Articoli marcati con tag ‘calabria’

Questa battaglia chiama in causa tutti

Apparteniamo per nascita a quella generazione maledetta che, molto più rispetto ad altre, ha poche certezze e tantissimi dubbi. Siamo giovani oggi. Questa condizione, sebbene ci releghi ad un esi-stenza da “paria” e ci collochi – quasi fosse un ordi-ne naturale ineluttabile – al di fuori da qualsiasi contesto lavorativo e spesso anche sociale, ci porta, quasi per contrasto, a detenere una grande forza,ovvero, la capacità di porre in continua discussione non solo i nostri stessi pensieri ma anche tutti i fattori interni a quella società che ci confina in una posizione di subalternità. Abbiamo la consapevo-lezza di non possedere alcuna verità assoluta anzi, che non esistano verità assolute. Ed è per questo che non accettiamo lezioni da parte di nessuno, non accettiamo paternali né pacche sulle spalle, tanto meno da coloro i quali hanno contribuito alla creazione di questa società malandata che affonda le sue radici nella speculazione sugli uomini e sulle risorse. In terra nostra di Calabria la speculazione si è manifestata con tanti mostri: i poli siderurgici, la Pertusola, la Marlane, il fantomatico ponte sullo Stretto, che sembrano tradurre la vessazione continua di un territorio in realtà caratterizzato da una natura estranea a questo modello di sviluppo e da una Bellezza che ancora resiste. Ed è per questo che la Calabria, come tutti i territori, ha e pretende voce in capitolo anche in questa battaglia. Esiste un filo conduttore tra tutte le rivendicazioni territoriali, che attraversa da nord a sud la penisola e la unisce, sotto la convinzione che debbano essere i popoli a dover assumere le decisioni e le scelte riguardo il“giusto” delle loro esistenze, che nessuno può ope-rare senza la loro legittimazione. Ed è in questo che la battaglia No-tav diventa fondamentale, e se vinceranno i territori della valle vinceremo tutti. Non esistono temi di serie A o di serie B, né temi di cui ci si può e deve interessare o meno. E non esiste nessuno in grado di dettare l’agenda politica e gli argomenti di dibattito di quelli che chiamate giovani. La Battaglia della Valle chiama in causa tutti, tanto quanto il problema della ’ndrangheta. L’organizzazione criminale più potente del mondo non è confinata al territorio calabrese, ma ha aperto i suoi tentacoli su tutto il Paese. La nostra generazione è capace di farsi carico di entrambe le questioni, dando la stessa attenzione, lo stesso impegno e la stessa intensità ma non può accettare che qualcuno decida quali siano i problemi di cui ci si debba occupare, gli argomenti su cui si ha il permesso di parlare. Noi abbiamo imparato a prendere parola peri nostri diritti, per la nostra terra, e la nostra terra non è solo la Calabria. Un nostro problema è la classe dirigente di questo paese, non solo della nostra regione. Una classe dirigente, obsoleta, incapace, corrotta e anche vecchia, per inciso della stessa generazione di Eugenio Scalfari. Non si può unire l’animo degli italiani celebrando i 150 anni dell’unità con grandi feste e parate, noi riusciamo ad unirci attraverso le lotte giuste e legittime anche a distanza di 1500km. Viviamo in una terra splendida e martoriata, non ci riesce difficile immedesimarci in chi con tutte le sue forze prova a difendere un pezzo del suo cuore che giorno dopo giorno viene di-strutto. Una nostra speranza è quella di vincere quelle battaglie che racchiudono in sé il germe del cambiamento, il seme di un modo nuovo di pensare e fare politica, di un fare e intendere la società. Il nostro obiettivo è prenderci il nostro spazio, magari al prezzo di abbattere qualche dinosauro.

Laboratorio politico Ateneo Controverso

Università della Calabria

 

Calabria Ora

07/03/2012

Pg. 7

A differenza della Val di Susa noi vogliamo la Tav

L’appello della Cgil a Giorgio Napolitano. A gennaio soppressi 271 treni regionali.

