la pace in Afghanistan, tuttavia, sono ben lungi dall’essere raggiunte.
Calcio-scommesse: come una marea nera si allarga la vicenda del calcio scommesse. Presunti legami con Singapore, una rete internazionale a pilotare le gare dalla Serie A alle categorie inferiori. Credibilità da ritrovare, povera Dea Eupalla.
Indignati: in principio furono i giovani di Puerta del Sol, Madrid. Poi, forse abusandone un po’, sono divenuti indignatos con la s anche i manifestanti in Italia, Stati Uniti e nel mondo intero. Una protesta contro la diseguaglianza sociale, contro l’1% della popolazione che, a detta dei manifestanti, si arricchisce anche grazie a soldi pubblici, gli stessi che solo qualche anno fa hanno salvato le medesime banche.
L’Aquila: è una mia scelta, certamente non nell’agenda dei media del 2011. La ricostruzione, ancora tutta da definire e da finanziare, soprattutto nel centro storico, meriterebbe più rilevanza, non questo dimenticatoio.
Monti Mario: da Berlusconi a Monti, come salto in termini di stile non c’è male. Sui modi con i quali è salito al potere, e sui primi provvedimenti presi, bisogna valutarlo nel prossimo anno. A meno che un partito politico stacchi la spina anticipatamente. Ma a chi conviene il voto? Stand-by.
Nucleare: Fukushima ha segnato una svolta, e di lì a stretto giro di posta sarebbe arrivato il voto referendario a cancellare la scelta nucleare del Governo Berlusconi. Lo stesso Giappone, la Germania hanno scelto un modo differente per l’approvvigionamento dell’energia.
Primavera araba: cadono i dittatori del Nordafrica(Ben Ali, Mubarak, Gheddafi); proteste volte ad ottenere maggiore libertà coinvolgono Yemen, Siria, Bahrein. La transizione verso la democrazia è lunga e delicata, di certo nel 2011 ha cominciato a muoversi qualcosa di importante.
Quotidiano: qualche tempo fa si preconizzava la sparizione dei giornali; non è andata così ma è evidente che, tra una dilagante digitalizzazione e la cronica, scarsa lettura degli italiani, urge trovare una strada nuova, tortuosa ma affascinante. Meno spazio alla politica, più ad inchieste ed approfondimenti.
Referendum: il 12 e 13 giugno milioni di italiani hanno votato, in maggioranza per apporre quattro sì sui quesiti abrogativi in merito al nucleare, alla privatizzazione dell’acqua e al legittimo impedimento. Una bella occasione di espressione della voce della cittadinanza, in anni di scelte imposte dai comitati dei partiti con le liste bloccate.
Simoncelli Marco: sullo stesso circuito che l’aveva visto trionfare nella classe 250, muore a soli 24 anni. Talento in ascesa, ma soprattutto ragazzo umile e solare. Dio bò, Marco.
Spread: il differenziale di rendimento tra buoni del Tesoro e Bund tedeschi, un termine entrato nel lessico comune in tempi di crisi. Un termometro, ma certo non il solo, dello stato dell’economia di un Paese.
Usai Sandro: Brecht diceva “Beato il Paese che non ha bisogno d’eroi”; per Sandro Usai, volontario della Protezione Civile, scomparso a Vernazza durante l’alluvione che ha colpito le Cinque Terre lo scorso ottobre, si può fare un’eccezione. Eroe vero, da ricordare.
Le parole del 2011
Alluvioni: è un Paese civile quello in cui piogge eccezionali causano distruzione e morte? Liguria, Sicilia, Campania, Lazio: ogni volta è una triste conta.
Berlusconi Silvio: esce di scena(?)dopo 17 anni dal famoso discorso agli italiani. Calzamaglia sulla telecamera, libri sullo sfondo, una voce rassicurante: l’impressione è che sia stata una scommessa persa, da rivoluzione liberale a ritirata in nome della roba(i titoli di Mediaset in picchiata nei listini).
Bin Laden: le forze speciali statunitensi irrompono nel compound di Abottabad, Pakistan, laddove si nascondeva lo sceicco saudita. Un assassinio che provoca gioia nelle piazze americane. La stabilità e la pace in Afghanistan, tuttavia, sono ben lungi dall’essere raggiunte.
Calcio-scommesse: come una marea nera si allarga la vicenda del calcio scommesse. Presunti legami con Singapore, una rete internazionale a pilotare le gare dalla Serie A alle categorie inferiori. Credibilità da ritrovare, povera Dea Eupalla.
