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CARO PROFESSOR SARTORI, IL REFERENDUM PASSIGLI LO HA UCCISO IL PD!

Scrive oggi il professor Giovanni Sartori sul Corriere della Sera : ….”il referendum proposto dal professor Stefano Passigli, già senatore dei Ds-l’Ulivo, che è stato inopinatamente silurato non si capisce bene perché e non si sa bene da chi. Il referendum Passigli sarebbe quasi sicuramente passato al vaglio della Consulta, ed aveva l’inestimabile pregio di eliminare, tra l’altro, il premio di maggioranza truffaldino che attribuisce la maggioranza dei seggi ad una minoranza di voti (sia pure la maggiore minoranza, ma pur sempre minoranza).  Il testo Passigli sarebbe stato quasi sicuramente approvato dalla Corte perché presentava questa caratteristica: di essere un testo immediatamente agibile, immediatamente utilizzabile. E la Corte ha sempre ritenuto che in materia elettorale non poteva esistere un vuoto legislativo.” Il professore in sostanza si chiede  chi e perché, abbia indotto   Passigli a ritirare il suo quesito.  Non sappiamo se il professore ignora veramente o fa finta di ignorare chi ha silurato il referendum proposto da Passigli.  Ci teniamo il dubbio e per amore della verità gli offriamo la possibilità di avere un quadro di valutazione oggettivo. Per farlo non c’è bisogno di  un grande sforzo, basta sfogliare la cronaca di quei giorni, ovvero, i principii di luglio dell’estate scorsa. Leggendo i giornali e le dichiarazioni di quelle giornate, la responsabilità appare  evidente. L’assassino del Referendum Passigli è il PD e i suoi illuminati dirigenti. Scrive Panorama. it il 7 Luglio del 2011 :  “Una guerra fratricida è in atto tra chi sostiene quello “proporzionale”, già depositato in Cassazione dall’ex senatore Stefano Passigli, e il cosiddetto “fronte dei big”, Veltroni, Bindi e Parisi in prima linea, a favore di un ritorno al Mattarelum che salvi il bipolarismo.”  Le dichiarazioni in quei giorni si susseguirono, per la verità, più che dichiarazioni,  la fisionomia era quella delle minacce, ergo, il referendum diventò un alibi, un feticcio, l’oggetto dell’eterno gioco del posizionamento e del contro posizionamento all’interno del PD tra le varie cordate dei capibastone nazionali. L’eterna lotta tra i ventennali e, mai vecchi, dirigenti del PD. Il più attivo di tutti era ed è, Walter Veltroni, già in campo per appoggiare un contro referendum, quello che poi in sostanza ha appoggiato sebbene firmato da Di Pietro.  Scrive Veltroni alla Repubblica : “Caro Direttore, vorrei rivolgermi dalle colonne di Repubblica, ai promotori del referendum sulla legge elettorale che ha come primo firmatario l´ex senatore Passigli. Apprezzo la disponibilità mostrata ieri alla sospensione della raccolta delle firme e credo che si debba esser disponibili all´incontro che viene richiesto. Ma la sospensione rischia di avere un carattere temporaneo, mentre sarebbe più giusto ritirare definitivamente tutti i quesiti e sgomberare il campo per consentire un impegno unitario contro il Porcellum”. Veltroni  non era solo, in suo aiuto su quella posizione, sempre in quei giorni,  si schierano Parisi, Castagnetti e l’eterna Rosi Bindi anche lei in prima linea nella raffica di minacce dirette a Bersani. Il 6 luglio del 2011 Veltroni, Parisi, Castegnetti e Bindi, tengono addirittura una riunione, non prima di aver incassato a mezzo stampa il sostegno di Romano Prodi e, alla fine, rilasciarono la seguente dichiarazione: “se Passigli ritira il suo quesito, noi facciamo altrettanto.”  Insomma uno stillicidio, una gara di dichiarazioni e contro dichiarazioni, a parole tutti per il cambiamento del Porcellum, tutti a preferire una proposta unitaria firmata PD, nella realtà, la querelle nascondeva ben altro, l’eterno timore di un rafforzamento della posizione dalemiana. Cosa aveva insospettito i nostri eroi? Semplice : “la dichiarazione di Matteo Orfini, membro della segreteria, il quale si era detto pronto a firmare il referendum  Passigli.” In un quadro del genere Pierluigi Bersani venne messo alle corde. A Enrico Letta il compito di  avanzare formalmente la richiesta di un passo indietro a Passigli: “Il referendum rischia di fare danni – disse – rischia di generare più polemiche che altro, senza risolvere il problema della scelta degli eletti da parte dei cittadini. Anzi, togliere il premio di maggioranza uccide la possibilità di avere stabilità nella prossima legislatura”. Massimo D’Alema, che seppur da tempo ‘tifa’ per una legge elettorale alla tedesca, molto simile a quella che sarebbe uscita dal referendum Passigli, per calmare le acque, mise in scena uno dei suoi soliti capolavori d’ignavia politica interna, sconfessando il povero Orfini, “Io non ho preso nessuna iniziativa, – disse D’Alema – guardo con favore a tutte le iniziative che mirano a cambiare questa legge elettorale – aggiunse – perché non sponsorizzo e non aderisco, non firmo niente. Io aderisco alla proposta del Pd”.  Il resto è storia dei nostri giorni, Parisi e i “prodi” prodiani sostennero comunque il Referendum sponsorizzato da Di Pietro e naufragato sullo scoglio della Corte Costituzionale. La proposta ufficiale del PD continua a mantenere un pezzo di Porcellum al suo interno: in sostanza, invece di nominarli tutti  i parlamentari, il PD propone di nominarne solo un terzo. Poi c’è Violante che proprio l’altro giorno dalle colonne del Corriere lancia l’ipotesi del sistema spagnolo, un altro porcellum corretto. Questo è il quadro. A pensare o a credere che il PD, oggi , diventi il protagonista della riforma elettorale, ci viene da ridere.

