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Penalizzati dai ritardi (Mario Deaglio).
È ben possibile che gli esperti di Standard&Poor’s siano arrivati ieri mattina all’aeroporto romano di Fiumicino e abbiano avuto molta difficoltà a trovare un taxi nel giorno della «rivolta» dei tassisti.
Il giudizio negativo di Standard&Poor’s appare pesantemente politico, nel senso che suona come una dichiarazione di aperta sfiducia non tanto nelle cifre inoppugnabili – della manovra, ma nella capacità del governo Monti di realizzare il suo programma.
Un giudizio ancor più grave perché pronunciato il giorno dopo l’aperto appoggio del cancelliere tedesco. Se però ce ne fosse stato bisogno, la «rivolta» dei tassisti di ieri ha rappresentato un chiaro esempio dei problemi strutturali del Paese e della difficoltà di risolverli.
Per rendersene conto, si può far riferimento a una coraggiosa intervista mandata in onda mercoledì sera dal telegiornale TV7 di Enrico Mentana: un tassista di Bologna – che ci ha pure «messo la faccia», evitando quei filtri che sfocano le immagini fino a renderle irriconoscibili ma anzi puntando molto chiaramente lo sguardo verso la telecamera – ha affermato di dichiarare al fisco il 40 per cento in meno delle proprie entrate effettive. E ha sostenuto che la grande maggioranza dei suoi colleghi deve fare altrettanto se vuole arrivare alla fine del mese con un reddito decente.
Il tassista in questione non è sicuramente ricco, fa turni di dodici ore per un incasso incerto che non dipende tanto dalla sua diligenza o abilità ma da fattori esterni come la congiuntura e magari la fortuna di incrociare i clienti giusti. Nella posizione del tassista probabilmente si trova gran parte dell’artigianato e del piccolo commercio, all’incirca 3-4 milioni di lavoratori: sui loro redditi effettivi, governi di ogni colore hanno, pressoché da sempre, chiuso bonariamente un occhio. In passato le cose possono essere state differenti ma oggi la loro è un’«evasione difensiva», ossia messa in atto per sostenere un tenore di vita e un piano di vita che sentono, talora drammaticamente, sfuggire tra le mani.
Il fatto è che l’Italia non può andare avanti così: siamo di fronte una questione di aritmetica assai prima che a una questione di etica. Il problema sorge perché la finanza internazionale che dà il voto – come ha fatto duramente ieri sera – all’«allievo Italia» e dalla quale l’Italia dipende per rifinanziare, settimana dopo settimana, il suo debito pubblico si è fatta molto più severa nell’ultimo anno: se non cambia meccanismi sociali, come quelli legati all’«evasione difensiva», l’Italia non troverà più chi le presti, a un tasso di interesse accettabile, le risorse finanziarie che le servono per far quadrare i conti.
Ecco allora da un lato i tagli ai servizi pubblici, a cominciare da quelli locali, inaugurati dal passato governo e dall’altro la nuova posizione in cui si trovano gli evasori: il tassista, il negoziante, l’artigiano sono costretti a cercare a pagamento nel settore privato quelle prestazioni che potrebbero ottenere gratuitamente dal settore pubblico se pagassero pienamente le tasse. E lo stesso devono fare, se lo possono, i cittadini che le tasse comunque le pagano. L’evasione si morde la coda e il Paese resta fermo, inefficiente e insoddisfatto.
Da questo brutto pasticcio non si esce certo in poche settimane e non bastano le tradizionali trattative tra il governo di turno e i rappresentanti delle categorie interessate. Ancor più delle privatizzazioni sono necessarie due azioni parallele di lungo periodo: la riduzione, a parità di qualità, del costo sostenuto dalle amministrazioni per fornire i servizi pubblici che non può non comportare il loro ridisegno – e il recupero non punitivo dell’evasione «difensiva». Servizi che costano meno e minore evasione potranno, a lungo andare portare a una tassazione più bassa.
Il recupero dell’evasione «difensiva» deve passare attraverso il riconoscimento che un’intera generazione di tassisti, edicolanti, negozianti ha acquistato, spesso parzialmente «in nero», la licenza che è alla base della loro attività. Si potrebbe riconoscere a questa licenza il carattere di bene produttivo, accettare la documentazione del prezzo complessivo pagato e concederne l’ammortamento anticipato, il che ridurrebbe per anni il carico fiscale nominale di questi lavoratori autonomi; in cambio, naturalmente, una revisione realistica delle loro dichiarazioni dei redditi e la riformulazione delle loro attività professionali. In un mondo che cambia molto rapidamente, mantenere per l’esercizio di attività di artigianato e piccolo commercio le regole di cinquanta, o anche solo vent’anni fa significherebbe condannare l’Italia a una sorta di Medioevo tecnologico e sociale.