Indignati: in principio furono i giovani di Puerta del Sol, Madrid. Poi, forse abusandone un po’, sono divenuti indignatos con la s anche i manifestanti in Italia, Stati Uniti e nel mondo intero. Una protesta contro la diseguaglianza sociale, contro l’1% della popolazione che, a detta dei manifestanti, si arricchisce anche grazie a soldi pubblici, gli stessi che solo qualche anno fa hanno salvato le medesime banche.
L’Aquila: è una mia scelta, certamente non nell’agenda dei media del 2011. La ricostruzione, ancora tutta da definire e da finanziare, soprattutto nel centro storico, meriterebbe più rilevanza, non questo dimenticatoio.
Monti Mario: da Berlusconi a Monti, come salto in termini di stile non c’è male. Sui modi con i quali è salito al potere, e sui primi provvedimenti presi, bisogna valutarlo nel prossimo anno. A meno che un partito politico stacchi la spina anticipatamente. Ma a chi conviene il voto? Stand-by.
Nucleare: Fukushima ha segnato una svolta, e di lì a stretto giro di posta sarebbe arrivato il voto referendario a cancellare la scelta nucleare del Governo Berlusconi. Lo stesso Giappone, la Germania hanno scelto un modo differente per l’approvvigionamento dell’energia.
Primavera araba: cadono i dittatori del Nordafrica(Ben Ali, Mubarak, Gheddafi); proteste volte ad ottenere maggiore libertà coinvolgono Yemen, Siria, Bahrein. La transizione verso la democrazia è lunga e delicata, di certo nel 2011 ha cominciato a muoversi qualcosa di importante.
Quotidiano: qualche tempo fa si preconizzava la sparizione dei giornali; non è andata così ma è evidente che, tra una dilagante digitalizzazione e la cronica, scarsa lettura degli italiani, urge trovare una strada nuova, tortuosa ma affascinante. Meno spazio alla politica, più ad inchieste ed approfondimenti.
Referendum: il 12 e 13 giugno milioni di italiani hanno votato, in maggioranza per apporre quattro sì sui quesiti abrogativi in merito al nucleare, alla privatizzazione dell’acqua e al legittimo impedimento. Una bella occasione di espressione della voce della cittadinanza, in anni di scelte imposte dai comitati dei partiti con le liste bloccate.
Simoncelli Marco: sullo stesso circuito che l’aveva visto trionfare nella classe 250, muore a soli 24 anni. Talento in ascesa, ma soprattutto ragazzo umile e solare. Dio bò, Marco.
Spread: il differenziale di rendimento tra buoni del Tesoro e Bund tedeschi, un termine entrato nel lessico comune in tempi di crisi. Un termometro, ma certo non il solo, dello stato dell’economia di un Paese.
Usai Sandro: Brecht diceva “Beato il Paese che non ha bisogno d’eroi”; per Sandro Usai, volontario della Protezione Civile, scomparso a Vernazza durante l’alluvione che ha colpito le Cinque Terre lo scorso ottobre, si può fare un’eccezione. Eroe vero, da ricordare.
Silenzio indecente (Paolo Flores d’Arcais).
“Non lo permetteremo”. “Non si può”. “Questo mai più”. Sono solo tre parole. Potrebbero ridursi a due: “Basta profittatori”. Per scandirle con la solennità dovuta non si impiegano più di cinque secondi. Com’è possibile, senatore Monti, che lo spazio per questi cinque secondi Ella non li abbia ancora trovati? Ha forse deciso di lasciare in esclusiva l’onore di questo doveroso e improcrastinabile monito al capo dello Stato, che siamo certi aprirà con questi accenti il suo messaggio di Capodanno?
soglia emetica: le recenti grassazioni legali della Regione Lazio, pronuba la signora Polverini, sono farmacopea da vomito continuo per ogni cittadino ancora degno del nome. E le porcherie analoghe – al centro e alla periferia e in ogni ganglio del potere – hanno nome “legione”. Davvero non si rende conto, signor Presidente del Consiglio, che se di fronte alla Casta che continua a dilapidare il danaro pubblico per prebende e pensioni ai propri amici e amici degli amici, Ella finge di non vedere e di non sentire, si fa complice? Perché si pecca per atti ma anche per omissioni, ce lo insegnano al catechismo fin da bambini, Ella che va a messa ogni domenica lo sa meglio di noi.