Pasquale Motta

La Consulta boccia i referendum sulla legge elettorale.

La Corte costituzionale boccia entrambi i quesiti contro la legge elettorale firmata dall’ex ministro Roberto Calderoli. Di Pietro: “Scempio della democrazia, manca solo l’olio di ricino”. Quirinale: “Affermazioni volgari e scorrette”.Parisi: “Non vorrei essere nei panni dei partiti in questo momento”. Bersani: “Niente di cui gioire, ora tocca al Parlamento”.

La Corte costituzionale ha detto no ad entrambi i quesiti per l’abrogazione (parziale e completa) della legge elettorale, il famigerato Porcellumfirmato dal leghista Roberto Calderoli nel 2006. I giudici della Consulta chiamati a decidere sull’ammissibilità dei quesiti referendari erano riuniti in camera di consiglio da questa mattina. Dopo l’udienza partecipata a porte chiuse di ieri mattina nella quale sono stati ascoltati i legali rappresentanti del comitato promotore del referendum e i rappresentanti dell’Associazione giuristi democratici, i giudici della Consulta hanno ritenuto di proseguire oggi l’esame delle due questioni loro sottoposte. Con la prima veniva chiesto loro di dichiarare ammissibile il quesito con cui si chiede l’abrogazione totale della legge elettorale studiata dall’ex ministro, che prevede liste bloccate e dunque toglie la facoltà agli elettori di esprimere una preferenza. Il secondo quesito chiedeva di eliminare, ad una ad una, le novità introdotte dalla stessa legge Calderoli alla precedente legge elettorale abrogata nel 2005, il cosiddetto ‘Mattarellum’, secondo un’espressione coniata dal politologo Giovanni Sartori.

Ecco la nota diffusa dalla Consulta al termine dell’udienza: “La Corte costituzionale, in data 12 gennaio 2012, ha dichiarato inammissibili le due richieste di referendum abrogativo riguardanti la legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica). La sentenza sarà depositata entro i termini previsti dalla legge”. In concreto, il testo della sentenza dovrebbe essere reso disponibile entro il 10 febbraio. Estensore dovrebbe essere il giudice Sabino Cassese, che già ieri aveva svolto una relazione introduttiva in camera di consiglio.

I ‘boatos’ parlamentari avevano preannunciato la bocciatura di entrambi i quesiti, accompagnata forse da una sollecitazione rivolta dalla Corte alle Camere a riformare il Porcellum di cui si avrà traccia quando verrà reso pubblico il dispositivo della sentenza. Dalle prime indiscrezioni, tuttavia, sembra che i magistrati non abbiano rilevato profili di incostituzionalità nella legge vigente ma che siano intenzionati a sottolineare le necessarie modifiche.

