Articoli marcati con tag ‘lavoro’

Stanno privatizzando il diritto del lavoro (Umberto Romagnoli).

L’articolo 8 della manovra anti-crisi di ferragosto (legge 148/2011) spiana la strada alla disseminazione di una quantità imprecisabile di particolarismi regolativi incistati nelle periferie aziendali e/o territoriali del sistema paese. Il che lascia prevedere l’incontrollata disgregazione di un corpus normativo come il diritto del lavoro che, sia pure con fatica, aveva acquistato ed era riuscito a conservare una propria organicità e una propria identità. Per questo tutti i commentatori concordano che l’articolo 8, anche se la mentalità perversa del suo autore gli attribuisce una valenza liberatoria, ha materializzato un incubo da Apocalisse. Finora, però, non è stato notato che in greco questa parola non significa soltanto distruzione. Significa anche rivelazione di cose nascoste.
In effetti, è come se l’art. 8 sollevasse un velo, rendendo palese quel che celava una prassi circondata da vasti consensi. La norma cioè estremizza la logica privatistica sulla quale si è venuto costruendo con dogmatica durezza, nel dopo-Costituzione, l’impianto politico-culturale di un settore cruciale dell’esperienza giuridica. Pur non essendone a rigore la conseguenza necessitata e inevitabile, non segna nemmeno una netta cesura. Tutt’al contrario, si colloca lungo una linea di continuità col processo di de-costituzionalizzazione che ha fatto defluire ed ha allontanato il lavoro, le sue regole e il sindacato, dalla sfera dell’interesse pubblico rappresentato dallo Stato e presidiato dalle leggi. Essendone l’approdo finale, la norma ne svela l’interna coerenza di svolgimento fino a celebrarne l’apologia. Peraltro, l’autore dell’art. 8 si propone di andare oltre la dissoluzione in ambito privatistico del diritto del lavoro. Si propone di esorcizzare programmi di politica del diritto che, come lo Statuto dei lavoratori, sono uno sviluppo deduttivo del seguente principio: senza la libertà dei privati il lavoro non può spostare in avanti l’equilibrio dei rapporti di forza col capitale, ma la libertà dei privati da sola non basta a metterlo in sicurezza. Ecco, allora, il messaggio trasmesso dall’art. 8: lo Stato con le sue leggi e i suoi apparati coercitivi o di controllo deve rimpicciolire il suo ruolo, ritrarsi e poi sparire dall’orizzonte del diritto sindacale e del lavoro – irrilevante essendo che lo Stato abbia la forma di «una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Fondata sul lavoro legale, la cui accessibilità essa medesima si obbliga a promuovere (art. 4), retribuito con un salario «sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36), protetto da un welfare idoneo a fornire mezzi adeguati per fronteggiare situazioni di bisogno (art. 38), munito del diritto di auto-organizzarsi, sia per negoziare i trattamenti minimi inderogabili (art. 39), che per gestire la lotta sindacale (art. 40).
La descritta chiave di lettura dell’art. 8 offre la ghiotta opportunità di verificare come e quanto i fideismi possano alla fine risultare deleteri, malgrado la bontà delle motivazioni originarie. Con ciò intendo dire che non ha senso demonizzare l’opzione di politica del diritto, risalente agli anni Cinquanta, secondo la quale la privatizzazione del diritto sindacale e del lavoro è sinonimo di libertà intesa come potere dei privati di gestire i propri interessi senza le stampelle del potere pubblico e dunque senza doverne pagare il prezzo. Sarebbe saggio, invece, contestualizzarla.
La ripresa degli studi giuridici decollò sull’onda di un’indignazione per l’orgia pubblicistica dell’età fascista che faceva apparire prioritaria l’esigenza di evitare ogni contaminazione con un regime che aveva vampirizzato il diritto sindacale, trasformandolo in altro-da-sé, e aveva penalizzato il diritto del contratto di lavoro, riducendone drasticamente lo spazio di autonomia creativa che soltanto il conflitto sociale può procurargli. Viceversa, il rischio di contaminazioni era nelle cose, dal momento che si era concordemente deciso di demandare la responsabilità politica di defascistizzare l’ordinamento (ereditato con beneficio d’inventario stante la pessima fama del de cuius) alle future maggioranze parlamentari e, nel frattempo, al ceto professionale politicamente meno responsabile e culturalmente più legato al passato: ossia, ai giudici ordinari, al giudice delle leggi (che si sarebbe insediato soltanto nella seconda metà degli anni Cinquanta) e in genere agli operatori giuridici. Come dire che la giovane democrazia ha dovuto imparare a vivere senza Costituzione – e non solo in materia sindacale e del lavoro – perché occorreva tempo per bonificare il terreno nel quale era germogliata la normativa fascista. E ciò soprattutto perché il giudizio di disvalore che si era guadagnato la legificazione cingolata emanata in età fascista non era affatto generalizzato; anzi, erano in molti a ritenere che fosse possibile democratizzarla previo un intelligente maquillage. In un clima culturale così ambiguo, la soluzione della disputa sull’attuazione dell’art. 39 (che portava con sé, per una sorta di automatismo, l’attuazione dell’art. 40 secondo il quale lo sciopero è «un diritto che si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano») venne facilitata dalla larga condivisione del pregiudizio favorevole di cui godeva il diritto privato codificato nel 1942.
Un pregiudizio avvalorato da un’accomodante storiografia, secondo la quale l’elaborazione del codice era riuscita a sottrarsi a pesanti compromissioni col regime. Pertanto, l’ancoraggio privatistico del diritto sindacale e del lavoro venne enfatizzato perché consentiva di dare una giustificazione politico-culturale ad un’inadempienza costituzionale. L’essenziale era che a un movimento sindacale come il nostro, con enormi ritardi da colmare quanto a esperienza di libertà, non fosse negata la chance di costruirsi la sua al di fuori di schemi regolativi prefabbricati con materiali avariati.
Insomma, la delegittimazione della costituzione del 1948 in materia sindacale e del lavoro è iniziata in nome della democrazia.
Buttato lì con una franchezza che rasenta la ruvidità, l’assunto fa una certa impressione. Eppure, è ovvio che la Cgil non si fidasse di un Parlamento che nell’età dei governi centristi detestava tutto ciò che aveva odore di sinistra di classe e che, da parte sua, la neo-nata Cisl premesse sulla Dc per dissuaderla dall’approvare una legge che, trasferendo il principio di maggioranza nella dinamica delle relazioni collettive di lavoro formulato dall’art. 39, rischiava di strozzarla nella culla. Casomai, bisognerebbe chiedersi quale significato abbia finito per acquistare la disattivazione costituzionale che i sindacati hanno continuato a reclamare anche dopo che la Cisl, raggiunte le dimensioni di un’organizzazione di massa, non aveva più bisogno di protezioni; dopo che il Muro di Berlino è crollato e la conventio ad excludendum su cui si reggeva la Repubblica dei partiti non è un esangue anacronismo soltanto per Silvio Berlusconi – anche perché non si sa che fine abbia fatto la sinistra: desaparecida come un soldato spedito al fronte i cui cari attendono con apprensione il ritorno a casa, c’è chi dice che sia morta, chi dice che sia prigioniera del nemico, chi dice che abbia disertato.
Il tasso di ascolto della reiterata denuncia del pericolo mortale che correrebbe il lavoro a gravitare nell’orbita del diritto dello Stato per il quale si è combattuta una guerra civile è troppo elevato per non insospettire. Il fatto è che fa comodo crederci, allo Stato e ai partiti, perché li de-responsabilizza in ordine all’attuazione di mezza Costituzione; che viene così appaltata a soggetti privati il cui coinvolgimento istituzionale si sviluppa in una cornice di bassa politica.
Per questo, domina la tendenza a premiare la fatalistica credenza dell’immutabilità di ciò che, dovendo essere, è stato – irrilevante essendo l’entità dello sbrego subito dal tessuto della democrazia costituzionale.
Infatti, a furia di rivendicare all’auto-determinazione delle parti sociali la regolazione del lavoro e del sindacato, un poco alla volta esse hanno finito col maturarne una concezione proprietaria finalizzata alla crescita del loro potere di rappresentanza ed al consolidamento organizzativo del loro ruolo. Ne costituisce un sicuro indizio la postilla dell’accordo del 28 giugno 2011 dalla quale si desume che le confederazioni giudicano l’art. 8 non tanto come un indebolimento della tutela del lavoro quanto piuttosto come un fattore di disturbo della propria primazia.
È un sintomo che pesca nel profondo. Per questo, bisognerebbe analizzarlo. Sia pure dicendo, con Massimo Troisi, «scusate il ritardo».