Piemonte Morti sul lavoro 50 registra + 78,5 % in più dell’intero 2010 (28 morti

Da redazione
I sondaggi sulle le morti sul lavoro nei luoghi di lavoro con contratti regolari davano una tendenza in calo dopodichè sono andate in controtendenza con un progressivo aumento dei casi.
Autore Carlo Soricelli dati :2009 2008. carlo.soricelli@gmail.com
OSSERVATORIO INDIPENDENTE DI BOLOGNA SULLE MORTI PER INFORTUNI SUL LAVORO
MORTI SUL LAVORO DALL’ 1 GENNAIO AL 25 DICEMBRE
2011
I MORTI SUL LAVORO DALL’INIZIO DELL’ANNO SONO COMPLESSIVAMENTE PIU’ DI 1100, DI CUI 659 SUI LUOGHI DI LAVORO (tutti documentati) + 10,94 % SULL’INTERO 2010 (594). NEL NUMERO COMPLESSIVO DELLE VITTIME CI SONO ANCHE I LAVORATORI MORTI SULLE STRADE, IN ITINERE E IN IN NERO. MA MOLTI ALTRI MORTI SUL LAVORO SFUGGONO A QUALSIASI MONITORAGGIO PER TANTISSIME RAGIONI
SIAMO TORNATI INDIETRO DI 5 ANNI PER NUMERO DI MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO:
IL GIORNO 12 DICEMBRE CON 640 MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO SONO STATI SUPERATI I MORTI DELL’INTERO 2008 ( 637). IL MESE SCORSO SONO STATI SUPERATI I MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO DEGLI INTERI ANNI 2010 (594) e 2009 (555) .
Oltre il 15% di queste vittime monitorate dall’Osservatorio lavoravano in nero o erano già in pensione. Si arriva a contare più di 1100 morti (stima minima) se si aggiungono i lavoratori deceduti in itinere o sulle strade (sono lavoratori che utilizzano un mezzo di trasporto: agenti di commercio, autisti, camionisti, ecc.. e lavoratori che muoiono nel percorso casa-lavoro/lavoro-casa). La strada può essere considerata una parentesi che accomuna i lavoratori di tutti i settori e che risente più di tutti gli altri della fretta, della fatica, dei lunghi percorsi, dello stress e dei turni pesanti in orari in cui occorrerebbe dormire, tutti gli anni sono percentualmente dal 50 al 55% di tutti i morti sul lavoro. Purtroppo è impossibile sapere quanti sono i lavoratori pendolari sud-centro nord, centro nord-sud, soprattutto edili meridionali, che lavorano in nero o in grigio e che muoiono sulle strade percorrendo diverse centinaia di km nel tragitto casa-lavoro, lavoro-casa e queste vittime sfuggono anche alle nostre rilevazioni.
Situazione sul territorio
Qui sotto la situazione in ogni regione comparata con i morti sui luoghi di lavoro di tutto il 2010, col colore rosso sono evidenziate le regioni che hanno già eguagliato o superato i morti sui luoghi di lavoro dell’intero 2010:
Piemonte 50 registra + 78,5 % in più dell’intero 2010 (28 morti)
Liguria 15 morti come nell’intero 2010 (15 morti)
Val d’Aosta 3 morti come nell’intero 2010
Lombardia 77 morti -5,1 % sull’intero 2010 (81 morti)
Trentino Alto Adige 22 morti -31,2% sull’intero 2010 (32)
Friuli Venezia Giulia 13 morti +85% dell’intero 210 (7 morti)
Veneto, 47 morti registra – 11,3% sull’intero 2010 (53 morti)
Marche 18 morti + 28,5% rispetto al 2010 (14 morti)
Emilia Romagna 55 morti + 37,5% sull’intero 2010 (40 morti).
Toscana 41 morti +41,3% sull’intero 2010 (29 morti
Umbria 17 nel 2011, +142% rispetto al 2010 (7 morti)
Abruzzo 28 morti + 33,3% rispetto al 2010 (21 morti)
Lazio 44 morti +4,5 %sull’intero 2010 (42 morti)
Molise 6 morti + 100% rispetto all’intero 2010 (3 morti)
Campania 41 morti -14,5% sull’intero 2010 (48)
Puglia 39 morti -13,3 % rispetto all’intero 2010 (45 morti)
Calabria 22 +18,1% rispetto all’intero 2010 (18 morti)
Basilicata 5 morti come nell’intero 2010 ( 5 morti)
Sicilia 42 morti lo stesso numero di morti del 2010 (42 morti).