CATANZARO

Se la modernità proprio non piace al Nord sarebbe opportuno guardare alle regioni che chiedono di andare più veloce. Una battaglia che la punta dello stivale sta cercando da tempo di vincere o per lo meno di mettere campo. Sì, perché in Calabria si va lentamente, nella terra dei bruzi, nella Magna Graecia i trasporti non funzionano. Sono lenti, sono in “ritardo”. Una regione che vuole reagire,che vuole crescere, e che chiede attenzioni riguardo alla piattaforma dei trasporti. Un’Alta velocità che se in Val di Susa viene boicottata in Calabria sembra solamente, un mostro mitologico, una chimera. Infatti, per l’alta velocità da Salerno a Reggio al momento c’è solo un progetto di Rfi (Rete ferroviaria italiana) per un costo di oltre 3 miliardi, ma il progetto è bloccato. Perché qui tutto si ferma,tutto va più lentamente. Invece, priorità è stata data al com-pletamento della tratta di Alta velocità Napoli-Bari, già in via di realizzazione. E se Cristo si è fermato ad Eboli, i calabresi vogliono che ci arrivi, insieme all’alta velocità. Perché in Calabria c’è da muoversi e mentre nel 2012 una parte dell’Italia dice “No Tav”, bloccando la costruzione di un’infrastruttura che regalerebbe un collegamento che alcune regioni anelano, nella punta dello stivale la mattina i treni non partono, si resta a casa, dal primo gennaio al 31 sono stati soppressi improvvisamente per vari motivi, guasti tecnici, carenza di personale, 271 treni regionali. E allora perché il governo non trasferisce i fondi per il ponte sullo stretto (8 miliardi) per l’Alta velocità in Calabria visto che anche il progetto del Ponte, assolutamente inutile, è bloccato? La Calabria ha fame,di lavoro, di trasporti, c’è da far muovere anche l’economia, e servono le infrastrutture. I calabresi chiedono il proprio diritto alla mobilità. Anche la Cgil Calabria guidata da Michele Gravano non ci sta. Il segretario generale del sindacato rosso, insieme al segretario della Filt Nino Costantino, chiedono la Tav in questa terra che non coniuga futuro. I sindacalisti scrivono direttamente al Presidente della Repubblica lanciando l’allarme, proponendo, disegnando il quadro di una Calabria non collegata: «Avvertiamo una sorta di soffocante isolamento che non aiuta i calabresi a costruire un futuro vivibile e produttivo in una terra ancora dilaniata dalla ’ndrangheta e dalla illegalità. Come sindacato, però, non ci facciamo abbattere dalla sfiducia e dalla rassegnazione ed assieme alla grande parte della società calabrese,e soprattutto ai giovani, continuiamo a batterci per costruire una Calabria più giusta e migliore. Le popolazioni calabresi a differenza di quelle della Val di Susa vogliono investimenti e la modernizzazione del sistema ferroviario ad alta velocità ed è necessario rispondere a questa esigenza». La Cgil, infatti, rappresentando l’esasperazione delle popolazioni e delle comunità locali, ha raccolto, in pochi giorni, oltre diecimila firme per protestare contro il taglio dei treni notturni e a lunga percorrenza che isolano la Calabria dal resto del Paese. Michele Gravano e Nino Costantino chiedono un incontro con una delegazione di lavoratori calabresi a Giorgio Napolitano, per consegnare le firme della petizione e un “dossier” sullo stato dei trasporti e della mobilità in Calabria. Il sindacato fa, inoltre, sapere che oltre al trasporto ferroviario, sono note le condizioni della A3 per il cui completamento occorrono 2 miliardi e 800 milioni di euro. «Sottolineiamo inoltre – si legge nella missiva -una preoccupazione anche per il trasporto aereo il cui sistemasi sta ancora indebolendo in queste ultime settimane».

 

Maurizio Cacia

Calabria ora, 07/03/2012

Pg.7

A differenza della Val di Susa noi vogliamo la Tav

L’appello della Cgil a Giorgio Napolitano. A gennaio soppressi 271 treni regionali.