Da Il Manifesto del 31/01/2012.

Stanno privatizzando il diritto del lavoro (Umberto Romagnoli).

L’articolo 8 della manovra anti-crisi di ferragosto (legge 148/2011) spiana la strada alla disseminazione di una quantità imprecisabile di particolarismi regolativi incistati nelle periferie aziendali e/o territoriali del sistema paese. Il che lascia prevedere l’incontrollata disgregazione di un corpus normativo come il diritto del lavoro che, sia pure con fatica, aveva acquistato ed era riuscito a conservare una propria organicità e una propria identità. Per questo tutti i commentatori concordano che l’articolo 8, anche se la mentalità perversa del suo autore gli attribuisce una valenza liberatoria, ha materializzato un incubo da Apocalisse. Finora, però, non è stato notato che in greco questa parola non significa soltanto distruzione. Significa anche rivelazione di cose nascoste.
In effetti, è come se l’art. 8 sollevasse un velo, rendendo palese quel che celava una prassi circondata da vasti consensi. La norma cioè estremizza la logica privatistica sulla quale si è venuto costruendo con dogmatica durezza, nel dopo-Costituzione, l’impianto politico-culturale di un settore cruciale dell’esperienza giuridica. Pur non essendone a rigore la conseguenza necessitata e inevitabile, non segna nemmeno una netta cesura. Tutt’al contrario, si colloca lungo una linea di continuità col processo di de-costituzionalizzazione che ha fatto defluire ed ha allontanato il lavoro, le sue regole e il sindacato, dalla sfera dell’interesse pubblico rappresentato dallo Stato e presidiato dalle leggi. Essendone l’approdo finale, la norma ne svela l’interna coerenza di svolgimento fino a celebrarne l’apologia. Peraltro, l’autore dell’art. 8 si propone di andare oltre la dissoluzione in ambito privatistico del diritto del lavoro. Si propone di esorcizzare programmi di politica del diritto che, come lo Statuto dei lavoratori, sono uno sviluppo deduttivo del seguente principio: senza la libertà dei privati il lavoro non può spostare in avanti l’equilibrio dei rapporti di forza col capitale, ma la libertà dei privati da sola non basta a metterlo in sicurezza. Ecco, allora, il messaggio trasmesso dall’art. 8: lo Stato con le sue leggi e i suoi apparati coercitivi o di controllo deve rimpicciolire il suo ruolo, ritrarsi e poi sparire dall’orizzonte del diritto sindacale e del lavoro – irrilevante essendo che lo Stato abbia la forma di «una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Fondata sul lavoro legale, la cui accessibilità essa medesima si obbliga a promuovere (art. 4), retribuito con un salario «sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36), protetto da un welfare idoneo a fornire mezzi adeguati per fronteggiare situazioni di bisogno (art. 38), munito del diritto di auto-organizzarsi, sia per negoziare i trattamenti minimi inderogabili (art. 39), che per gestire la lotta sindacale (art. 40).
La descritta chiave di lettura dell’art. 8 offre la ghiotta opportunità di verificare come e quanto i fideismi possano alla fine risultare deleteri, malgrado la bontà delle motivazioni originarie. Con ciò intendo dire che non ha senso demonizzare l’opzione di politica del diritto, risalente agli anni Cinquanta, secondo la quale la privatizzazione del diritto sindacale e del lavoro è sinonimo di libertà intesa come potere dei privati di gestire i propri interessi senza le stampelle del potere pubblico e dunque senza doverne pagare il prezzo. Sarebbe saggio, invece, contestualizzarla.
La ripresa degli studi giuridici decollò sull’onda di un’indignazione per l’orgia pubblicistica dell’età fascista che faceva apparire prioritaria l’esigenza di evitare ogni contaminazione con un regime che aveva vampirizzato il diritto sindacale, trasformandolo in altro-da-sé, e aveva penalizzato il diritto del contratto di lavoro, riducendone drasticamente lo spazio di autonomia creativa che soltanto il conflitto sociale può procurargli. Viceversa, il rischio di contaminazioni era nelle cose, dal momento che si era concordemente deciso di demandare la responsabilità politica di defascistizzare l’ordinamento (ereditato con beneficio d’inventario stante la pessima fama del de cuius) alle future maggioranze parlamentari e, nel frattempo, al ceto professionale politicamente meno responsabile e culturalmente più legato al passato: ossia, ai giudici ordinari, al giudice delle leggi (che si