Sardegna 24 morti come sull’intero 2010
L’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro è su Facebook. Diventa amico, scrivi quello che pensi e fallo conoscere ai tuoi amici
Link Utili
un lieve miglioramento sull’intero 2010
revisioni Meteo: utili se lavori sulle strade, nei cantieri e sui campi, o sei in
“Ricostruire la politica” (Guido Crainz).
Appena l´emergenza più drammatica si è placata, i partiti hanno rimosso un paradosso inquietante: ancora una volta nel giro di pochi anni il nostro Paese sembra capace di esprimere governi di qualità, capaci di operare quando la politica viene travolta dalla crisi. Così fu fra il 1992 e il 1994 quando, in condizioni difficilissime, Amato e Ciampi avviarono il risanamento proseguito poi dal primo governo Prodi: cioè dal governo di centrosinistra della “seconda Repubblica” che è stato meno prigioniero dei partiti. Nel 1992 il sistema politico crollò all´improvviso, oggi è giunta alle estreme conseguenze una corrosione del centrodestra che ha lasciato solo macerie e che si è svolta nella sostanziale assenza di un´opposizione credibile, capace di idee e progetti alternativi. Oggi come allora nel momento della verità i partiti sono stati più un peso che una risorsa, più un intralcio che uno stimolo.
È un nodo centrale del dramma di oggi. Per questa via si è lacerato sempre più, lo ha sottolineato benissimo Gustavo Zagrebelski, quel rapporto essenziale fra società e stato che è compito dei partiti garantire. Siamo giunti cioè al punto estremo di crisi della democrazia: di questo si tratta, ed è inutile nasconderselo. È significativo il ruolo costituzionalmente ineccepibile e al tempo stesso provvidenziale svolto negli ultimi vent´anni da tre capi dello Stato – Scalfaro, Ciampi e Napolitano – che hanno partecipato alla fondazione della Repubblica e sono felicissima espressione di quel clima, di quello spirito. Sono poi dei “non politici” di assoluta qualità a dare prova di uno spirito di servizio che dovrebbe essere il segno distintivo più nobile della politica. Una politica che sta bruciando quel che rimaneva della propria credibilità continuando a ignorare l´urgenza di riformare radicalmente se stessa, il proprio modo di essere e le proprie regole. E difendendo invece nella maniera più assurda i propri privilegi, fino al colpo di mano alla Regione Lazio e a tutte le vicende che variamente ruotano attorno ai vitalizi.
Siamo di fronte alla necessità di ricostruire non solo un sistema politico ma anche un Paese che appare profondamente smarrito e che è chiamato a sacrifici pesantissimi. Anche per proprie colpe: in passato è stato troppo pronto a rimuovere le proprie responsabilità. A dimenticare il contributo direttamente o indirettamente dato all´aprirsi delle voragini, con pesanti spinte corporative e corpose inosservanze degli obblighi civici. Così fu negli anni Ottanta: di queste pessime stoffe era intessuto il sostegno al pentapartito che celebrava allora i suoi trionfi e che ci guidò poi con spensierato ottimismo sin sull´orlo dell´abisso. La barca va, si diceva: fino al naufragio. Così è stato anche nella stagione berlusconiana, e nessuno può rispolverare oggi il mito di una società civile interamente sana contrapposta a un sistema politico corrotto. Sembra semmai più adeguata una vignetta di Altan di qualche tempo fa: “Il Paese avrebbe bisogno di riforme… ma anche le riforme avrebbero bisogno di un Paese”.
Oggi siamo costretti di nuovo a “guardarci dentro”, ad interrogarci sul nostro passato e sul nostro futuro. Il centrosinistra deve spiegare in primo luogo a se stesso perché nel crollo della “prima repubblica” mancò l´occasione di proporre modelli e pratiche di buona politica. E perché affossò poi rapidamente il primo tentativo di Prodi di andare in quella direzione, lasciando così via libera al consolidarsi del populismo e dell´antipolitica. Perché, anche, è diventato progressivamente preda di una opaca afasia.
È altrettanto importante il ripensamento che può coinvolgere quell´area moderata – spesso al di fuori o ai margini delle organizzazioni politiche – che non ha seguito fino in fondo la deriva berlusconiana: perché è così difficile nel nostro Paese la nascita di una destra normale? Ce ne sono finalmente le condizioni? Questo sarebbe un importantissimo elemento di svolta.