LE REAZIONI

Già ieri, quando nel pomeriggio tra i deputati del Pd si era diffusa la voce di una sentenza di bocciatura il referendario Arturo Parisi aveva invitato alla prudenza: “Aspettiamo. Il rinvio è un buon segno, vuol dire che nella Corte c’è discussione”. Ma così non è andata. E Parisi, dopo l’esito negativo ha dichiarato: “Anche se il prolungamento della camera di consiglio aveva aperto la nostra attesa alla speranza, tutto posso dichiararmi fuorché sorpreso. Noi abbiamo fatto la nostra parte” afferma l’esponente Pd, “continueremo la nostra battaglia per interpretare il milione e duecentomila firme raccolte, in modo diverso in Parlamento e ancor più di prima all’esterno di esso”. Antonio Di Pietro, altro convinto referendario, si era invece dichiarato “preoccupato dal clima”. Oggi il leader dell’Italia dei Valori è stato, se possibile, ancora più esplicito: “E’ uno scempio della democrazia – ha detto – così si rischia il regime. Manca solo l’olio di ricino”. “Una sentenza – ha aggiunto – che serve solo a fare un favore al capo dello Stato”. Altrettanto dura la replica delQuirinale, per il momento solo ufficiosa: “Parlare della sentenza odierna della Corte Costituzionale, come qualche esponente politico ha fatto, di ‘una scelta adottata per fare un piacere al Capo dello Stato’ è una insinuazione volgare e del tutto gratuita, che denota solo scorrettezza istituzionale”

Ma sul fronte dei referendari, tutti i commenti sono in chiave decisamente negativa. Anche  Mario Segni parla di “una sentenza politica e non giuridica. La Corte si è fatta spingere da forti pressioni politiche. Vedrò quali motivazioni giuridiche ci possano essere, staremo a vedere. E’ un giorno triste, io sono addolorato perchè questa era una soluzione al problema di quella legge schifosa che è il porcellum. L’Italia ha perso l’occasione per sbarazzarsi di una delle sue peggiori leggi. Tra qualche giorno tutti parleranno di altro”.

In realtà, continuano intanto a ripetere Pdl, Pd e Terzo polo, sfidando chi ritiene che senza la ‘miccia’ referendaria non si farà niente, la legge elettorale verrà in ogni caso riformata. Ma il dialogo si presenta in partenza complicato, se solo si considera lo scontro già emerso tra Pd eIdv. Fa infuriare infatti il partito di Di Pietro la proposta di Enrico Letta di “costituire molto rapidamente un forum” sulla riforma elettorale tra “i partiti della maggioranza”. Leoluca Orlandosi appella a Napolitano e tuona: “Vogliono escluderci”. Riecheggiando così una preoccupazione già espressa dalla Lega.

Più ottimista il commento del leader del Pd, Pier Luigi Bersani. “Chi come noi ha dato un aiuto decisivo per la raccolta delle firme non può certo gioire per la sentenza della Corte, tuttavia la rispettiamo. Leggeremo – ha proseguito Bersani – il dispositivo per farci illuminare. Adesso tocca al Parlamento agire. Noi abbiamo già depositato una nostra proposta. Siamo aperti ad una discussione con tutte le forze in un dialogo con la società. Certo è che non possiamo tenerci la legge che abbiamo, perché in una situazione molto grave finiremmo per vedere accresciuto il distacco cittadini-istituzioni”. Bersani ha concluso: “Da domani siamo impegnatissimi a portare a buon fine il processo di riforma della legge elettorale”.

Ma c’è anche chi aveva lanciato un allarme di altro tipo: “Se oggi venisse approvato il referendum e ci fosse il via libera all’arresto di Cosentino – dice Luciano Sardelli, mettendo in relazione due appuntamenti importanti della giornata – ci sarebbe un’innegabile accelerazione verso il voto anticipato in primavera”. La Consulta ha disinnescato il primo allarme. Montecitorio il secondo. Di certo, chiosa Alessandro Pace del comitato referendario, “così il governo Monti vivrà più tranquillo”.