CATANZARO

Se la modernità proprio non piace al Nord sarebbe opportuno guardare alle regioni che chiedono di andare più veloce. Una battaglia che la punta dello stivale sta cercando da tempo di vincere o per lo meno di mettere campo. Sì, perché in Calabria si va lentamente, nella terra dei bruzi, nella Magna Graecia i trasporti non funzionano. Sono lenti, sono in “ritardo”. Una regione che vuole reagire,che vuole crescere, e che chiede attenzioni riguardo alla piattaforma dei trasporti. Un’Alta velocità che se in Val di Susa viene boicottata in Calabria sembra solamente, un mostro mitologico, una chimera. Infatti, per l’alta velocità da Salerno a Reggio al momento c’è solo un progetto di Rfi (Rete ferroviaria italiana) per un costo di oltre 3 miliardi, ma il progetto è bloccato. Perché qui tutto si ferma,tutto va più lentamente. Invece, priorità è stata data al com-pletamento della tratta di Alta velocità Napoli-Bari, già in via di realizzazione. E se Cristo si è fermato ad Eboli, i calabresi vogliono che ci arrivi, insieme all’alta velocità. Perché in Calabria c’è da muoversi e mentre nel 2012 una parte dell’Italia dice “No Tav”, bloccando la costruzione di un’infrastruttura che regalerebbe un collegamento che alcune regioni anelano, nella punta dello stivale la mattina i treni non partono, si resta a casa, dal primo gennaio al 31 sono stati soppressi improvvisamente per vari motivi, guasti tecnici, carenza di personale, 271 treni regionali. E allora perché il governo non trasferisce i fondi per il ponte sullo stretto (8 miliardi) per l’Alta velocità in Calabria visto che anche il progetto del Ponte, assolutamente inutile, è bloccato? La Calabria ha fame,di lavoro, di trasporti, c’è da far muovere anche l’economia, e servono le infrastrutture. I calabresi chiedono il proprio diritto alla mobilità. Anche la Cgil Calabria guidata da Michele Gravano non ci sta. Il segretario generale del sindacato rosso, insieme al segretario della Filt Nino Costantino, chiedono la Tav in questa terra che non coniuga futuro. I sindacalisti scrivono direttamente al Presidente della Repubblica lanciando l’allarme, proponendo, disegnando il quadro di una Calabria non collegata: «Avvertiamo una sorta di soffocante isolamento che non aiuta i calabresi a costruire un futuro vivibile e produttivo in una terra ancora dilaniata dalla ’ndrangheta e dalla illegalità. Come sindacato, però, non ci facciamo abbattere dalla sfiducia e dalla rassegnazione ed assieme alla grande parte della società calabrese,e soprattutto ai giovani, continuiamo a batterci per costruire una Calabria più giusta e migliore. Le popolazioni calabresi a differenza di quelle della Val di Susa vogliono investimenti e la modernizzazione del sistema ferroviario ad alta velocità ed è necessario rispondere a questa esigenza». La Cgil, infatti, rappresentando l’esasperazione delle popolazioni e delle comunità locali, ha raccolto, in pochi giorni, oltre diecimila firme per protestare contro il taglio dei treni notturni e a lunga percorrenza che isolano la Calabria dal resto del Paese. Michele Gravano e Nino Costantino chiedono un incontro con una delegazione di lavoratori calabresi a Giorgio Napolitano, per consegnare le firme della petizione e un “dossier” sullo stato dei trasporti e della mobilità in Calabria. Il sindacato fa, inoltre, sapere che oltre al trasporto ferroviario, sono note le condizioni della A3 per il cui completamento occorrono 2 miliardi e 800 milioni di euro. «Sottolineiamo inoltre – si legge nella missiva -una preoccupazione anche per il trasporto aereo il cui sistemasi sta ancora indebolendo in queste ultime settimane».

 

Maurizio Cacia

Calabria ora, 07/03/2012

Pg.7

Da Napoli alla Val Susa le mani della mafia sui cantieri della Tav (Roberto Saviano).

Ecco gli errori da evitare per non arricchire i boss   I clan si presentano con imprese che vincono perché fanno prezzi più vantaggiosi e sbaragliano il mercatoIl tracciato si può sovrapporre alla mappa delle famiglie mafiose e dei loro affari nel ciclo del cemento La Tav fa gola perché puoi nascondere sottoterra ciò che vuoi Ti arricchisci scavando e poi anche riempiendo La ´ndrangheta entrò in Piemonte con i lavori del Frejus. Nel ´95 fu sciolto il primo Comune del Nord: Bardonecchia.