sarebbe insediato soltanto nella seconda metà degli anni Cinquanta) e in genere agli operatori giuridici. Come dire che la giovane democrazia ha dovuto imparare a vivere senza Costituzione – e non solo in materia sindacale e del lavoro – perché occorreva tempo per bonificare il terreno nel quale era germogliata la normativa fascista. E ciò soprattutto perché il giudizio di disvalore che si era guadagnato la legificazione cingolata emanata in età fascista non era affatto generalizzato; anzi, erano in molti a ritenere che fosse possibile democratizzarla previo un intelligente maquillage. In un clima culturale così ambiguo, la soluzione della disputa sull’attuazione dell’art. 39 (che portava con sé, per una sorta di automatismo, l’attuazione dell’art. 40 secondo il quale lo sciopero è «un diritto che si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano») venne facilitata dalla larga condivisione del pregiudizio favorevole di cui godeva il diritto privato codificato nel 1942.
Un pregiudizio avvalorato da un’accomodante storiografia, secondo la quale l’elaborazione del codice era riuscita a sottrarsi a pesanti compromissioni col regime. Pertanto, l’ancoraggio privatistico del diritto sindacale e del lavoro venne enfatizzato perché consentiva di dare una giustificazione politico-culturale ad un’inadempienza costituzionale. L’essenziale era che a un movimento sindacale come il nostro, con enormi ritardi da colmare quanto a esperienza di libertà, non fosse negata la chance di costruirsi la sua al di fuori di schemi regolativi prefabbricati con materiali avariati.
Insomma, la delegittimazione della costituzione del 1948 in materia sindacale e del lavoro è iniziata in nome della democrazia.
Buttato lì con una franchezza che rasenta la ruvidità, l’assunto fa una certa impressione. Eppure, è ovvio che la Cgil non si fidasse di un Parlamento che nell’età dei governi centristi detestava tutto ciò che aveva odore di sinistra di classe e che, da parte sua, la neo-nata Cisl premesse sulla Dc per dissuaderla dall’approvare una legge che, trasferendo il principio di maggioranza nella dinamica delle relazioni collettive di lavoro formulato dall’art. 39, rischiava di strozzarla nella culla. Casomai, bisognerebbe chiedersi quale significato abbia finito per acquistare la disattivazione costituzionale che i sindacati hanno continuato a reclamare anche dopo che la Cisl, raggiunte le dimensioni di un’organizzazione di massa, non aveva più bisogno di protezioni; dopo che il Muro di Berlino è crollato e la conventio ad excludendum su cui si reggeva la Repubblica dei partiti non è un esangue anacronismo soltanto per Silvio Berlusconi – anche perché non si sa che fine abbia fatto la sinistra: desaparecida come un soldato spedito al fronte i cui cari attendono con apprensione il ritorno a casa, c’è chi dice che sia morta, chi dice che sia prigioniera del nemico, chi dice che abbia disertato.
Il tasso di ascolto della reiterata denuncia del pericolo mortale che correrebbe il lavoro a gravitare nell’orbita del diritto dello Stato per il quale si è combattuta una guerra civile è troppo elevato per non insospettire. Il fatto è che fa comodo crederci, allo Stato e ai partiti, perché li de-responsabilizza in ordine all’attuazione di mezza Costituzione; che viene così appaltata a soggetti privati il cui coinvolgimento istituzionale si sviluppa in una cornice di bassa politica.
Per questo, domina la tendenza a premiare la fatalistica credenza dell’immutabilità di ciò che, dovendo essere, è stato – irrilevante essendo l’entità dello sbrego subito dal tessuto della democrazia costituzionale.
Infatti, a furia di rivendicare all’auto-determinazione delle parti sociali la regolazione del lavoro e del sindacato, un poco alla volta esse hanno finito col maturarne una concezione proprietaria finalizzata alla crescita del loro potere di rappresentanza ed al consolidamento organizzativo del loro ruolo. Ne costituisce un sicuro indizio la postilla dell’accordo del 28 giugno 2011 dalla quale si desume che le confederazioni giudicano l’art. 8 non tanto come un indebolimento della tutela del lavoro quanto piuttosto come un fattore di disturbo della propria primazia.
È un sintomo che pesca nel profondo. Per questo, bisognerebbe analizzarlo. Sia pure dicendo, con Massimo Troisi, «scusate il ritardo».

Da Il Manifesto del 31/01/2012.

Stanno privatizzando il diritto del lavoro (Umberto Romagnoli).