Da Il Fatto Quotidiano del 12/01/2012.

Referendum elettorale: dalla Cassazione il primo sì. Ecco perché andrei a votare.

La Cassazione ha dato un primo importante via libera al referendum sulla legge elettorale, ammettendo la validità di un numero di firme sufficiente a consentire la consultazione. Adesso attendiamo l’ultima parola, che come sempre spetta alla Corte Costituzionale, la quale dovrebbe pronunciarsi entro il 20 gennaio.
Quanto al merito del referendum, esso consentirebbe, secondo una parte della giurisprudenza, di tornare alla precedente legge elettorale (il Mattarellum)  semplicemente abrogando quella attuale (il Porcellum). Non ho le competenze tecniche per dire se questa prassi sia corretta o meno, per cui darò per scontato che lo sia: infatti, se non lo fosse, il problema non si porrebbe nemmeno. Ecco, sinteticamente, cosa prevedono le due leggi elettorali:

Porcellum

* Sbarramenti differenziati: Per i partiti che stanno in coalizioni che superano il 10% lo sbarramento alla camera è del 2% a livello nazionale, mentre al senato è del 3% a livello regionale per le coalizioni che superano il 20%. Per i partiti che stanno in coalizioni che non superano il 20% al senato o il 10% alla camera, oppure per i partiti che corrono da soli, lo sbarramento alla camera è del 4%, e quello al senato è dell’8% (rispettivamente, a livello nazionale e regionale).
* Clausola del miglior perdente: all’interno delle coalizioni che superano il 20% al senato o il 10% alla camera, quel partito che più si avvicina al 2% o al 3% pur senza superarlo, viene rappresentato comunque.
* Premio di maggioranza: alla camera il partito o la coalizione che ottiene più voti si vede garantiti almeno 340 seggi. Al senato il discorso è più complesso, poiché si fa leva su una assegnazione del premio su base regionale.
* Liste bloccate: non è possibile esprimere preferenze.
* Obbligo di indicare il candidato premier e il programma.

Mattarellum

* Quota maggioritaria: il 75% dei seggi al senato e alla camera viene assegnato con il metodo uninominale.
* Quota proporzionale: il 25% dei seggi al senato e alla camera viene assegnato con il metodo proporzionale. Sbarramento al 4% a livello nazionale.
* Scorporo: un complesso meccanismo che, nella parte proporzionale, penalizza quei partiti che hanno già ottenuto seggi nella parte maggioritaria, consentendo un piccolo riequilibrio nella rappresentanza.

Ora, io andrò a votare al referendum, qualora si tenesse, e il motivo principale è che andrei a votare comunque. Concepisco il non voto come sinonimo di arrendevolezza, come macchia nella mia cittadinanza che mi impedisce di poter pretendere, in seguito, di dire la mia, di lodare o di esecrare. Mi sono ripromesso che, a costo di annullare la scheda, sarei sempre e comunque andato a votare, entro i limiti di un sistema democratico.

Premetto questo perché il mattarellum non mi entusiasma affatto: anzitutto si tratta di un sistema prevalentemente maggioritario, laddove io sono per un sistema proporzionale con preferenze e sbarramento uguale per tutti, senza premio di maggioranza. Alla nascita della Seconda Repubblica, se così si può chiamare il porcile in cui siamo precipitati, abbiamo cestinato una legge elettorale proporzionale in favore di una maggioritaria, buttando via il bambino con l’acqua sporca: sarebbe stato sufficiente aggiungere una buona soglia di sbarramento, e in poco tempo ci saremmo ritrovati con al massimo quattro o cinque partiti in parlamento, come accade in Germania.

Nonostante questo, considero il mattarellum assai migliore del porcellum, in quanto: 1) Consente, pur all’interno di una cornice prettamente uninominale, di votare per un candidato al parlamento, garantendogli o sottraendogli un’investitura dal basso 2) Non contempla meccanismi fascisti come il premio di maggioranza (che non a caso era presente nella famigerata Legge Acerbo). Maggioritario non è sinonimo di maggioranza sicura, se i cittadini non lo desiderano: basti pensare alle ultime elezioni nazionali nel Regno Unito. 3) Non indulge in facili populismi come quello della designazione del candidato premier, che dal punto di vista istituzionale e costituzionale si risolve in carta straccia, giacché la competenza nella scelta del premier spetta comunque al Capo dello Stato, come ha dimostrato ancora una volta pochi giorni fa.
Certo, il meccanismo dello scorporo è piuttosto oscuro e inutilmente complicato, e favorisce la nascita di liste civetta che inquinano la chiarezza del risultato, ma tutto sommato posso considerare la vecchia legge un passo avanti rispetto al porcellum.