Ben diverso dovrebbe essere l’atteggiamento nei confronti dell’evasione «offensiva» o «d’assalto», ossia dell’operato di chi evade non per conservare ciò che vede minacciato ma per aumentare reddito e ricchezza. Per questi evasori, le cui cifre sono nettamente superiori e i cui strumenti sono assai più sofisticati, non ci può che essere un’azione di contrasto totale; anche con i «blitz» dell’Agenzia delle Entrate.
Da La Stampa del 14/01/2012.
Penalizzati dai ritardi (Mario Deaglio).
È ben possibile che gli esperti di Standard&Poor’s siano arrivati ieri mattina all’aeroporto romano di Fiumicino e abbiano avuto molta difficoltà a trovare un taxi nel giorno della «rivolta» dei tassisti.
Il giudizio negativo di Standard&Poor’s appare pesantemente politico, nel senso che suona come una dichiarazione di aperta sfiducia non tanto nelle cifre inoppugnabili – della manovra, ma nella capacità del governo Monti di realizzare il suo programma.
Un giudizio ancor più grave perché pronunciato il giorno dopo l’aperto appoggio del cancelliere tedesco. Se però ce ne fosse stato bisogno, la «rivolta» dei tassisti di ieri ha rappresentato un chiaro esempio dei problemi strutturali del Paese e della difficoltà di risolverli.
Per rendersene conto, si può far riferimento a una coraggiosa intervista mandata in onda mercoledì sera dal telegiornale TV7 di Enrico Mentana: un tassista di Bologna – che ci ha pure «messo la faccia», evitando quei filtri che sfocano le immagini fino a renderle irriconoscibili ma anzi puntando molto chiaramente lo sguardo verso la telecamera – ha affermato di dichiarare al fisco il 40 per cento in meno delle proprie entrate effettive. E ha sostenuto che la grande maggioranza dei suoi colleghi deve fare altrettanto se vuole arrivare alla fine del mese con un reddito decente.
Il tassista in questione non è sicuramente ricco, fa turni di dodici ore per un incasso incerto che non dipende tanto dalla sua diligenza o abilità ma da fattori esterni come la congiuntura e magari la fortuna di incrociare i clienti giusti. Nella posizione del tassista probabilmente si trova gran parte dell’artigianato e del piccolo commercio, all’incirca 3-4 milioni di lavoratori: sui loro redditi effettivi, governi di ogni colore hanno, pressoché da sempre, chiuso bonariamente un occhio. In passato le cose possono essere state differenti ma oggi la loro è un’«evasione difensiva», ossia messa in atto per sostenere un tenore di vita e un piano di vita che sentono, talora drammaticamente, sfuggire tra le mani.
Il fatto è che l’Italia non può andare avanti così: siamo di fronte una questione di aritmetica assai prima che a una questione di etica. Il problema sorge perché la finanza internazionale che dà il voto – come ha fatto duramente ieri sera – all’«allievo Italia» e dalla quale l’Italia dipende per rifinanziare, settimana dopo settimana, il suo debito pubblico si è fatta molto più severa nell’ultimo anno: se non cambia meccanismi sociali, come quelli legati all’«evasione difensiva», l’Italia non troverà più chi le presti, a un tasso di interesse accettabile, le risorse finanziarie che le servono per far quadrare i conti.
Ecco allora da un lato i tagli ai servizi pubblici, a cominciare da quelli locali, inaugurati dal passato governo e dall’altro la nuova posizione in cui si trovano gli evasori: il tassista, il negoziante, l’artigiano sono costretti a cercare a pagamento nel settore privato quelle prestazioni che potrebbero ottenere gratuitamente dal settore pubblico se pagassero pienamente le tasse. E lo stesso devono fare, se lo possono, i cittadini che le tasse comunque le pagano. L’evasione si morde la coda e il Paese resta fermo, inefficiente e insoddisfatto.
Da questo brutto pasticcio non si esce certo in poche settimane e non bastano le tradizionali trattative tra il governo di turno e i rappresentanti delle categorie interessate. Ancor più delle privatizzazioni sono necessarie due azioni parallele di lungo periodo: la riduzione, a parità di qualità, del costo sostenuto dalle amministrazioni per fornire i servizi pubblici che non può non comportare il loro ridisegno – e il recupero non punitivo dell’evasione «difensiva». Servizi che costano meno e minore evasione potranno, a lungo andare portare a una tassazione più bassa.
