Articoli marcati con tag ‘città’
DA TRIESTE CON FURORE!
Una coperta di freddo siberiano si è impadronita del Bel Paese regalando temperature polari, vento e tanta neve. Inutile affondare il coltello nella piaga ricordando che l’ondata di maltempo era prevista e che siamo in inverno, quindi il meteo ci sta tutto!
Epperò… qui a Trieste gli eventi atmosferici sono come esaltati dal roboante ruggito della bora che si sta scatenando in uno sciame di raffiche che si insinuano per le vie della città.
A condire lo scenario ci si è messa pure la neve che in alcuni punti della città si è fissata al pavimento stradale, regalando simpatici tranelli di ghiaccio.
Eppure, nella scomodità di dover lasciare a casa lo scooter, imparare quale linea dell’autobus è idonea a riportarmi a casa, informarmi sul prezzo del biglietto, sugli orari, ecco in tutto questo nuovo modo di percepire la città, mi sento assolutamente viva, a mio agio in questo vento, dentro al freddo polare.
Lo spettacolo che offono le rive schiaffeggiate da potentissime raffiche di bora, onde che abbandonano il naturale letto del mare per infrangersi sulla terra ferma, inondando la passeggiata, il molo e tutto quanto si trovi sulla loro disarticolata corsa.
Adoro questa città così “aspra e forte”, così tagliente e secca, imbronciata e musona.
Adoro questo vento selvaggio e insolente.
E’ così, con il volto sferzato da minuscoli spilli di ghiaccio, noi triestini ci sentiamo vivi. Eccome!
Amici Cari, buona continuazione di giornata!
Pimpra
L’Opinione – “La mediterranea Messina nella deriva liberista”; di Giuseppe Restifo
“Ma ora il tradizionale gioco di infamare la popolazione sembra estinguersi”: quel che scrive Salvatore Palidda, nell’ultimo libro da lui curato sulle “Città mediterranee”, a proposito delle “plebi” meridionali e dei “lazzaroni” partenopei, vale anche per Messina?
La città dello Stretto, che pure è stata a più riprese ingiuriata nei suoi abitanti, nell’ultimo venticinquennio si è dovuta confrontare con la Grande Opera per eccellenza. Una parte sempre più consistente dei suoi cittadini ha assunto una sempre più perfetta consapevolezza di cosa quella Grande Sfida volesse dire. Una parte – ovviamente minoritaria per forza di cose e di strumenti “tecnici” a disposizione – si è “impadronita” di tutta la documentazione anche scientifica; quindi persino un solo studioso messinese, appartenente a quella che viene considerata una marginale Università, può tener testa, ad esempio, sul piano dei conti economici della Grande Impresa alle grandi imprese multinazionali. Insomma una parte crescente degli “indigeni” dello Stretto non appare più alla mercé del primo imbonitore di passaggio su questo lembo di terra.
Ma occorre uno sguardo, a questo punto, in grado di guardare al di là del Ponte, al sistema economico globale e alle applicazioni locali, per cercare di vedere quanto Messina sia coinvolta nella deriva liberista e se sia possibile de-linkarla, farla uscire dalla corrente di un limaccioso fiume che si avvia spietatamente verso la “cascata”.
Voglio usare apposta l’avverbio “spietatamente” per segnalare l’assenza di “pietas” del sistema stesso verso gli uomini e verso la natura.
Approfittando dei casi segnalati da Palidda di città mediterranee come Napoli, Tunisi, Istanbul, Genova, Barcelona e altre metropoli, si può tentare di fare un discorso non retorico su un centro di più modeste dimensioni? Le conseguenze della rivoluzione liberista sulle rive dello Stretto non hanno attratto finora grandi attenzioni, eppure, per certi versi e con le specificità del caso, Messina riproduce alcuni elementi presenti in altri luoghi del Mediterraneo (se guardati con la pupilla depurata dalla retorica mediterraneista).
Partiamo dallo skyline che si offre allo sguardo di chi viene dal mare; entriamo dentro e guardiamo il design delle nuove architetture; avviciniamoci ai materiali diventati abituali: ci si presenta una sostanziosa modificazione, coperta dai discorsi sul post-moderno (quando vengono fatti). Insomma, nel suo piccolo e “brutto”, Messina non ha niente da invidiare ad altre città mediterranee. In fotocopia rimpicciolita, centri commerciali, cinema multisala, video-camere di sorveglianza, negozi e boutiques à la page, riprendono le “maestose” innovazioni architettoniche delle più grandi città euro-mediterranee. Quanto ai palazzi, restiamo in attesa di vedere gli esiti finali di quelli in costruzione su corso Cavour-piazza Duomo e su via La Farina-Cavalcavia, le cui strutture si sono già insediate sulla storia della città, schiacciandola.
E poi ci sono i progetti delle nuove installazioni edilizie. Il grattacielo nel quartiere storico del Tirone sarà come quelli di Beirut? Lì ai piani alti abita la nuova gentry, esponenti delle classi borghesi emergenti di rentiers. Qui cosa rappresenterà, sotto il velo del discorso sul decoro, sulla morale, sull’igiene, sul risanamento?