L’articolo 8 della manovra anti-crisi di ferragosto (legge 148/2011) spiana la strada alla disseminazione di una quantità imprecisabile di particolarismi regolativi incistati nelle periferie aziendali e/o territoriali del sistema paese. Il che lascia prevedere l’incontrollata disgregazione di un corpus normativo come il diritto del lavoro che, sia pure con fatica, aveva acquistato ed era riuscito a conservare una propria organicità e una propria identità. Per questo tutti i commentatori concordano che l’articolo 8, anche se la mentalità perversa del suo autore gli attribuisce una valenza liberatoria, ha materializzato un incubo da Apocalisse. Finora, però, non è stato notato che in greco questa parola non significa soltanto distruzione. Significa anche rivelazione di cose nascoste.
In effetti, è come se l’art. 8 sollevasse un velo, rendendo palese quel che celava una prassi circondata da vasti consensi. La norma cioè estremizza la logica privatistica sulla quale si è venuto costruendo con dogmatica durezza, nel dopo-Costituzione, l’impianto politico-culturale di un settore cruciale dell’esperienza giuridica. Pur non essendone a rigore la conseguenza necessitata e inevitabile, non segna nemmeno una netta cesura. Tutt’al contrario, si colloca lungo una linea di continuità col processo di de-costituzionalizzazione che ha fatto defluire ed ha allontanato il lavoro, le sue regole e il sindacato, dalla sfera dell’interesse pubblico rappresentato dallo Stato e presidiato dalle leggi. Essendone l’approdo finale, la norma ne svela l’interna coerenza di svolgimento fino a celebrarne l’apologia. Peraltro, l’autore dell’art. 8 si propone di andare oltre la dissoluzione in ambito privatistico del diritto del lavoro. Si propone di esorcizzare programmi di politica del diritto che, come lo Statuto dei lavoratori, sono uno sviluppo deduttivo del seguente principio: senza la libertà dei privati il lavoro non può spostare in avanti l’equilibrio dei rapporti di forza col capitale, ma la libertà dei privati da sola non basta a metterlo in sicurezza. Ecco, allora, il messaggio trasmesso dall’art. 8: lo Stato con le sue leggi e i suoi apparati coercitivi o di controllo deve rimpicciolire il suo ruolo, ritrarsi e poi sparire dall’orizzonte del diritto sindacale e del lavoro – irrilevante essendo che lo Stato abbia la forma di «una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Fondata sul lavoro legale, la cui accessibilità essa medesima si obbliga a promuovere (art. 4), retribuito con un salario «sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36), protetto da un welfare idoneo a fornire mezzi adeguati per fronteggiare situazioni di bisogno (art. 38), munito del diritto di auto-organizzarsi, sia per negoziare i trattamenti minimi inderogabili (art. 39), che per gestire la lotta sindacale (art. 40).
La descritta chiave di lettura dell’art. 8 offre la ghiotta opportunità di verificare come e quanto i fideismi possano alla fine risultare deleteri, malgrado la bontà delle motivazioni originarie. Con ciò intendo dire che non ha senso demonizzare l’opzione di politica del diritto, risalente agli anni Cinquanta, secondo la quale la privatizzazione del diritto sindacale e del lavoro è sinonimo di libertà intesa come potere dei privati di gestire i propri interessi senza le stampelle del potere pubblico e dunque senza doverne pagare il prezzo. Sarebbe saggio, invece, contestualizzarla.
La ripresa degli studi giuridici decollò sull’onda di un’indignazione per l’orgia pubblicistica dell’età fascista che faceva apparire prioritaria l’esigenza di evitare ogni contaminazione con un regime che aveva vampirizzato il diritto sindacale, trasformandolo in altro-da-sé, e aveva penalizzato il diritto del contratto di lavoro, riducendone drasticamente lo spazio di autonomia creativa che soltanto il conflitto sociale può procurargli. Viceversa, il rischio di contaminazioni era nelle cose, dal momento che si era concordemente deciso di demandare la responsabilità politica di defascistizzare l’ordinamento (ereditato con beneficio d’inventario stante la pessima fama del de cuius) alle future maggioranze parlamentari e, nel frattempo, al ceto professionale politicamente meno responsabile e culturalmente più legato al passato: ossia, ai giudici ordinari, al giudice delle leggi (che si sarebbe insediato soltanto nella seconda metà degli anni Cinquanta) e in genere agli operatori giuridici. Come dire che la giovane democrazia ha dovuto imparare a vivere senza Costituzione – e non solo in materia sindacale e del lavoro – perché occorreva tempo per bonificare il terreno nel quale era germogliata la normativa fascista. E ciò soprattutto perché il giudizio di disvalore che si era guadagnato la legificazione cingolata emanata in età fascista non era affatto generalizzato; anzi, erano in molti a ritenere che fosse possibile democratizzarla previo un intelligente maquillage. In un clima culturale così ambiguo, la soluzione della disputa sull’attuazione dell’art. 39 (che portava con sé, per una sorta di automatismo, l’attuazione dell’art. 40 secondo il quale lo sciopero è «un diritto che si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano») venne facilitata dalla larga condivisione del pregiudizio favorevole di cui godeva il diritto privato codificato nel 1942.
Un pregiudizio avvalorato da un’accomodante storiografia, secondo la quale l’elaborazione del codice era riuscita a sottrarsi a pesanti compromissioni col regime. Pertanto, l’ancoraggio privatistico del diritto sindacale e del lavoro venne enfatizzato perché consentiva di dare una giustificazione politico-culturale ad un’inadempienza costituzionale. L’essenziale era che a un movimento sindacale come il nostro, con enormi ritardi da colmare quanto a esperienza di libertà, non fosse negata la chance di costruirsi la sua al di fuori di schemi regolativi prefabbricati con materiali avariati.
Insomma, la delegittimazione della costituzione del 1948 in materia sindacale e del lavoro è iniziata in nome della democrazia.
Buttato lì con una franchezza che rasenta la ruvidità, l’assunto fa una certa impressione. Eppure, è ovvio che la Cgil non si fidasse di un Parlamento che nell’età dei governi centristi detestava tutto ciò che aveva odore di sinistra di classe e che, da parte sua, la neo-nata Cisl premesse sulla Dc per dissuaderla dall’approvare una legge che, trasferendo il principio di maggioranza nella dinamica delle relazioni collettive di lavoro formulato dall’art. 39, rischiava di strozzarla nella culla. Casomai, bisognerebbe chiedersi quale significato abbia finito per acquistare la disattivazione costituzionale che i sindacati hanno continuato a reclamare anche dopo che la Cisl, raggiunte le dimensioni di un’organizzazione di massa, non aveva più bisogno di protezioni; dopo che il Muro di Berlino è crollato e la conventio ad excludendum su cui si reggeva la Repubblica dei partiti non è un esangue anacronismo soltanto per Silvio Berlusconi – anche perché non si sa che fine abbia fatto la sinistra: desaparecida come un soldato spedito al fronte i cui cari attendono con apprensione il ritorno a casa, c’è chi dice che sia morta, chi dice che sia prigioniera del nemico, chi dice che abbia disertato.
Il tasso di ascolto della reiterata denuncia del pericolo mortale che correrebbe il lavoro a gravitare nell’orbita del diritto dello Stato per il quale si è combattuta una guerra civile è troppo elevato per non insospettire. Il fatto è che fa comodo crederci, allo Stato e ai partiti, perché li de-responsabilizza in ordine all’attuazione di mezza Costituzione; che viene così appaltata a soggetti privati il cui coinvolgimento istituzionale si sviluppa in una cornice di bassa politica.
Per questo, domina la tendenza a premiare la fatalistica credenza dell’immutabilità di ciò che, dovendo essere, è stato – irrilevante essendo l’entità dello sbrego subito dal tessuto della democrazia costituzionale.
Infatti, a furia di rivendicare all’auto-determinazione delle parti sociali la regolazione del lavoro e del sindacato, un poco alla volta esse hanno finito col maturarne una concezione proprietaria finalizzata alla crescita del loro potere di rappresentanza ed al consolidamento organizzativo del loro ruolo. Ne costituisce un sicuro indizio la postilla dell’accordo del 28 giugno 2011 dalla quale si desume che le confederazioni giudicano l’art. 8 non tanto come un indebolimento della tutela del lavoro quanto piuttosto come un fattore di disturbo della propria primazia.
È un sintomo che pesca nel profondo. Per questo, bisognerebbe analizzarlo. Sia pure dicendo, con Massimo Troisi, «scusate il ritardo».