Il recupero dell’evasione «difensiva» deve passare attraverso il riconoscimento che un’intera generazione di tassisti, edicolanti, negozianti ha acquistato, spesso parzialmente «in nero», la licenza che è alla base della loro attività. Si potrebbe riconoscere a questa licenza il carattere di bene produttivo, accettare la documentazione del prezzo complessivo pagato e concederne l’ammortamento anticipato, il che ridurrebbe per anni il carico fiscale nominale di questi lavoratori autonomi; in cambio, naturalmente, una revisione realistica delle loro dichiarazioni dei redditi e la riformulazione delle loro attività professionali. In un mondo che cambia molto rapidamente, mantenere per l’esercizio di attività di artigianato e piccolo commercio le regole di cinquanta, o anche solo vent’anni fa significherebbe condannare l’Italia a una sorta di Medioevo tecnologico e sociale.
Ben diverso dovrebbe essere l’atteggiamento nei confronti dell’evasione «offensiva» o «d’assalto», ossia dell’operato di chi evade non per conservare ciò che vede minacciato ma per aumentare reddito e ricchezza. Per questi evasori, le cui cifre sono nettamente superiori e i cui strumenti sono assai più sofisticati, non ci può che essere un’azione di contrasto totale; anche con i «blitz» dell’Agenzia delle Entrate.
Da La Stampa del 14/01/2012.
Penalizzati dai ritardi (Mario Deaglio).
È ben possibile che gli esperti di Standard&Poor’s siano arrivati ieri mattina all’aeroporto romano di Fiumicino e abbiano avuto molta difficoltà a trovare un taxi nel giorno della «rivolta» dei tassisti.
Il giudizio negativo di Standard&Poor’s appare pesantemente politico, nel senso che suona come una dichiarazione di aperta sfiducia non tanto nelle cifre inoppugnabili – della manovra, ma nella capacità del governo Monti di realizzare il suo programma.
Un giudizio ancor più grave perché pronunciato il giorno dopo l’aperto appoggio del cancelliere tedesco. Se però ce ne fosse stato bisogno, la «rivolta» dei tassisti di ieri ha rappresentato un chiaro esempio dei problemi strutturali del Paese e della difficoltà di risolverli.
Per rendersene conto, si può far riferimento a una coraggiosa intervista mandata in onda mercoledì sera dal telegiornale TV7 di Enrico Mentana: un tassista di Bologna – che ci ha pure «messo la faccia», evitando quei filtri che sfocano le immagini fino a renderle irriconoscibili ma anzi puntando molto chiaramente lo sguardo verso la telecamera – ha affermato di dichiarare al fisco il 40 per cento in meno delle proprie entrate effettive. E ha sostenuto che la grande maggioranza dei suoi colleghi deve fare altrettanto se vuole arrivare alla fine del mese con un reddito decente.
Il tassista in questione non è sicuramente ricco, fa turni di dodici ore per un incasso incerto che non dipende tanto dalla sua diligenza o abilità ma da fattori esterni come la congiuntura e magari la fortuna di incrociare i clienti giusti. Nella posizione del tassista probabilmente si trova gran parte dell’artigianato e del piccolo commercio, all’incirca 3-4 milioni di lavoratori: sui loro redditi effettivi, governi di ogni colore hanno, pressoché da sempre, chiuso bonariamente un occhio. In passato le cose possono essere state differenti ma oggi la loro è un’«evasione difensiva», ossia messa in atto per sostenere un tenore di vita e un piano di vita che sentono, talora drammaticamente, sfuggire tra le mani.
Il fatto è che l’Italia non può andare avanti così: siamo di fronte una questione di aritmetica assai prima che a una questione di etica. Il problema sorge perché la finanza internazionale che dà il voto – come ha fatto duramente ieri sera – all’«allievo Italia» e dalla quale l’Italia dipende per rifinanziare, settimana dopo settimana, il suo debito pubblico si è fatta molto più severa nell’ultimo anno: se non cambia meccanismi sociali, come quelli legati all’«evasione difensiva», l’Italia non troverà più chi le presti, a un tasso di interesse accettabile, le risorse finanziarie che le servono per far quadrare i conti.
Ecco allora da un lato i tagli ai servizi pubblici, a cominciare da quelli locali, inaugurati dal passato governo e dall’altro la nuova posizione in cui si trovano gli evasori: il tassista, il negoziante, l’artigiano sono costretti a cercare a pagamento nel settore privato quelle prestazioni che potrebbero ottenere gratuitamente dal settore pubblico se pagassero pienamente le tasse. E lo stesso devono fare, se lo possono, i cittadini che le tasse comunque le pagano. L’evasione si morde la coda e il Paese resta fermo, inefficiente e insoddisfatto.