Le riflessioni delle forze politiche di entrambi gli schieramenti possono oggi essere favorite dalla qualità stessa del governo che è stato messo in campo. Essa ha fatto rapidamente impallidire tutte le ipotesi sul “dopo Berlusconi” che erano state avanzate in precedenza: sia quelle che sapevano di “conservazione” sia quelle che si presentavano con il volto dell´innovazione. Oggi ci appaiono tutte obsolete, sanno di antico e di inadeguato. Ed è sempre la qualità di questo governo a rendere ancor più stridenti le insufficienze dei partiti e le loro più estreme manifestazioni di irresponsabilità. Su questo terreno la Lega ha sbaragliato ogni suo precedente record ma la demagogia e l´improntitudine, dopo anni e anni di governo, non sembrano più farle guadagnare consensi. Se così continuerà ad essere, sarà un ottimo segnale. Non andrebbero neppure commentate poi le sortite di Berlusconi, primo responsabile del disastro ma pronto a far cadere il governo appena i sondaggi gli tornassero favorevoli: eloquente conferma di un insanabile conflitto con il bene comune.
La rifondazione di una classe dirigente sulla base della competenza, del rigore e dello spirito di servizio è dunque obbligatoria ed è un processo da avviare subito: altrimenti al voto del 2013 si giungerà con inquietanti incognite. Senza quest´inversione di tendenza, senza il contributo attivo della politica sarà molto difficile ricostruire l´etica collettiva, il senso di una comunità. Sono straordinariamente importanti al tempo stesso i segnali che verranno dal governo: la difesa intransigente di equità sociale e diritti, merito e trasparenza sono il motore indispensabile e insostituibile di una Ricostruzione. In un Paese smarrito ma ancora capace di uscire dalle derive di questi anni le indicazioni di futuro sono essenziali: contribuiscono in modo decisivo alla capacità vitale di una nazione, alla sua possibilità di ritornare protagonista. Questo governo ha tutte le qualità per mandare i segnali giusti, ed è in realtà l´ultima occasione per invertire la rotta. Per questo è giusto chiederglielo con forza.
Da La Repubblica del 23/12/2011.
“Ricostruire la politica” (Guido Crainz).
Appena l´emergenza più drammatica si è placata, i partiti hanno rimosso un paradosso inquietante: ancora una volta nel giro di pochi anni il nostro Paese sembra capace di esprimere governi di qualità, capaci di operare quando la politica viene travolta dalla crisi. Così fu fra il 1992 e il 1994 quando, in condizioni difficilissime, Amato e Ciampi avviarono il risanamento proseguito poi dal primo governo Prodi: cioè dal governo di centrosinistra della “seconda Repubblica” che è stato meno prigioniero dei partiti. Nel 1992 il sistema politico crollò all´improvviso, oggi è giunta alle estreme conseguenze una corrosione del centrodestra che ha lasciato solo macerie e che si è svolta nella sostanziale assenza di un´opposizione credibile, capace di idee e progetti alternativi. Oggi come allora nel momento della verità i partiti sono stati più un peso che una risorsa, più un intralcio che uno stimolo.
È un nodo centrale del dramma di oggi. Per questa via si è lacerato sempre più, lo ha sottolineato benissimo Gustavo Zagrebelski, quel rapporto essenziale fra società e stato che è compito dei partiti garantire. Siamo giunti cioè al punto estremo di crisi della democrazia: di questo si tratta, ed è inutile nasconderselo. È significativo il ruolo costituzionalmente ineccepibile e al tempo stesso provvidenziale svolto negli ultimi vent´anni da tre capi dello Stato – Scalfaro, Ciampi e Napolitano – che hanno partecipato alla fondazione della Repubblica e sono felicissima espressione di quel clima, di quello spirito. Sono poi dei “non politici” di assoluta qualità a dare prova di uno spirito di servizio che dovrebbe essere il segno distintivo più nobile della politica. Una politica che sta bruciando quel che rimaneva della propria credibilità continuando a ignorare l´urgenza di riformare radicalmente se stessa, il proprio modo di essere e le proprie regole. E difendendo invece nella maniera più assurda i propri privilegi, fino al colpo di mano alla Regione Lazio e a tutte le vicende che variamente ruotano attorno ai vitalizi.