Tutti parlano di Tav, ma prima di ogni cosa bisognerebbe partire da un dato di fatto: negli ultimi trent´anni l´Alta velocità è diventata uno strumento per la diffusione della corruzione e della criminalità organizzata, un modello vincente di business perfezionatosi dai tempi dalla costruzione dell´Autostrada del Sole e della ricostruzione post-terremoto in Irpinia. Questa è una certezza giudiziaria e storica più solida delle valutazioni ambientali e politiche (a favore o contro), più solida di ogni altra analisi sulla necessità o sull´inutilità di quest´opera. In questo momento ci si divide tra chi considera la Tav in Val di Susa come un balzo in avanti per l´economia, come un ponte per l´Europa, e chi invece un´aberrazione dello spreco e una violenza sulla natura. Su un punto però ci si deve trovare uniti: bisogna avere il coraggio di comprendere che l´Italia al momento non è in grado di garantire che questo cantiere non diventi la più grande miniera per le mafie. Il governo Monti deve comprendere che nascondere il problema è pericoloso. Prima dei veleni, delle polveri, della fine del turismo, della spesa esorbitante, prima di tutte le analisi che in questi giorni vengono discusse bisognerebbe porsi un problema di sicurezza del sistema economico. Che è un problema di democrazia.
Ci si può difendere dall´infiltrazione mafiosa solo fiaccando le imprese prima che entrino nel mercato, quando cioè è ancora possibile farlo. Ma ormai l´economia mafiosa è assai aggressiva e l´Italia, invece, è disarmata. Il Paese non può permettersi di tenere in vita con i fiumi di danaro della Tav le imprese illegali. Se non vuole arrendersi alle cosche, e bloccare ogni grande opera, deve dotarsi di armi nuove, efficaci e appropriate. La priorità non può che essere la “messa in sicurezza dell´economia”, per sottrarla all´infiltrazione e al dominio mafioso, dotandola di anticorpi che individuino e premino la liceità degli attori coinvolti e creino le condizioni per una concorrenzialità, vera, non inquinata dai fondi neri. Oggi questa messa in sicurezza non è ancora stata fatta e il Paese, per ora, non ha gli strumenti preventivi per sorvegliare l´enorme giro degli appalti e subappalti, i cantieri, la manodopera, le materie prime, i trasporti, e lo smaltimento dei rifiuti, settori tradizionali in cui le mafie lavorano (inutile negarlo o usare toni prudenti) in regime di quasi monopolio. Quando i cantieri sono giganti con fabbriche di movimenti umani e di pale non ci sono controlli che tengano.
IL BUSINESS CRIMINALE
Le mafie si presentano con imprese che vincono perché fanno prezzi vantaggiosi che sbaragliano il mercato, hanno sedi al nord e curricula puliti, e il flusso di denaro destinato alla Tav rischia di diventare linfa per il loro potenziamento, aumentandone la capacità di investimento, di controllo del territorio, accrescendone il potere economico e, di conseguenza, politico. Non vincono puntando il fucile. Vincono perché grazie ai soldi illeciti il loro agire lecito è più economico, migliore e veloce. Lo schema finanziario utilizzato sino ad ora negli appalti Tav è il meccanismo noto per la ricostruzione post-terremoto del 1980: il meccanismo della concessione, che sostituisce la normale gara d´appalto in virtù della presunta urgenza dell´opera, e fa sì che la spesa finale sia determinata sulla base della fatturazione complessiva prodotta in corso d´opera, permettendo di fatto di gonfiare i costi e creare fondi neri per migliaia di miliardi. La storia dell´alta velocità in Italia è storia di accumulazione di capitali da parte dei cartelli mafiosi dell´edilizia e del cemento. Il tracciato della Lione-Torino si può sovrapporre alla mappa delle famiglie mafiose e dei loro affari nel ciclo del cemento. Sono tutte pronte e già si sono organizzate in questi anni.
Esagerazioni? La Direzione nazionale Antimafia nella sua relazione annuale (2011) ha dato al Piemonte il terzo posto sul podio della penetrazione della criminalità organizzata calabrese: «In Piemonte la ‘ndrangheta ha una sua consolidata roccaforte, che è seconda, dopo la Calabria, solo alla Lombardia». Così come dimostra la sentenza n. 362 del 2009 della Corte di Cassazione che ha riconosciuto definitivamente «un´emanazione della ‘ndrangheta nel territorio della Val di Susa e del Comune di Bardonecchia». L´infiltrazione a Bardonecchia (che arrivò a portare lo scioglimento del comune per infiltrazione mafiosa nel 1995 primo caso nel Nord-Italia) è avvenuta nel periodo in cui si stava costruendo una nuova autostrada e il traforo del Frejus verso la Francia. Gli appalti del traforo portarono le imprese mafiose a vincere per la prima volta in Piemonte.