Da questo brutto pasticcio non si esce certo in poche settimane e non bastano le tradizionali trattative tra il governo di turno e i rappresentanti delle categorie interessate. Ancor più delle privatizzazioni sono necessarie due azioni parallele di lungo periodo: la riduzione, a parità di qualità, del costo sostenuto dalle amministrazioni per fornire i servizi pubblici che non può non comportare il loro ridisegno – e il recupero non punitivo dell’evasione «difensiva». Servizi che costano meno e minore evasione potranno, a lungo andare portare a una tassazione più bassa.
Il recupero dell’evasione «difensiva» deve passare attraverso il riconoscimento che un’intera generazione di tassisti, edicolanti, negozianti ha acquistato, spesso parzialmente «in nero», la licenza che è alla base della loro attività. Si potrebbe riconoscere a questa licenza il carattere di bene produttivo, accettare la documentazione del prezzo complessivo pagato e concederne l’ammortamento anticipato, il che ridurrebbe per anni il carico fiscale nominale di questi lavoratori autonomi; in cambio, naturalmente, una revisione realistica delle loro dichiarazioni dei redditi e la riformulazione delle loro attività professionali. In un mondo che cambia molto rapidamente, mantenere per l’esercizio di attività di artigianato e piccolo commercio le regole di cinquanta, o anche solo vent’anni fa significherebbe condannare l’Italia a una sorta di Medioevo tecnologico e sociale.
Ben diverso dovrebbe essere l’atteggiamento nei confronti dell’evasione «offensiva» o «d’assalto», ossia dell’operato di chi evade non per conservare ciò che vede minacciato ma per aumentare reddito e ricchezza. Per questi evasori, le cui cifre sono nettamente superiori e i cui strumenti sono assai più sofisticati, non ci può che essere un’azione di contrasto totale; anche con i «blitz» dell’Agenzia delle Entrate.
Da La Stampa del 14/01/2012.
Farmaci fascia”C” la mano forte del Vaticano (Marco Politi).
NELLA FASCIA “C” LA PILLOLA DEL GIORNO DOPO.
Per la scienza la pillola del giorno dopo non è un farmaco abortivo poiché impedisce la fecondazione e blocca l’impianto nell’utero dell’ovulo fecondato.
Centinaia di migliaia di giovani, coppie e single attendono di conoscere le decisioni del governo Monti in tema di vendita dei farmaci. Per una questione esistenziale. Avere o no un bambino. O meglio poter pianificare serenamente il momento in cui diventare genitori. La questione del luogo di vendita dei “farmaci di fascia C”, infatti, non riguarda solamente il rapporto Stato e Ordine dei farmacisti, ma tocca direttamente la vita sessuale degli italiani.
Dice Filomena Gallo, presidente di Amica Cicogna e segretario dell’associazione Luca Coscioni, che la “Chiesa sta facendo pressioni sul governo e sta solidarizzando con i farmacisti per evitare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, di cui fanno parte Norlevo e EllaOne: cioè rispettivamente pillola del giorno dopo e dei cinque giorni dopo”. Non è un allarme a vuoto. Dagli stessi ambienti ecclesiastici nelle settimane trascorse è trapelata la soddisfazione perché in prima battuta era stata frenata l’intenzione del governo di passare la vendita dei farmaci di fascia C alle parafarmacie. Una liberalizzazione che – è giusto sottolinearlo – non significa mettere nelle mani di commessi inesperti la distribuzione di farmaci ma affidare comunque a venditori farmacisti laureati il controllo delle ricette mediche, che prescrivono un farmaco pagato interamente dal paziente.
Le pressioni ecclesiastiche dietro le quinte fanno parte di una lunga campagna tesa a bollare come abortiva la pillola del giorno dopo e a incoraggiare l’obiezione di coscienza dei farmacisti cattolici. In realtà l’obiezione di coscienza dei farmacisti – che anzi hanno l’obbligo di dispensare un farmaco prescritto dal medico in quanto svolgono un servizio pubblico – non è assolutamente prevista dalla legge e configura una di quelle situazioni di prepotenza extra-legale che si sono manifestate a più riprese in ospedali pubblici in situazioni di interruzioni di gravidanza, quando anestesisti (adducendo ragioni di fede) si sono rifiutati di praticare l’anestesia a donne in preda a forti dolori benché l’obiezione ammessa dalla legge riguardi solo gli atti abortivi diretti e specifici.
SUL PIANO scientifico la pillola del giorno dopo non è minimamente abortiva poiché impedisce la fecondazione ed eventualmente blocca l’impianto nell’utero dell’ovulo fecondato. E senza impianto non c’è inizio di gravidanza. Ciò nonostante, da anni, è in atto un’offensiva delle autorità vaticane e della Cei. Il Papa si è espresso in favore dell’obiezione di coscienza dei farmacisti e la posizione della conferenza episcopale italiana è che ”obiezione di coscienza è anche un diritto che deve essere riconosciuto ai farmacisti” dal momento che “è prevista dalla legge sull’aborto per i medici”.