Adesso dobbiamo solo sapere cosa farà chi rema contro per sabotare l’iniziativa.
PS: particolare divertente. Pochi lo sanno, ma nei mesi in cui si raccoglievano le firme per il ritorno al mattarellum, si raccoglievano anche quelle per un referendum promosso, fra gli altri, da Giovanni Sartori, che prevedeva l’abrogazione parziale del porcellum per trasformarlo in una legge proporzionale con sbarramento. Sarei stato molto più felice se fosse passato quello, ma si sa che noi italiani ammettiamo l’esistenza solo di ciò che appare alla televisione, e i tecnicismi ci fanno venire il cancro alla pelle.

Referendum elettorale: dalla Cassazione il primo sì. Ecco perché andrei a votare.

La Cassazione ha dato un primo importante via libera al referendum sulla legge elettorale, ammettendo la validità di un numero di firme sufficiente a consentire la consultazione. Adesso attendiamo l’ultima parola, che come sempre spetta alla Corte Costituzionale, la quale dovrebbe pronunciarsi entro il 20 gennaio.
Quanto al merito del referendum, esso consentirebbe, secondo una parte della giurisprudenza, di tornare alla precedente legge elettorale (il Mattarellum)  semplicemente abrogando quella attuale (il Porcellum). Non ho le competenze tecniche per dire se questa prassi sia corretta o meno, per cui darò per scontato che lo sia: infatti, se non lo fosse, il problema non si porrebbe nemmeno. Ecco, sinteticamente, cosa prevedono le due leggi elettorali:

Porcellum

* Sbarramenti differenziati: Per i partiti che stanno in coalizioni che superano il 10% lo sbarramento alla camera è del 2% a livello nazionale, mentre al senato è del 3% a livello regionale per le coalizioni che superano il 20%. Per i partiti che stanno in coalizioni che non superano il 20% al senato o il 10% alla camera, oppure per i partiti che corrono da soli, lo sbarramento alla camera è del 4%, e quello al senato è dell’8% (rispettivamente, a livello nazionale e regionale).
* Clausola del miglior perdente: all’interno delle coalizioni che superano il 20% al senato o il 10% alla camera, quel partito che più si avvicina al 2% o al 3% pur senza superarlo, viene rappresentato comunque.
* Premio di maggioranza: alla camera il partito o la coalizione che ottiene più voti si vede garantiti almeno 340 seggi. Al senato il discorso è più complesso, poiché si fa leva su una assegnazione del premio su base regionale.
* Liste bloccate: non è possibile esprimere preferenze.
* Obbligo di indicare il candidato premier e il programma.

Mattarellum

* Quota maggioritaria: il 75% dei seggi al senato e alla camera viene assegnato con il metodo uninominale.
* Quota proporzionale: il 25% dei seggi al senato e alla camera viene assegnato con il metodo proporzionale. Sbarramento al 4% a livello nazionale.
* Scorporo: un complesso meccanismo che, nella parte proporzionale, penalizza quei partiti che hanno già ottenuto seggi nella parte maggioritaria, consentendo un piccolo riequilibrio nella rappresentanza.

Ora, io andrò a votare al referendum, qualora si tenesse, e il motivo principale è che andrei a votare comunque. Concepisco il non voto come sinonimo di arrendevolezza, come macchia nella mia cittadinanza che mi impedisce di poter pretendere, in seguito, di dire la mia, di lodare o di esecrare. Mi sono ripromesso che, a costo di annullare la scheda, sarei sempre e comunque andato a votare, entro i limiti di un sistema democratico.