Siamo di fronte alla necessità di ricostruire non solo un sistema politico ma anche un Paese che appare profondamente smarrito e che è chiamato a sacrifici pesantissimi. Anche per proprie colpe: in passato è stato troppo pronto a rimuovere le proprie responsabilità. A dimenticare il contributo direttamente o indirettamente dato all´aprirsi delle voragini, con pesanti spinte corporative e corpose inosservanze degli obblighi civici. Così fu negli anni Ottanta: di queste pessime stoffe era intessuto il sostegno al pentapartito che celebrava allora i suoi trionfi e che ci guidò poi con spensierato ottimismo sin sull´orlo dell´abisso. La barca va, si diceva: fino al naufragio. Così è stato anche nella stagione berlusconiana, e nessuno può rispolverare oggi il mito di una società civile interamente sana contrapposta a un sistema politico corrotto. Sembra semmai più adeguata una vignetta di Altan di qualche tempo fa: “Il Paese avrebbe bisogno di riforme… ma anche le riforme avrebbero bisogno di un Paese”.
Oggi siamo costretti di nuovo a “guardarci dentro”, ad interrogarci sul nostro passato e sul nostro futuro. Il centrosinistra deve spiegare in primo luogo a se stesso perché nel crollo della “prima repubblica” mancò l´occasione di proporre modelli e pratiche di buona politica. E perché affossò poi rapidamente il primo tentativo di Prodi di andare in quella direzione, lasciando così via libera al consolidarsi del populismo e dell´antipolitica. Perché, anche, è diventato progressivamente preda di una opaca afasia.
È altrettanto importante il ripensamento che può coinvolgere quell´area moderata – spesso al di fuori o ai margini delle organizzazioni politiche – che non ha seguito fino in fondo la deriva berlusconiana: perché è così difficile nel nostro Paese la nascita di una destra normale? Ce ne sono finalmente le condizioni? Questo sarebbe un importantissimo elemento di svolta.
Le riflessioni delle forze politiche di entrambi gli schieramenti possono oggi essere favorite dalla qualità stessa del governo che è stato messo in campo. Essa ha fatto rapidamente impallidire tutte le ipotesi sul “dopo Berlusconi” che erano state avanzate in precedenza: sia quelle che sapevano di “conservazione” sia quelle che si presentavano con il volto dell´innovazione. Oggi ci appaiono tutte obsolete, sanno di antico e di inadeguato. Ed è sempre la qualità di questo governo a rendere ancor più stridenti le insufficienze dei partiti e le loro più estreme manifestazioni di irresponsabilità. Su questo terreno la Lega ha sbaragliato ogni suo precedente record ma la demagogia e l´improntitudine, dopo anni e anni di governo, non sembrano più farle guadagnare consensi. Se così continuerà ad essere, sarà un ottimo segnale. Non andrebbero neppure commentate poi le sortite di Berlusconi, primo responsabile del disastro ma pronto a far cadere il governo appena i sondaggi gli tornassero favorevoli: eloquente conferma di un insanabile conflitto con il bene comune.
La rifondazione di una classe dirigente sulla base della competenza, del rigore e dello spirito di servizio è dunque obbligatoria ed è un processo da avviare subito: altrimenti al voto del 2013 si giungerà con inquietanti incognite. Senza quest´inversione di tendenza, senza il contributo attivo della politica sarà molto difficile ricostruire l´etica collettiva, il senso di una comunità. Sono straordinariamente importanti al tempo stesso i segnali che verranno dal governo: la difesa intransigente di equità sociale e diritti, merito e trasparenza sono il motore indispensabile e insostituibile di una Ricostruzione. In un Paese smarrito ma ancora capace di uscire dalle derive di questi anni le indicazioni di futuro sono essenziali: contribuiscono in modo decisivo alla capacità vitale di una nazione, alla sua possibilità di ritornare protagonista. Questo governo ha tutte le qualità per mandare i segnali giusti, ed è in realtà l´ultima occasione per invertire la rotta. Per questo è giusto chiederglielo con forza.
Da La Repubblica del 23/12/2011.
Ha fatto più danni la par condicio televisiva dell’ultimo decennio che cent’anni di fascismo. Prendete la Polverini, ad esempio.
Ad un certo punto i servi del padrone della comunicazione televisiva italiana hanno sollevato il problema della par condicio nelle trasmissioni televisive e l’opposizione ha abboccato come l’uccellino abbocca alla trappola nascosta nella neve.
Alludo alla neve perchè prima o poi la menzogna si scioglie e la verità viene a galla.
Per ogni politico di opposizione ci doveva essere un rappresentante del governo e le ragioni di questa tattica erano evidenti sin dall’inizio, analizziamone qualcuna.
Intanto se nello studio è presente un inquisito, un condannato, un idiota come Cota, il fatto che nell’altro piatto della bilancia ci sia un oppositore onesto, un politico semplicemente normale, un commentatore attento ed imparziale rende presentabile l’impresentabile, normalità una anomalia.