Sull’onda di tali interventi si sono verificati in alcune parti d’Italia dei rifiuti opposti da farmacisti fondamentalisti a donne regolarmente munite di ricetta medica. È successo a Roma, è successo con contestazioni clamorose a Bologna, è successo altrove. Uno dei casi di obiettori illegali, ricorda Lisa Canitano presidente di “Vita di Donna”, riguarda lo stesso presidente dell’Unione cattolica farmacisti italiani, Pietro Uroda, titolare di una farmacia a Fiumicino. Episodi da non sottovalutare per lo stress psicologico della donna, costretta a trovare entro 72 ore una farmacia “disponibile”. Cosa facile nelle città, molto difficile nei paesi dove si trovasse un obiettore.
Come documenta nella sua ottima ricerca sull’obiezione facile in Italia Chiara Lalli (C’è chi dice no, ed. Saggiatore) la pressione ecclesiastica ha portato nell’aprile 2010 alla presentazione di un disegno di legge Pdl per legalizzare ciò che legale non è. Tanto più che a suo tempo il presidente dell’Ordine dei farmacisti Giacomo Leopardi aveva dichiarato che il farmacista ha il dovere di dispensare un prodotto su presentazione della prescrizione medica.
Vendere nelle parafarmacie le pillole del giorno dopo significa dunque facilitare l’accesso delle donne ai contraccettivi d’emergenza. Tanto più che nella maggioranza dei paesi europei e negli Stati Uniti (per le maggiorenni), come sottolinea Filomena Gallo, la pillola del giorno si vende senza prescrizione.
Da Il Fatto Quotidiano del 11/01/2012.
La più grande discarica di rifiuti di “ tal quale” d’Europa si trasferisce nel territorio della Valle del Tevere
Di Gabriella Resse
Con epicentro Riano, il “ sisma” si propagherà ,per effetto domino ,su tutti i comuni dell’area in questione,Roma nord compresa “ : Crollo globale dell’economia e delle attività produttive,fallimenti di aziende,picchiata del mercato immobiliare e grave svalutazione degli immobili e dei terreni,perdita di identità territoriale,blocco degli investimenti previsti su quest’area della provincia di Roma, collasso della viabilità delle già intasate Via Tiberina e Via Flaminia,blocco dell’ammodernamento della ferrovia Roma-Viterbo e gravi conseguenze per la salute dei cittadini.
La Premessa
Nel Lazio, a causa della saturazione della discarica di Malagrotta,( proprietario Dott. Cerroni), si sono cercate delle alternative. Tra le aree individuate dal prefetto Giuseppe Pecoraro, nominato dal governo commissario straordinario per i rifiuti del Lazio, una si trova a Riano , nella cava di Tufo di Quadro Alto.
Appoggiato dalla Regione Lazio e dal suo presidente Renata Polverini , il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha a tutt’oggi pieni poteri al fine dell’individuazione dei nuovi siti discarica,che ufficialmente sono “ TEMPORANEI”
Ma Malagrotta insegna che in Italia non ci si può fidare delle rassicurazioni dei politici. Infatti,pur essendo stato inizialmente indicato come sito temporaneo, l’impianto di Malagrotta è rimasto in funzione per 30 anni ,adesso deve chiudere entro il 31 dicembre 2011 (salvo proroghe) per evitare che il nostro governo debba pagare multe salatissime all’Unione Europea che giustamente vuole la chiusura di questa vergognosa Megadiscarica.
Ora,in mancanza di un serio piano rifiuti,che anche secondo le direttive europee dovrebbe percorrere la via della raccolta differenziata e del riuso,si sono fatte delle scelte di “comodo”,ma di scellerata stupidità ed è stato dunque deciso che la cava di Quadro Alto a Riano , è un sito adatto allo stoccaggio dei rifiuti ( di tal quale) che provengono dalla capitale,da Fiumicino e dallo stato del Vaticano
Lo scandalo
Tutto questo in mancanza di una chiara istruttoria tecnica( all’interno della cava designata quale sito discarica, i tecnici della Regione Lazio non sono mai venuti a fare sopralluoghi) che a quanto pare ( servizi di Striscia la notizia e le Iene), è invece stata basata sul copia incolla di dati falsi o errati,provenienti da una relazione tecnica di parte, eseguita per il Patron di Malagrotta ,Dott. Cerroni ,nelle cave di tufo di Quadro Alto a Riano (92 ettari di discarica)-
Questa relazione tecnica, presentata dunque da un privato,fu sottoposta all’attenzione del consiglio Regionale del Lazio già nel 2009 per verificare se ci fosse la possibilità di insediare in loco una discarica,ma la proposta fu respinta in considerazione delle leggi e dei vincoli paesaggistici di cui gode l’area. Oggi la Regione cambia le carte in tavola e dice che il sito è idoneo per insediare l’impianto di cui sopra. Per inciso,nella relazione tecnica della Regione Lazio,si parla di cave dismesse,cosa non vera,in quanto la cava è attualmente attiva ( con diritto di sfruttamento sino al 2019) e circa 200 dipendenti vi lavorano estraendo e modellando i blocchetti di tufo,che tra le altre cose è considerato materiale raro per l’edilizia.