Premetto questo perché il mattarellum non mi entusiasma affatto: anzitutto si tratta di un sistema prevalentemente maggioritario, laddove io sono per un sistema proporzionale con preferenze e sbarramento uguale per tutti, senza premio di maggioranza. Alla nascita della Seconda Repubblica, se così si può chiamare il porcile in cui siamo precipitati, abbiamo cestinato una legge elettorale proporzionale in favore di una maggioritaria, buttando via il bambino con l’acqua sporca: sarebbe stato sufficiente aggiungere una buona soglia di sbarramento, e in poco tempo ci saremmo ritrovati con al massimo quattro o cinque partiti in parlamento, come accade in Germania.

Nonostante questo, considero il mattarellum assai migliore del porcellum, in quanto: 1) Consente, pur all’interno di una cornice prettamente uninominale, di votare per un candidato al parlamento, garantendogli o sottraendogli un’investitura dal basso 2) Non contempla meccanismi fascisti come il premio di maggioranza (che non a caso era presente nella famigerata Legge Acerbo). Maggioritario non è sinonimo di maggioranza sicura, se i cittadini non lo desiderano: basti pensare alle ultime elezioni nazionali nel Regno Unito. 3) Non indulge in facili populismi come quello della designazione del candidato premier, che dal punto di vista istituzionale e costituzionale si risolve in carta straccia, giacché la competenza nella scelta del premier spetta comunque al Capo dello Stato, come ha dimostrato ancora una volta pochi giorni fa.
Certo, il meccanismo dello scorporo è piuttosto oscuro e inutilmente complicato, e favorisce la nascita di liste civetta che inquinano la chiarezza del risultato, ma tutto sommato posso considerare la vecchia legge un passo avanti rispetto al porcellum.

Adesso dobbiamo solo sapere cosa farà chi rema contro per sabotare l’iniziativa.
PS: particolare divertente. Pochi lo sanno, ma nei mesi in cui si raccoglievano le firme per il ritorno al mattarellum, si raccoglievano anche quelle per un referendum promosso, fra gli altri, da Giovanni Sartori, che prevedeva l’abrogazione parziale del porcellum per trasformarlo in una legge proporzionale con sbarramento. Sarei stato molto più felice se fosse passato quello, ma si sa che noi italiani ammettiamo l’esistenza solo di ciò che appare alla televisione, e i tecnicismi ci fanno venire il cancro alla pelle.

La democrazia secondo Gheddafi

(tratto da www.ariannaeditrice.it)

di Massimo Fini

Il pulpito, lo ammetto, non è dei migliori, ma Muhammar Gheddafi, nel suo turbinoso viaggio romano, due cose ineccepibili le ha dette:

  1. I partiti non sono la democrazia ma la sua degenerazione;
  2. L’alternanza non significa altro che a un’oligarchia di potere se ne sostituisce un’altra.

La prima affermazione potrebbe essere condivisa da Stuart Mill e Locke, i padri nobili della liberaldemocrazia, che nelle loro opere non fanno mai cenno ai partiti. E Max Weber, nel 1920, nota come, fino ad allora in nessuna Costituzione democratica fossero inseriti i partiti. E persino la nostra Costituzione, che pure nasce da un substrato partitocratico (il Cln) dedica ai partiti un solo articolo (il 49) non fra i primi e, soprattutto, non compreso fra quei “Principi fondamentali”, inalienabili, che stanno alla base della Carta.

La diffidenza, anzi l’ostilità, dei pensatori liberali nei confronti dei partiti è facilmente comprensibile. Il pensiero liberale voleva valorizzare meriti, capacità, potenzialità dell’individuo, del singolo, mettendo tutti i cittadini alla pari almeno sulla linea di partenza (poi vinca il migliore, ma anche qui con alcune limitazioni in campo economico dove Adam Smith e David Ricardo bollano l’oligopolio, o peggio il monopolio, come illiberali e illiberisti in quanto rendite di posizione che falsano o addirittura impediscono la gara). Ora, il partito, la lobby o qualsiasi altro tipo di consorteria, lede in radice questo principio dell’uguaglianza sul nastro di partenza.