Da Il Manifesto del 31/01/2012.

Tutte le bugie sull’art. 18 (Gian Paolo Patta).

Non è vero che lo Statuto difende una minoranza di lavoratori. Ed è falso che sia la causa della precarietà.

In vista dell’annunciato confronto tra governo e organizzazioni sindacali sul mercato del lavoro, è iniziata la campagna tendente a dimostrare come i lavoratori tutelati dal famigerato art. 18 dello Statuto dei lavoratori siano una minoranza privilegiata, la cui esistenza sarebbe la causa primaria della diffusione della precarietà giovanile. Sorvolando sul fatto che gli autori di questa campagna sono gli stessi che, criticando l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro italiano, a suo tempo pretesero l’introduzione massiccia di forme di lavoro atipico, vediamo come adesso stiano forzando i dati sull’occupazione, in senso inverso ma con il fine di sempre: allargare l’area della precarietà e la ricattabilità dei lavoratori. Esaminiamo alcuni assunti di questa campagna. È vero che i lavoratori a tempo determinato sono la maggioranza? Dai dati Istat sull’occupazione risulterebbe di no: gli occupati dipendenti a tempo indeterminato erano nel 2010 l’87,2% del totale e quelli a tempo determinato il 12,8%. È vero che i lavoratori ai quali si applica l’art. 18 sono la minoranza? Sempre dai dati Istat emerge che nelle aziende che occupano fino a 20 dipendenti sono occupati 4.574.000 dipendenti su un totale di 17.110.000. Anche aggiungendo tutti gli 800.000 collaboratori coordinati e 250.000 professionisti (non tutte queste figure sono assimilabili al lavoro dipendente: l’Istat li classifica nel lavoro autonomo), risulta evidente come la maggioranza dei lavoratori italiani siano tutelati dall’art. 18. Alcuni confondono i dati usando non il numero dei dipendenti ma quello degli addetti: questi ultimi comprendono i milioni di lavoratori autonomi che fanno più che raddoppiare l’occupazione globale delle piccole aziende, mentre lo Statuto fa riferimento a 15 dipendenti e non addetti. È vero che le aziende che ricorrono ai contratti di lavoro atipici lo fanno per evitare l’art. 18? Sempre dai dati Istat risulta che gli addetti (termine che indica, come già scritto, anche i padroni e gli autonomi medi dell’industria sono 8,7, quelli delle imprese del commercio e alberghi 3,3, costruzioni 2,9 e 2,8 gli altri servizi (compresi quelli alla persona); ora, i lavoratori a tempo determinato presenti nell’industria sono 319.000, mentre quelli del totale dei servizi 1.464.000, di cui ben 974.000 nella categoria altri servizi (che comprendono quelli alla persona). Come si può ben intuire, la maggior parte dei contratti a tempo determinato sono nelle aziende che non applicano l’art. 18. È vero che si possono sostituire tutte le forme di lavoro precario con unico contratto di inserimento? Impossibile in diverse situazioni: nell’edilizia, che ha un’attività estremamente discontinua e legata ai cantieri, nel turismo stagionale e nell’agricoltura, stagionale per definizione, solo per citare 3 grandi esempi. In questi settori è impossibile assumere tutti a tempo indeterminato, tant’è che esistono, per evitare di non trovare dipendenti, specifiche forme di sostegno al reddito. Esiste poi il complesso dei servizi alla persona in ambito familiare (circa un milione di addetti) e i contratti di formazione, come l’apprendistato che nessuno ha proposto di abolire. Le proposte in campo tese a limitare l’area di applicazione dell’art. 18 non porteranno pertanto che benefici marginali agli attuali occupati con contratti di lavoro a tempo determinato, soprattutto a quella parte che ha natura strutturale, mentre allargheranno l’area della precarietà introducendo una ennesima nuova figura: il contratto di lavoro a tempo indeterminato in cui non si applica l’art. 18. Ovviamente siamo in presenza di un ossimoro: senza l’art. 18 ogni contratto può trasformarsi con molta più facilità d’oggi in un contratto a tempo determinato. La verità è che l’ampia flessibilità del mercato del lavoro italiano, determinata in primis dall’ampia diffusione del lavoro autonomo e del lavoro nero, è causata dal ritardo del capitalismo italiano nei confronti degli altri paesi europei (Germania innanzitutto) e determina il differenziale di produttività che si è accumulato in questi anni. Ma questo blocco sociale arretrato è parte integrante del blocco dominante: quindi intoccabile per ragioni politiche e allora non resta che tirare il collo agli operai nella speranza (vana) di recuperare margini di profitto.