Illegalità manifesta
A questo proposito c’è da dire che le distanze dai centri abitati e dalle case sparse, che la legge prevede nel caso di questi impianti( 1000 metri), sono largamente disattese, e che sul suolo della discarica c’è una falda d’acqua potabile affiorante,la quale serve i pozzi di molti cittadini del circondario .
Questa stessa falda acquifera,insieme ad altre che attraversano ancor più in profondità l’area della cava,seguono un breve percorso che le immette direttamente nel Tevere.
Posizionare qui una discarica rappresenta un grave pericolo anche per la città di Roma,che in caso di inquinamento della falda acquifera, si ritroverebbe a confrontarsi con un disastro ecologico di proporzioni inedite.
Il “ biondo Tevere”,infatti, attraversa tutta la capitale,passando per il centro e gettandosi in mare nei pressi di Fiumicino
Distanze con i centri abitati fuori legge
Riano: Abitanti 9.902 distanze dal sito – 673 metri dal quartiere di Stazzo Quadro – 719 metri da Riano città-
Castelnuovo di Porto : Abitanti 8.886 – 2000m
Sacrofano : Abitanti 7.508 – 2000m
Monterotondo : Abitanti 39.588 – 3000m
Morlupo : Abitanti 8.486 – 3000m
Prima Porta ( quartiere di Roma Nord) : Abitanti 14.498 – 3500m
Labaro (quartiere di Roma Nord) : Abitanti 16.744 – 4500m
Le conseguenze per tutti i paesi della Valle del Tevere
Questi sono i paesi e le aree che ad un primo impatto, con l’installazione della discarica, subiranno immediatamente i gravi effetti negativi nella loro globalità,ma partendo dal confine estremo delle aree in questione, la “ bomba discarica “ procurerà danni gravi e irreversibili anche sugli altri centri urbani limitrofi che ne subiranno le disastrose conseguenze :
- Crollo dell’economia nel bacino della valle del Tevere ( fallimento e chiusura di un gran numero di attività commerciali,dei servizi,blocco della produzione alimentare derivante dagli allevamenti e dalle colture )
- Collasso della viabilità della Via Flaminia e della Via Tiberina ( transito di circa 1500 camion di immondizia ogni giorno)
- Picchiata del valore degli immobili ( Anche a distanze ragguardevoli da Riano)
- Distruzione dell’ambiente ed ecosistema ( flora e fauna)
- Ripercussioni negative sulla salute dei cittadini e dello stato di igiene dell’ambiente ( senza voler considerare le emissioni inquinanti della discarica ,argomento troppo serio e complesso per essere analizzato in questa sede,si può senza dubbio dire che questi impianti portano ad un pericoloso sovraffollamento di topi,zanzare e insetti nocivi, gabbiani e randagismo)
Nessun territorio merita tutto questo.
Gabriella Resse
Nuovo ponte Ostia-Fiumicino, sospesi gli espropri
Alitalia, avvio tra le proteste
da l’unionesarda.it
Proteste e disagi per i passeggeri nel primo giorno della nuova Alitalia. Colanninno sostiene la validità dell’operazione e della scelta del partner. Volontà di cercare un accordo sul un nuovo assetto per Malpensa e LInate.
Debutto fra proteste e speranze per la nuova Alitalia privatizzata. Manifestazioni e assemblee di lavoratori di Linate, Malpensa e Fiumicino hanno provocato cancellazioni, ritardi e disagi. Il gran lavoro per la nuova compagnia sarà, ora, ricostruire la propria immagine e riconquistare la fiducia dei passeggeri che chiedono puntualità, efficienza e servizi migliori.
COLANINNO. All’indomani dell’accordo con Air France-Klm, il numero uno di Alitalia, Roberto Colaninno ha ribadito “la scelta giusta”. Da Lufthansa è arrivata una lettera solo “mezz’ora prima” del cda che ha dato il via libera all’alleanza con il gruppo franco-olandese solo per “interrompere” l’operazione: una “tattica precisa, mirata” – ha spiegato – a fronte di più tentativi di avere un incontro con i vertici della compagnia tedesca e dopo quattro mesi di trattative con Air France-Klm.