La scuola elitista italiana dei primi del ’900, Vilfredo Pareto, Roberto Michels, Gaetano Mosca, ha detto cose definitive in proposito. Scrive Mosca in La classe politica “cento che agiscano sempre d’intesa e di concerto gli uni con gli altri trionferanno sempre su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo tra di loro”. E qui ci si lega alla seconda affermazione di Gheddafi. La democrazia rappresentativa non è la democrazia. È un sistema di “poliarchie” come si esprime pudicamente Giovanni Sartori o, per dirla col nostro linguaggio un po’ più crudo, di minoranze organizzate, di oligarchie, di lobbies, di mafie, di aristocrazie mascherate che pretendono l’obbedienza in cambio di vantaggi e che schiacciano l’individuo, il singolo, l’uomo libero, che ha ancora coscienza della propria dignità e non accetta di sottomettersi a questi umilianti infeudamenti, cioè proprio il soggetto che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia, se esistesse davvero, e ne diventa invece la vittima designata. Nota Pareto: “Abbiamo ora, sotto diversa forma, una nuova feudalità che, in parte, riproduce la sostanza dell’antica. Ai tempi di questa i signori radunavano i vassalli per fare la guerra e, se conseguivano vittoria, li ricompensavano col bottino. Oggi i politicanti operano nello stesso modo e radunano le loro truppe per le elezioni, per compiere atti di violenza e per conseguire per tale modo utili che la parte vittoriosa si gode”.

Ma fra le aristocrazie storiche e quelle attuali, mascherate sotto la forma democratica, ci sono almeno due differenze sostanziali. I nobili avevano alcuni rilevanti privilegi, non lavoravano, non pagavano le tasse, avevano un diritto diverso dal resto della popolazione (esattamente come i nostri parlamentari, i quali non lavorano, non pagano le tasse su una quota altissima, 100 mila euro, dei loro già rilevanti emolumenti, si sono costruiti di fatto un diritto proprio – vedi le varie immunità e impunità fino al culmine del “lodo Alfano” una sottrazione al diritto penale di cui nemmeno il re feudale godeva) a petto dei quali avevano però anche degli obblighi: a loro spettava la difesa del territorio, e quindi il mestiere delle armi, inoltre dovevano amministrare la giustizia nei loro feudi. I politici democratici hanno i privilegi delle aristocrazie senza averne gli obblighi.

La seconda differenza, ancora più incisiva, è la seguente. Gli appartenenti alle aristocrazie storiche si distinguono perché posseggono delle qualità specifiche, vere o anche presunte ma comunque credute tali dalla comunità, dalle quali traggano la loro leadership e la legittimità a governare. Nel feudalesimo occidentale e orientale i nobili sono coloro che sanno portare le armi, in certe epoche dell’antico Egitto la professione di scriba conduceva alle cariche pubbliche e al potere, in Cina la conoscenza dei numerosissimi e difficili caratteri della scrittura era la base della casta dei mandarini, nella Roma repubblicana il comando, attraverso la trafila delle magistrature (questore, edile, pretore, console) andava ai giurisperiti che, in genere, erano anche uomini d’arme, in altre realtà la casta sacerdotale era creduta in possesso di doti particolari per mediare con la divinità oppure l’autorità era conferita agli anziani in quanto ritenuti detentori della saggezza (com’è ancora presso i popoli cosiddetti tradizionali). E così via.

Chi appartiene alle oligarchie democratiche non ha qualità specifiche. La classe politica democratica è formata da persone che hanno come elemento di distinzione unicamente, e tautologicamente, quello di fare politica. La loro legittimazione è tutta interna al meccanismo politico che le ha prodotte. Sono i professionisti della politica che vivono di politica e sulla politica secondo la lucida e spietata analisi di Max Weber. Poiché non è necessario avere alcuna qualità prepolitica (che anzi può essere d’ingombro), la selezione della nomenklatura è autoreferenziale, puramente burocratica, avviene all’interno degli apparati di partito, attraverso lotte oscure, feroci, degradanti e con un ricorso sistematico alla corruzione per procacciarsi il consenso. Oppure avviene per cooptazione sulla base della fedeltà canina dell’adepto o per un qualche capriccio del capobastone. Se quindi, per caso, l’uomo entrato in politica aveva qualche qualità la perde facendo politica in questo pantano democratico. L’oligarca democratico è perciò, necessariamente, un uomo senza qualità. La sua unica qualità è non averne alcuna.