Inoltre la presenza di esponenti della maggioranza di destra e la tattica inventata da Schifani anni ed anni fa, poi messa in pratica da tutti gli altri, e cioè quella di interrompere il ragionamento dell’avversario politico, fare smorfie, parlarci sopra per non far sentire ai telespettatori gli argomenti esposti dall’opposizione è andata sempre più aumentando e le trasmissioni sottoposte alla par condicio sono diventate dei pollai o i mercati di bestiame dove chi grida di più la vacca l’è sua.
A Ballarò se ne sono visti di teatrini deliranti sino alla nausea, i migliori interpreti dell’arroganza del regime sono stati Gasparri, che all’interrompere ed al sovrapporsi ai discorsi degli altri, ha aggiunto l’arma segreta, lo sputo. Il grande De Andrè diceva in una sua canzone: mastica e sputa, Gasparri da appassionato di musica che non capisce una mazza l’ha cambiata in sproloquia e sputa.
La Russa, che per interrompere ed infastidire gli interlocutori non allineati si affidava alla bava alla bocca, temo che qualche ospite dell’opposizione si sia azzittito pur di non vederlo sbavare, gli argomenti li avrebbe avuti ma si tratteneva per non vomitare in diretta.
Come dimenticare la Linda Lovelace de noantri, la mitica Santanchè. Se avessi messo la foto in centro, e basta,
avrebbe potuto sembrare la locandina del fil mito degli anni settanta, Gola profonda.


Fin qui è tutto normale, abbiamo visto anche la Gelmini con il suggeritore alle spalle, nominata ministro dopo che il consiglio comunale del suo paese l’aveva espulsa per evidente incapacità, quella che serviva per fare il burattino manovrato da Tremonti.
I danni peggiori, tutto sommato, della par condicio televisiva non sono questi, par condicio o no ti accorgi subito che il leghista ospite è il più pirla di tutti anche se lui teme di non essere riconosciuto e si mette il fazzolettino verde in tasca in modo che i suoi elettori lo individuino immediatamente. El noster l’è quel cunt el fazulet verde.
Il danno peggiore, ripeto, è quello di aver fatto diventare personaggi famosi i tipi, le tipe, come Renata Polverini, ex segretaria del sindacato fascista Ugl del quale nemmeno Borghezio, nonostante il suo passato da squadrista fascista, era al corrente che esistesse.
La Polverini si presentava compita, seria, qualche volta ha fatto pure dei discorsi seri con un auto controllo invidiabile, pensate che ha partecipato a decine di puntate di Ballarò senza mai fare il saluto fascista.
E’ diventata così famosa da diventare governatore della regione Lazio e la prima cosa che ha fatto, appena eletta, è stato il saluto fascista ai camerati che l’hanno eletta.
L’ultima, porcata, che ha fatto nella notte tra mercoledì e giovedì scorso esattamente alle 2,30 del mattino è stato far approvare la finanziaria regionale con 40 voti a favore e 21 contrari che prevede, nonostante la crisi che colpisce anche i laziali, che prevede un vitalizio che si trasformerà in pensione che sarà esteso anche agli assessori della Giunta Polverini non eletti.
Come aveva promesso Berlusconi, vi ricompenseremo.
Ho la nausea, per chi ne volesse sapere di più, vada qui:
Natale alla regione Lazio. La Polverini regala il vitalizio ai suoi assessori e aumenta il bollo auto
I guasti della par condicio sono questi, se tu metti un cioccolatino in una poltro ed in quella di fronte uno stronzino da casa, il telespettatore abbioccato dalla cena e rincoglionito da trent’anni di berlusconismo televisivo non nota la differenza.
Per questo sono sempre stato contrario al fatto che esponenti dell’opposizione, Bertinotti in testa, partecipassero a Porta a Porta. Nessuno mi ha ascoltato, nemmeno Renzi l’astuto, con il risultato che la loro presenza ha fatto da alibi, da paravento, ha reso quasi normali i banditi di governo che il buon Vespa ospita sempre con ossequioso servilismo.
Ha fatto più danni la par condicio televisiva dell’ultimo decennio che cent’anni di fascismo. Prendete la Polverini, ad esempio.
Ad un certo punto i servi del padrone della comunicazione televisiva italiana hanno sollevato il problema della par condicio nelle trasmissioni televisive e l’opposizione ha abboccato come l’uccellino abbocca alla trappola nascosta nella neve.
Alludo alla neve perchè prima o poi la menzogna si scioglie e la verità viene a galla.