PROTESTE. Proteste questa mattina dei lavoratori aeroportuali a Malpensa e Linate preoccupati per il destino dei due scali e del Sindacato dei lavoratori nell’aeroporto romano di Fiumicino che con un corteo ha celebrato il funerale della compagnia.
STOP ALLE PROTESTE. Saranno “le ultime manifestazioni, che riguardano una minima parte dei problemi che abbiamo dovuto affrontare dal punto di vista sindacale”, ha assicurato Colaninno.
LA VENDITA E L’ALLEANZA. Il debutto della compagnia segna il successo di una “operazione complicata, difficile, realizzata in tempi record”, ha detto a “Panorama del giorno”, dopo aver chiuso “un importante accordo internazionale” e “senza aver interrotto il servizio”. Il presidente di Alitalia ha quindi escluso una “svendita” a favore della cordata di imprenditori italiani di cui è stato il regista, visto che “la compagnia era fallita ed è stata ceduta a valore di mercato” all’unico soggetto che ha avanzato un’offerta concreta. Da Parigi, intanto, il presidente di Air France-Klm Jean Cyril Spinetta ha sottolineato che la nuova Alitalia ora “è molto più attraente” e come l’operazione abbia garantito “uno stretto rispetto dell’italianità” di Alitalia. E ha assicurato che la cooperazione ne farà “un campione nazionale come avvenuto tra Air France e Klm”.
IL FUTURO DI LINATE E MALPENSA. Sul futuro di Linate e Malpensa è tornato poi lo stesso Colaninno. Per ribadire la forte volontà di cercare un accordo su un nuovo assetto: “il mercato del nord ci interessa e lo consideriamo vitale per le nostre strategie, pensiamo che le nostre idee possano sviluppare Malpensa”. Ma per il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, “una minor riduzione dei voli a Malpensa a patto di ridimensionare Linate non è accettabile” e ha annunciato che già la prossima settimana intende incontrare i vertici della nuova Alitalia. Spinetta, da parte sua, ha rilevato che “tutti sanno che i problemi sono legati all’esistenza di Linate. Spetta agli investitori italiani decidere nei prossimi mesi come riorganizzare gli aeroporti della zona. Bisogna uscire rapidamente dal dibattito nord-sud”, perché il principale obiettivo è fare di Alitalia una compagnia profittevole. “I criteri di rendimento saranno gli unici criteri per il cda” ha aggiunto dicendo di aspettarsi “una forte redditività”. Del destino dei due scali milanesi parleranno domani a Roma il presidente del Consiglio Berlusconi ed il sindaco di Milano Letizia Moratti, con cui – ha assicurato il premier – non c’è alcuno scontro. Anche se secondo il segretario confederale della Cgil Fabrizio Solari “gli interessi di Air France erano e restano potenzialmente in contrasto con quelli complessivi del nostro Paese e del Nord in particolare”.
Alitalia, la guerra di Malpensa
da inviatospeciale.com
La discussione sulla scelta del partner straniero di Alitalia rimane in bilico e apre la ‘Campagna padana per Malpensa’.
La cosidetta ‘nuova Alitalia’ dovrebbe partire a giorni, ma del partner straniero si parla molto e capisce poco. Dopo aver annunciato come concluso l’accordo con Air France-Klm adesso si è riaperto il capitolo Lufthansa.
Al centro le pressioni di Lega e forze politiche lombarde (quasi tutte) impegnati a ricollocare l’aeroporto di Malpensa nel cuore della ‘cordata patriottica’.
Gli “eroi” di Berlusconi (alla disperata ricerca di qualcuno che immetta nell’impresa soldi freschi, capacità gestionali e relazioni internazionali) ’scegliendo’ i francesi finirebbero con l’accettare la predominanza di Fiumicino e col ‘tradire’ l’anima padana di un vasto schieramento partitico.
Che Malpensa sia una cattedrale inutile nel deserto non importa, la salvaguardia dell’immenso apparato finanziario e del bacino di potenziale consenso elettorale che gira intorno allo scalo milanese non permette cedimenti. Certo induce preoccupazione una crisi dell’ex hub della Compagnia di bandiera, perchè centinaia di lavoratori incolpevoli rischierebbero di perdere il lavoro.
Tuttavia chi immagina, per fare un esempio, il trasporto aereo francese girare intorno a Lione e non a Parigi o quello inglese far capo a Glascow invece che a Londra?
Oggi era previsto un incontro sull’argomento ‘partner’ tra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi e il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ma è stato rinviato, forse perchè proprio Malpensa è chiuso per la neve.