Da Il Manifesto del 04/01/2012.

Tutte le bugie sull’art. 18 (Gian Paolo Patta).

Non è vero che lo Statuto difende una minoranza di lavoratori. Ed è falso che sia la causa della precarietà.

In vista dell’annunciato confronto tra governo e organizzazioni sindacali sul mercato del lavoro, è iniziata la campagna tendente a dimostrare come i lavoratori tutelati dal famigerato art. 18 dello Statuto dei lavoratori siano una minoranza privilegiata, la cui esistenza sarebbe la causa primaria della diffusione della precarietà giovanile. Sorvolando sul fatto che gli autori di questa campagna sono gli stessi che, criticando l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro italiano, a suo tempo pretesero l’introduzione massiccia di forme di lavoro atipico, vediamo come adesso stiano forzando i dati sull’occupazione, in senso inverso ma con il fine di sempre: allargare l’area della precarietà e la ricattabilità dei lavoratori. Esaminiamo alcuni assunti di questa campagna. È vero che i lavoratori a tempo determinato sono la maggioranza? Dai dati Istat sull’occupazione risulterebbe di no: gli occupati dipendenti a tempo indeterminato erano nel 2010 l’87,2% del totale e quelli a tempo determinato il 12,8%. È vero che i lavoratori ai quali si applica l’art. 18 sono la minoranza? Sempre dai dati Istat emerge che nelle aziende che occupano fino a 20 dipendenti sono occupati 4.574.000 dipendenti su un totale di 17.110.000. Anche aggiungendo tutti gli 800.000 collaboratori coordinati e 250.000 professionisti (non tutte queste figure sono assimilabili al lavoro dipendente: l’Istat li classifica nel lavoro autonomo), risulta evidente come la maggioranza dei lavoratori italiani siano tutelati dall’art. 18. Alcuni confondono i dati usando non il numero dei dipendenti ma quello degli addetti: questi ultimi comprendono i milioni di lavoratori autonomi che fanno più che raddoppiare l’occupazione globale delle piccole aziende, mentre lo Statuto fa riferimento a 15 dipendenti e non addetti. È vero che le aziende che ricorrono ai contratti di lavoro atipici lo fanno per evitare l’art. 18? Sempre dai dati Istat risulta che gli addetti (termine che indica, come già scritto, anche i padroni e gli autonomi medi dell’industria sono 8,7, quelli delle imprese del commercio e alberghi 3,3, costruzioni 2,9 e 2,8 gli altri servizi (compresi quelli alla persona); ora, i lavoratori a tempo determinato presenti nell’industria sono 319.000, mentre quelli del totale dei servizi 1.464.000, di cui ben 974.000 nella categoria altri servizi (che comprendono quelli alla persona). Come si può ben intuire, la maggior parte dei contratti a tempo determinato sono nelle aziende che non applicano l’art. 18. È vero che si possono sostituire tutte le forme di lavoro precario con unico contratto di inserimento? Impossibile in diverse situazioni: nell’edilizia, che ha un’attività estremamente discontinua e legata ai cantieri, nel turismo stagionale e nell’agricoltura, stagionale per definizione, solo per citare 3 grandi esempi. In questi settori è impossibile assumere tutti a tempo indeterminato, tant’è che esistono, per evitare di non trovare dipendenti, specifiche forme di sostegno al reddito. Esiste poi il complesso dei servizi alla persona in ambito familiare (circa un milione di addetti) e i contratti di formazione, come l’apprendistato che nessuno ha proposto di abolire. Le proposte in campo tese a limitare l’area di applicazione dell’art. 18 non porteranno pertanto che benefici marginali agli attuali occupati con contratti di lavoro a tempo determinato, soprattutto a quella parte che ha natura strutturale, mentre allargheranno l’area della precarietà introducendo una ennesima nuova figura: il contratto di lavoro a tempo indeterminato in cui non si applica l’art. 18. Ovviamente siamo in presenza di un ossimoro: senza l’art. 18 ogni contratto può trasformarsi con molta più facilità d’oggi in un contratto a tempo determinato. La verità è che l’ampia flessibilità del mercato del lavoro italiano, determinata in primis dall’ampia diffusione del lavoro autonomo e del lavoro nero, è causata dal ritardo del capitalismo italiano nei confronti degli altri paesi europei (Germania innanzitutto) e determina il differenziale di produttività che si è accumulato in questi anni. Ma questo blocco sociale arretrato è parte integrante del blocco dominante: quindi intoccabile per ragioni politiche e allora non resta che tirare il collo agli operai nella speranza (vana) di recuperare margini di profitto.

Da Il Manifesto del 04/01/2012.

Piemonte Morti sul lavoro 50 registra + 78,5 % in più dell’intero 2010 (28 morti

Piemonte Morti sul lavoro 50 registra + 78,5 % in più dell'intero 2010 (28 morti.

“Lavoro e diritti, i regali che vogliamo” Il Natale in Rete di precari e disoccupati.

“Chiediamo solo lavoro e diritti”. Il Natale (listato a lutto) di precari, disoccupati, donne.