Per ogni politico di opposizione ci doveva essere un rappresentante del governo e le ragioni di questa tattica erano evidenti sin dall’inizio, analizziamone qualcuna.
Intanto se nello studio è presente un inquisito, un condannato, un idiota come Cota, il fatto che nell’altro piatto della bilancia ci sia un oppositore onesto, un politico semplicemente normale, un commentatore attento ed imparziale rende presentabile l’impresentabile, normalità una anomalia.
Inoltre la presenza di esponenti della maggioranza di destra e la tattica inventata da Schifani anni ed anni fa, poi messa in pratica da tutti gli altri, e cioè quella di interrompere il ragionamento dell’avversario politico, fare smorfie, parlarci sopra per non far sentire ai telespettatori gli argomenti esposti dall’opposizione è andata sempre più aumentando e le trasmissioni sottoposte alla par condicio sono diventate dei pollai o i mercati di bestiame dove chi grida di più la vacca l’è sua.
A Ballarò se ne sono visti di teatrini deliranti sino alla nausea, i migliori interpreti dell’arroganza del regime sono stati Gasparri, che all’interrompere ed al sovrapporsi ai discorsi degli altri, ha aggiunto l’arma segreta, lo sputo. Il grande De Andrè diceva in una sua canzone: mastica e sputa, Gasparri da appassionato di musica che non capisce una mazza l’ha cambiata in sproloquia e sputa.
La Russa, che per interrompere ed infastidire gli interlocutori non allineati si affidava alla bava alla bocca, temo che qualche ospite dell’opposizione si sia azzittito pur di non vederlo sbavare, gli argomenti li avrebbe avuti ma si tratteneva per non vomitare in diretta.
Come dimenticare la Linda Lovelace de noantri, la mitica Santanchè. Se avessi messo la foto in centro, e basta,
avrebbe potuto sembrare la locandina del fil mito degli anni settanta, Gola profonda.


Fin qui è tutto normale, abbiamo visto anche la Gelmini con il suggeritore alle spalle, nominata ministro dopo che il consiglio comunale del suo paese l’aveva espulsa per evidente incapacità, quella che serviva per fare il burattino manovrato da Tremonti.
I danni peggiori, tutto sommato, della par condicio televisiva non sono questi, par condicio o no ti accorgi subito che il leghista ospite è il più pirla di tutti anche se lui teme di non essere riconosciuto e si mette il fazzolettino verde in tasca in modo che i suoi elettori lo individuino immediatamente. El noster l’è quel cunt el fazulet verde.
Il danno peggiore, ripeto, è quello di aver fatto diventare personaggi famosi i tipi, le tipe, come Renata Polverini, ex segretaria del sindacato fascista Ugl del quale nemmeno Borghezio, nonostante il suo passato da squadrista fascista, era al corrente che esistesse.
La Polverini si presentava compita, seria, qualche volta ha fatto pure dei discorsi seri con un auto controllo invidiabile, pensate che ha partecipato a decine di puntate di Ballarò senza mai fare il saluto fascista.
E’ diventata così famosa da diventare governatore della regione Lazio e la prima cosa che ha fatto, appena eletta, è stato il saluto fascista ai camerati che l’hanno eletta.
L’ultima, porcata, che ha fatto nella notte tra mercoledì e giovedì scorso esattamente alle 2,30 del mattino è stato far approvare la finanziaria regionale con 40 voti a favore e 21 contrari che prevede, nonostante la crisi che colpisce anche i laziali, che prevede un vitalizio che si trasformerà in pensione che sarà esteso anche agli assessori della Giunta Polverini non eletti.
Come aveva promesso Berlusconi, vi ricompenseremo.
Ho la nausea, per chi ne volesse sapere di più, vada qui:
Natale alla regione Lazio. La Polverini regala il vitalizio ai suoi assessori e aumenta il bollo auto
I guasti della par condicio sono questi, se tu metti un cioccolatino in una poltro ed in quella di fronte uno stronzino da casa, il telespettatore abbioccato dalla cena e rincoglionito da trent’anni di berlusconismo televisivo non nota la differenza.
Per questo sono sempre stato contrario al fatto che esponenti dell’opposizione, Bertinotti in testa, partecipassero a Porta a Porta. Nessuno mi ha ascoltato, nemmeno Renzi l’astuto, con il risultato che la loro presenza ha fatto da alibi, da paravento, ha reso quasi normali i banditi di governo che il buon Vespa ospita sempre con ossequioso servilismo.


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