Tuttavia in giornata il Governo ha incontrato i vertici della ‘cordata patiottica’. Intorno alle 8 di questa mattina il presidente della Cai-Alitalia, Roberto Colaninno, e l’amministratore delegato, Rocco Sabelli, hanno parlato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, a Palazzo Chigi.
Al centro dei colloqui, secondo fonti di agenzia, gli sviluppi sulla scelta del partner internazionale e l’illustrazione del piano industriale definito dalla compagnia. Non è escluso si stia anche cercando di porre rimedio alla violenza con la quale Cai ha assorbito il personale Alitalia e che Letta debba spingere a più miti atteggiamenti i ‘capitani coraggiosi’.
Il fronte dei fedelissimi di Malpensa è ampio ed ora sono anche in competizione tra loro. I leader padani sono olte a Bossi anche il presidente della Regione, Formigoni (Pdl), il sindaco di Milano, Moratti (Pdl) e quello della Provincia, Penati (Pd).
Berlusconi, infastidito dal protagonismo di Bossi, ha commentato con fastidio alcune parole del leader leghista: “Gli interessi del nord stanno a cuore non solo alla Lega, ma anche a noi”.
I fan di Malpensa vorrebbero un’alleanza con Lufthansa, perchè i tedeschi intenderebbero rafforzare lo scalo lombardo a scapito di quello romano, mentre Air France-Klm concentrerebbe alcuni voli internazionali a Fiumicino, anche se poi tutti e due i vettori finirebbero col portare i passeggeri in partenza dall’Italia verso i propri hub per imbarcarli su loro aerei e portarli (guadagnandoci) in giro per il mondo.
Il dimensionamento della ‘nuova Alitalia’ non è tale, per dislocazione e tipo di areomobili, da lasciar immaginare uno sviluppo sul lungo raggio. Cai sta mettendo in piedi una (per altro non grande) compagnia nazionale.
I padani, se dovesse fallire l’accordo coi tedesch,i chiedono una liberalizzazione dei voli su Malpensa in grado di fare spazio ad un altro grande vettore straniero, che potrebbe essere la stessa Lufthansa, con un ruolo propulsivo per l’hub milanese.
Questa scelta, però, aprirebbe problemi per gli “eroi” di Berlusconi, che con l’acqusto di Alitalia hanno anche ricevuto in dote gli slot (le concessioni di arrivo e partenza). I ‘permessi’ hanno un forte valore commericiale e la loro perdita rappresenterebbe un danno economico non irrilevante. Un bel problema per il Cavaliere mettere tutti d’accordo.
Comunque rimane inqualificabile l’ingerenza della politica e dimostra quanto la ‘cordata patriottica’ ne sia un’emanazione. I partiti e il governo vorrebbero essere i protagonisti delle decisioni, ma la scelta in un mercato serio dovrebbe riguardare solo il management di Cai.
Pur ormai dissolto il ‘fronte del no’ e fiaccata la resitenza dei lavoratori, continuano alcune manifestzioni di protesta. Stefano Pedica dell’Idv ha annunciato che “il 12 continueremo a manifestare prima alla regione poi al Quirinale e a Palazzo Chigi, non ci fermeremo fino a quando non riassumeranno l’ultimo dipendente allontanato con sistemi di un regime che ricorda un passato difficile da dimenticare”.
Piano voli di Alitalia: Fiumicino-Malpensa finisce 13 a 3
da ilsole24ore.com
di Marco Alfieri
30 DICEMBRE 2008
Dedicato «A chi cerca una nuova partenza…». Con la “A” che richiama la tradizionale pinna tricolore Alitalia.
Perché il paradosso è che la vecchia scarburata Magliana, dopo il breve interregno Cai, da domani tornerà a chiamarsi, appunto, Alitalia. E’ uno dei punti all’odg dell’assemblea Cai di stamattina a Milano. Bruxelles all’inizio voleva imporre la rivisitazione del logo per segnare la discontinuità tra vecchia e nuova compagnia, ma alla fine le difficoltà legate alla modifica della sigla Iata Az, hanno aperto la strada al più classico dei ritorni all’antico.
É bastato aprire i giornali di ieri per accorgersene. Nell’ultima pagina dei principali quotidiani campeggiava il lancio pubblicitario della nuova Alitalia. «Il 13 gennaio – recita l’inserzione – dall’unione di Alitalia ed Air One, nasce la vostra nuova compagnia aerea. Forte dei valori della migliore tradizione aeronautica italiana, di un nuovo e ampio network di collegamenti e di una flotta moderna ed efficiente». Dal 13 gennaio, dunque, «è operativo il nuovo programma di voli, acquistabili da subito»…..





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