Cosa ci sia sotto i discorsi sullo sviluppo di Messina l’hanno scritto non gli studiosi, ma i magistrati. Un recente sequestro di beni per 450 milioni di euro, motivato dal procuratore Guido Lo Forte, ha illustrato bene il modello “liberista”. Naturalmente ci interessano poco le responsabilità individuali, che tocca alla magistratura indagare, ma trarre dalla fonte giudiziaria elementi per capire come questo modello ha funzionato nella città dello Stretto. Molti politici, che normalmente vengono accusati di “incapacità”; diversi componenti delle amministrazioni pubbliche, che normalmente vengono accusati di “inefficienza”; svariati imprenditori, che normalmente vengono incolpati di scarso attivismo imprenditoriale; ed ancora i “tecnici” del riciclaggio dei capitali illegalmente accumulati: ecco, tutti questi soggetti sono i protagonisti di un modello locale, che ha tenuto Messina sul filo della “modernità” liberista. Aggiungiamoci le pale eoliche sulla cresta dei Peloritani e il “bombolone” di gpl sotto il parco progettato al posto del campo Rom, e si ha un’idea di come il modello si eserciti non soltanto sulle persone, ma anche sull’ambiente. Ci manca solo il grande evento, ma per questo potremmo interpellare Sgarbi e poi i grandi architetti, quelli che vanno per la maggiore e che per certi versi sono diventati non più di un logo.
Cosa ci sia sotto i discorsi sullo sviluppo, santificati dalla propaganda informativa e “culturale”, lo dicono i fatti, ossi duri a morire: declino demografico, fuga dei giovani, clima di stallo.
Un altro elemento ancora, e qui si può finire con questo primo approccio: il Ponte sullo Stretto si farà, e così pure l’aeroporto del Mela, la Stu del Tirone e l’isolotto di fronte al waterfront di Maregrosso. Come recentemente ci ha spiegato Ivan Cicconi, il modello italiano ha due madri: la Tav e la Legge Obiettivo. Ricalcando quella sagoma, si possono tirare a “buon esito” tutte le operazioni: purché ci siano a garanzia bond pubblici, subito le banche accorrono ad accendere prestiti, a contrattarsi poi i bonds e a riprodurre l’infernale meccanismo dell’attuale crisi finanziaria. I soldi si prendono dal futuro, dall’accrescimento del debito, che pagheranno fondamentalmente i nostri figli (i quali già qualcosa hanno cominciato a pagare). Anche una media città può “crescere” su questo.
L’inversione di tendenza? La democrazia dal basso, ovvero la partecipazione con diritto di decisione delle persone che stanno in questo luogo del Mediterraneo. Ma la “caldaia urbana” di Messina sarà in grado di dar vita a quest’inversione, e per tempo?
Giuseppe Restifo
14.998471
AMMAZZATE I COMUNISTI !!
Claudio Ortale ( facebook ) ROMA CITTA’ APERTA? “Ammazzate i Comunisti” e arrestat
DotCities, le grandi metropoli chiedono il loro indirizzo web
Parigi, New York, Berlino, Amburgo, Barcellona si sono riunite in consorzio. Al quale presto aderiranno Londra e San Francisco .paris, .nyc, .berlin per valorizzare cultura e patrimonio turistico.
di GIAMPIERO MARTINOTTI
PARIGI – Un nome per ogni grande città, un sito che non finisca più soltanto in .com, .it, .org, ma che possa terminare in .roma o .mi, per valorizzare le singole città, le loro offerte turistiche, il loro patrimonio, le loro potenzialità economiche. A lanciare l’idea, purtroppo, nessuna città italiana ma cinque metropoli internazionali: Parigi, New York, Berlino, Amburgo, Barcellona. Riunite in un consorzio, DotCities, cui dovrebbero associarsi rapidamente anche Londra e San Francisco.
Il loro obiettivo è di ottenere dall’Icann, l’organismo che gestisce l’attribuzione dei nomi per i siti internet, la creazione di nuove estensioni, legate appunto alle città. Ma i cinque chiedono anche all’Icann prezzi più bassi per mettere in moto il meccanismo : la risposta su quest’ultimo punto dovrebbe arrivare entro un mese, la decisione sui nuovi nomi è attesa per settembre.
Attualmente, l’Icann chiede 185 mila dollari per la creazione di una nuova estensione per i siti web, cui si aggiungono 75 mila dollari di canone annuo o il 5 per cento del fatturato quando questo supera i 75 mila dollari. Troppi, dicono le città di DotCities. In dicembre hanno scritto all’organismo per argomentare la loro richiesta : “Il fatto che delle città siano candidate limita i potenziali problemi giuridici e ci sembra che i prezzi richiesti possano causare una dannosa pressione economica”. I cinque chiedono supersconti, un po’ come quelli praticati in questi giorni nelle svendite parigine : 50 mila dollari per la presentazione delle candidature, 15 mila dollari di canone annuale.
Il comune parigino punta molto su questa iniziativa. Considera un atout la possibilità offerta ai suoi commercianti (hotel, ristoranti, panetterie, negozi) di potersi presentare con un sito che termina in .paris, perché in questo modo sarebbero più facilmente individuabili. La giunta è pronta a investire in questa iniziativa tra i 200 e i 300 mila euro, cui si aggiungeranno 100 mila euro all’anno di spese. Ma la vendita dei nuovi indirizzi web dovrebbe consentire il recupero delle somme investite: l’Hotel de Ville pensa di poter vendere ad aziende e cittadini l’estensione .paris a un prezzo base molto modesto, dieci dollari, come avviene per l’estensione .asia. Il comune spera di equilibrare i bilanci entro due o tre anni e secondo il quotidiano economico Les Echos, altre città francesi avrebbero manifestato il loro interesse per una personalizzazione ”cittadina” dei siti.
(7 gennaio 2009)
Alis Crewlink
AZMail
Briefing Package
Buste paga
IPS
PeopleNet