Che noi cittadini, uomini formalmente liberi, si paghi della gente perché ci comandi e ci asservisca – perché questa, e non altro, è la democrazia rappresentativa – è già espressione di un masochismo abbastanza impressionante che, come notava Jacques Necker nel 1792, “dovrebbe lasciare stupiti gli uomini capaci di riflessione”. Ma che ci si sottometta ai Frattini agli Scajola ai Cicchitto alla Carfagna o domani, nell’ “alternanza” denunciata dal colonnello Gheddafi, ai Franceschini, ai Veltroni o a altre amebe di sinistra, è cosa talmente grottesca e avvilente che in altri mondi, più virili, provocherebbe rivoluzioni e bagni di sangue. Ma poiché non siamo più uomini ma delle femmine felici di prenderlo in ogni orifizio, anche nelle orecchie, tutto rimarrà così com’è. Almeno per qualche tempo ancora. Perché prima o poi, come è sempre avvenuto nella Storia, verrà anche per le democrazie l’ora della resa dei conti.

L’idea dei soldi come manna

L’IMPORTANZA DI CREARE RICCHEZZA

da ilcorriere.it di Giovanni Sartori

Il 2009 sarà il primo anno — temo — di una tempesta economica perfetta. Una tempesta perfetta destinata a durare finché non torneremo a capire come nasce il denaro, cosa fa ricchezza.
Grazie a una scuola che non è più magistra vitae, i giovani non lo sanno di certo. Per loro è come se piovesse dal cielo come la manna. Per loro il denaro ci deve essere e basta. Ma è così, purtroppo, anche per i non-più-giovani. Nell’ottica di quasi tutti la ricchezza c’è, così come c’è l’aria o il mare. Se manca è perché è maldistribuita e perché se la mangiano i ricchi. E nemmeno i ricchi, o quantomeno gli straricchi, ne sanno di più. I Berlusconi del mondo sanno benissimo fare i soldi per sé; ma perché i soldi ci siano, e come e da cosa zampillino, non è un problema che li interessi.
L’economia come scienza ha cominciato a deragliare con la sua politicizzazione diciamo di sinistra: una politicizzazione che la induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche a confondere i due problemi. Ed è questa confusione che ha allevato una opinione pubblica graniticamente convinta del fatto che la ricchezza ci sia (come ci sono, che so, le piante), e che il guaio sta in come viene distribuita, cioè maldistribuita.
Ora, che la distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua, moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa, è un fatto. Un fatto che però non autorizza a confondere tra la grandezza della torta e la sua divisione in fette. Perché non è in alcun modo vero che la ridistribuzione della ricchezza produca ricchezza. Anzi, se la mettiamo così, è più probabile che produca povertà.
In prospettiva — e la prospettiva ci vuole — fino alla rivoluzione industriale del primissimo Ottocento l’economia è stata prevalentemente agricola, e quindi una economia di sostentamento. Dopo la lunga stagnazione medievale il primo accumulo di ricchezza avviene con il commercio e con le città marinare (per esempio, Venezia) nelle quali è fiorito. Ma la ricchezza prodotta dalla società pre-industriale fu ricchezza da consumare (in palazzi, chiese e, s’intende, in bella vita per i pochissimi che ne disponevano), non ricchezza da accumulare per investimento, e quindi ricchezza in denaro da investire nel processo economico. Pertanto fino alla rivoluzione industriale, che è poi la rivoluzione della macchina che moltiplica a dismisura il lavoro manuale, l’uomo è vissuto in grande povertà. Il tepore del benessere si affacciò, nel contesto dello Stato territoriale nel suo complesso, soltanto nel corso dell’Ottocento. Ma sino al Novecento, talvolta inoltrato, l’uomo occidentale non ha conosciuto la società opulenta, la cosiddetta società del benessere. Che da noi è durata soltanto una cinquantina d’anni. Per dire come si fa presto a diventare viziati.
Come e quando usciremo dalla gravissima recessione nella quale siamo peccaminosamente incappati nessuno lo sa. Il punto da capire sin d’ora è che il diritto a qualcosa sussiste solo se c’è la cosa. Il diritto di mangiare presuppone che ci sia cibo. E il «diritto ai soldi» presuppone che i soldi vengano creati.

31 dicembre 2008

Flickr di Gilbi
Impatto…ambientaleVia San Michele - CataniaVia Caff - CataniaVia San Michele - CataniaAlaska '93Alaska '93
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