“In Italia ci sono 2,1 milioni di persone senza lavoro. Speriamo che Babbo Natale abbia bisogno di nuovi assistenti”. Su facebook e twitter sono tantissimi i messaggi ironici (ma anche le proposte al governo) di chi è duramente colpito dalla crisi e spera in una via d’uscita rapida.

“E Babbo Natale, dopo la foto coi bambini, si tolse la barba e chiese: ‘Non è che può aiutarmi a trovare un lavoro?”. Corrono su Twitter e sui social media i messaggi di disoccupati, precari e cassintegrati, alle prese con un Natale in cui un lavoro sarebbe il miglior regalo sotto l’albero. Quella di oggi è un’Italia profondamente segnata dalla crisi e già coinvolta nella spirale della recessione. Infatti, secondo il centro studi di Confindustria, è prevista una contrazione del Pil pari al 2% tra l’estate scorsa e la primavera 2012. I cittadini poi, oltre ai sacrifici imposti dalla crisi, dovranno anche affrontare i tagli della manovra lacrime e sangue del governo Monti per risanare i conti pubblici.

PRECARI – L’anno scorso un gruppo di precari, nella lettera a Gesù Bambino pubblicata sul Fattoaveva proposto al governo Berlusconi di combattere l’evasione fiscale impegnandosi a richiedere scontrini e fatture, in cambio di una pensione. Lo stesso tema che ritorna nella lettera inviata in questi giorni da San Precario al ministro Elsa Fornero per chiedere ammortizzatori sociali e la garanzia di una vecchiaia tutelata. Perchè, leggiamo: “Cara ministro, Lei sa benissimo che oggi i cosiddetti lavoratori parasubordinati, coloro che sono iscritti alla gestione separata, tengono in attivo i conti dell’Inps”. E su Twitter San Precario riassume: “Caro governo noi #precari ti chiediamo un dono x natale: #diritti a tempo indeterminato: reddito welfare ferie mat/paternità e cittadinanza”. Anche la Rete dei Redattori Precari avanza le sue richieste e invia la sua letterina di Natale a Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori “e in quanto tale rappresentante di quelle case editrici a cui molti dei redattori precari prestano la propria manodopera” a cui chiedono se gli editori “non eludano le leggi in materia di diritto del lavoro” e di “aprire un dialogo sulla questione del precariato nell’editoria”.

DISOCCUPATI – “In Italia ci sono 2,1 milioni di disoccupati. Speriamo che Babbo Natale abbia bisogno di nuovi assistenti”, scrive Dania su Twitter. Pure chi è senza lavoro rivolge le sue richieste a Santa Claus e scrive: “Credi che io pur avendo 39 anni, possa fare una richiesta? Sai che ho girato tutta l’Italia con un cartello addosso, recante la scritta ’Disoccupato in affitto’, e ho trovato un Paese spaventato, di gente che fatica a vedere un futuro?”. Nei thread di alcuni forum si discute anche della Chiesa che non paga l’Ici a differenza di chi un lavoro non ce l’ha, mentre aalcuni disoccupati del progetto Bros hanno deciso di costruire un albero di Natale listato a lutto, con le foto dei politici anziché le palline e un crocifisso al posto del puntale. Una condizione di difficoltà che si esprime anche in vere e proprie richieste di aiuto sulla pagina Facebook “Italiani siamo senza lavoro e supertassati. Diciamo basta”, in cui Fabrizio scrive: “Grazie Monti, dal 1 gennaio sono senza lavoro. Con una bambina e una moglie invalida per lo più senza pensione. Verrò a chiedere l’ elemosina davanti Montecitorio”.

CASSINTEGRATI – Sono centinaia anche le esperienze dei cassintegrati in Rete e dal rapporto Cgil pubblicato il 17 dicembre è emerso che la cassa integrazione è aumentata: ha sfiorato a novembre le 900 milioni di ore da inizio anno e si appresta a toccare il miliardo entro il 31 dicembre. Il blog L’Isola dei cassintegrati, ad esempio, ha seguito da vicino le proteste del taglio dei treni notturni di Trenitalia che ha causato il licenziamento di 800 lavoratori in tutta Italia. E su Twitter fa capolino la proposta natalizia di cliqzitfinance di “detassare la tredicesima ai cassintegrati”.

DONNE – Anche per le donne lo scenario natalizio porta alla luce doni sgraditi, come il licenziamento a maggio 2013 di 300 dipendenti della Invatec-Medtroni mentre l’Istat, come segnala Manuela mimosa su Twitter, ricorda che sulle donne oggi ricade ancora il 76% del lavoro tra le mura domestiche. Online alcune donne rivelano la difficoltà di lavorare in gravidanza ma di non “avere avuto altra scelta” in un Paese che ancora oggi ha il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa ad eccezione di Malta, pari al 47%. Per questo un gruppo di donne invita a “regalare 10 leggi per Natale” con l’iniziativa 2 euro per 10 leggi, per avanzare proposte reali volte a migliorare la condizione femminile in Italia.

In un mondo del lavoro in cui anche i garantiti sfociano nel limbo della cassaintegrazione, i lavoratori sono sempre meno tutelati. Proprio come li definisce San Precario nella sua lettera: “Siamo donne alle prese con una parità di genere tutta apparente, senza tutele, a partire dalla maternità; siamo giovani e meno giovani, intere generazioni precarie costrette a vivere un presente dilatato che non permette di progettare il futuro”. Il presente è difficile, ma la speranza rimane. Almeno a Natale.

Da Il fatto Quotidiano del 25/12/2011.

Articolo 18, Bersani avverte il governo: “Sarebbe roba da matti toccarlo ora”

Dal segretario del Pd parole dure a difesa della norma che tutela dai licenziamenti, ma incalza nel partito la componente che spinge per una riforma. Schifani: “Intervenire con un ddl organico”.

ROMA - Pierluigi Bersani si schiera a netta difesa dell’articolo 18 e lo fa con una delle battute colorite che lo hanno reso un personaggio. E’ “roba da matti” toccarlo, dice il segretario del Pd, quando il problema è entrare nel mondo del lavoro, non uscirne. Il governo, aggiunge, “lo capirà, lo dovrà capire, altrimenti…”.

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Prima ancora che l’esecutivo, la necessità di Bersani sembra però quella di farlo capire all’unanimità del suo partito visto che è anche dall’interno del Pd che continuano a levarsi voci a favore di un intervento sull’articolo 18. Oltre al solito Pietro Ichino, che anche oggi ha ribadito che “non si tratta di togliere diritti a chi un lavoro già ce l’ha, ma di garantire a chi è fuori dal mercato del lavoro, da qui in avanti, un diritto del lavoro capace di coniugare la massima flessibilità per le aziende, con il massimo possibile di sicurezza economica e professionale”, a sostegno della riforma è intervenuto oggi pure Sergio Chiamparino. “E’ ovvio che quando c’è un simbolo politico di mezzo – dice – è sempre difficile avviare una trattativa. A questo punto è meglio concordare di lasciare l’articolo 18 fuori dal tavolo e discutere degli altri provvedimenti su crescita e lavoro. Alla fine ci si renderà conto che l’articolo 18 è meno rilevante di quello che appare”. “Però il sindacato – prosegue – non può far finta di vedere chi è senza tutele. Dai lavoratori delle aziende sotto i 15 dipendenti, a chi perde il lavoro in età avanzata, ai precari”.

Le parole del segretario democratico sono in sintonia invece con quelle dei sindacati, che dopo le scintille dei giorni scorsi con il ministro del Welfare Elsa Fornero 2, sono tornati oggi a far sentire la loro voce attraverso il leader della Cisl Raffaele Bonanni. “Mi trovo a disagio con situazioni reimportate dal bipolarismo distruttivo – afferma – La Cisl vuole un patto sociale e un cambio di passo, in modo che le questioni, da lavoro a fisco, siano dentro un equilibrio che mandi avanti la società in modo condiviso”.  “Questo – insiste – credo sia il compito di un governo tecnico, diversamente ripiombiamo nel bipolarismo distruttivo. Noi della Cisl abbiamo visto con molto favore la discontinuità di un governo tecnico per finirla con le polemiche del bipolarismo distruttivo e convergere tutti su soluzioni anche rigorose, ma ben ponderate, condivise ed eque”.

Sull’argomento destinato a tenere banco nel dibattito politico dei prossimi giorni, dopo il capo dello Stato Giorgio Napolitano 3, interviene oggi anche il presidente del Senato Renato Schifani. “Voglio sperare – afferma – che sull’articolo 18, si possa intervenire con un ddl organico, garantendo, naturalmente, un canale privilegiato ma senza ricorrere alla decretazione d’urgenza, proprio per evitare uno scontro sociale che non vuole il Parlamento, né certamente vuole il governo”. “Siamo pronti – assicura Schifani – ad assumerci le nostre responsabilità perché, mai come ora, il Paese ha bisogno di coesione politica e sociale”. Quindi è necessario un rapporto organico, sereno, costruttivo e responsabile tra istituzioni, governo e parti sociali che devono dare una mano al Paese in questo momento” conclude il presidente del Senato.

Da La Repubblica del 21/12/2011.

Proposte dell’Italia per Rio 20+

Era metà ottobre e faceva ancora caldo, sembrava quasi estate quando ho partecipato ad un incontro organizzato da Deanna Del Vecchio. Appena arrivata lei mi ha accolto con molto affetto e partecipazione, parlando un po’ in italiano e un po’ in inglese. Era davvero interessata a ciascuno di noi, al nostro impegno per l’ambiente e alla nostra presenza all’incontro.

Deanna e Federico Brocchieri hanno organizzato questo convegno per raccogliere proposte, idee e suggerimenti che sono state consegnate lo scorso 1 novembre al Parlamento Europeo in vista del summit Rio 20+ che si terrà il prossimo anno.

Hanno invitato diverse associazioni ambientaliste e insieme abbiamo discusso e parlato dei nostri lavori e progetti. Le categorie a cui ci siamo riferiti erano cinque: cibo, trasporti, rifiuti, energia e acqua. Ci siamo divisi in due gruppi: acqua e cibo e trasporti, rifiuti, energia.

Queste categorie fanno riferimento al sito di Deanna, Tread Lightly, che contiene un programma educativo liberamente utilizzabile da insegnanti e alunni e da chi vuole confrontarsi con queste tematiche legate all’ambiente.

Subito è emerso che le diverse organizzazioni hanno le idee chiare e condividono molti progetti. Il problema principale sembra essere quello di  coinvolgere il maggior numero possibile di cittadini e trovare nuovi modi e nuovi mezzi per comunicare, soprattutto con i più giovani.

Deanna ci ha proposto tre domande di carattere generale. Per rispondere in modo completo, non sarebbe bastata una settimana!

  1. Quali progressi sono stati fatti verso la sostenibilità e quali lacune esistono a livello nazionale?
  2. Cosa possono fare le comunità e i gruppi locali, l’uno per l’altro, per incrementare il lavoro che stanno già svolgendo?
  3. Cosa possono fare la Comunità Europea e le comunità internazionali?

Il confronto è stato utile e costruttivo e Deanna ha raccolto le nostre proposte e le ha unite a quelle di altri gruppi e di altre città, consegnandole al Parlamento Europeo.

Questo è il risultato del nostro lavoro. Oltre ai progetti di lavoro, abbiamo condiviso con Deanna e con tutti i partecipanti il gusto per il cibo e le bevande del nostro Paese. La condivisione è sempre importante e perciò ringrazio Deanna, le auguro buon lavoro e mi tengo in contatto con lei e con il suo progetto.

Lavoro. Ancora un morto nella fabbrica dei tedeschi

Nella fabbrica dei tedeschi, la ThyssenKrupp, si continua a morire di lavoro. L’altra sera la

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