I LEGAMI CON IL NORD
Credere che basti mettere sotto osservazione le imprese edili del sud per evitare l´infiltrazione è una ingenuità colpevole. Le aziende criminali non vengono dalle terre di mafie. Nascono, crescono e vivono al Nord, si presentano in regola e tutte con perfetto certificato antimafia (di cui è imperativa una modifica dei parametri). È sempre dopo anni dall´appalto che le indagini si accorgono che il loro Dna era mafioso. Qualche esempio. La Guardia di Finanza individuò sui cantieri della Torino-Milano la Edilcostruzioni di Milano che era legata a Santo Maviglia narcotrafficante di Africo. La sua ditta lavorava in subappalto alla Tav. La Ls Strade, azienda milanese leader assoluta nel movimento terre era di Maurizio Luraghi imprenditore lombardo. Secondo le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Luraghi era il prestanome dei Barbaro e dei Papalia, famiglie ‘ndranghetiste. Nel marzo 2009 l´indagine, denominata “Isola”, dimostrò la presenza a Cologno Monzese delle famiglie Nicoscia e Arena della ‘ndrangheta calabrese che riciclavano capitali e aggiravano la normativa antimafia usando il sistema della chiamata diretta per entrare nei cantieri Tav di Cassano d´Adda. Partivano dagli appalti poi arrivavano ai subappalti e successivamente – e in netta violazione delle leggi – ad ulteriori subappalti gestendo tutto in nero.
Dagli appalti si approdava prima ai subappalti e successivamente – e in contrasto con le norme antimafia – ad ulteriori subappalti con affidamento dei lavori del tutto in nero. Nell´ottobre 2009 l´Operazione Pioneer arrestò 14 affiliati del clan di Antonio Spagnolo di Ciminà (Reggio Calabria), proprietario della Ediltava sas di Rivoli, con la quale si aggiudicò subappalti sulla linea Tav. Dalla Lombardia al Piemonte il meccanismo è sempre lo stesso: «Le proiezioni della criminalità calabrese, attraverso prestanome, – scrive l´Antimafia – hanno orientato i propri interessi nel settore edile e del movimento terra, finanziando, con i proventi del traffico di droga e dell´usura, iniziative anche di rilevante entità. In tale settore le imprese mafiose sono clamorosamente favorite dal non dover rispettare alcuna regola, ed anzi dal poter fare dell´assenza delle regole il punto di forza per accaparrarsi commesse».
A Reggio Emilia l´alta velocità è stata il volano per far arrivare una sessantina di cosche che hanno iniziato a egemonizzare i subappalti nell´edilizia in Emilia Romagna. Sulla Tav Torino-Milano si creò un business mafioso inusuale che generò molti profitti e che fu scoperto nel 2008. Fu scoperta una montagna di rifiuti sotterrati illegalmente nei cantieri dell´Alta Velocità: centinaia di tonnellate di materiale non bonificato, cemento armato, plastica, mattoni, asfalto, gomme, ferro, intombato nel cuore del Parco lombardo del Ticino. La Tav diventa ricchezza non solo per gli appalti ma anche perché puoi nascondere sottoterra quel che vuoi. Una buca di trenta metri di larghezza e dieci di profondità è in grado accogliere 20mila metri cubi dì materiale. Ci si arricchisce scavando e si arricchisce riempiendo: il business è doppio.
IL SISTEMA DEI SUBAPPALTI
I cantieri Tav sulla Napoli-Roma, raccontano bene quello che potrebbe essere il futuro della Tav in Val di Susa. Il clan dei Casalesi partecipa ai lavori con ditte proprie in subappalto e soltanto fino al 1995 la camorra intasca secondo la Criminalpol 10mila miliardi di lire. Fin dall´inizio gli esponenti del clan dei Casalesi esercitarono una costante pressione per conseguire e conservare il controllo camorristico sulla Tav in due modi: o infiltrando le proprie imprese o imponendo tangenti alle ditte che concorrevano nella realizzazione della linea ferroviaria. I cantieri aperti dal 1994 per oltre dieci anni, avevano un costo iniziale previsto di 26.000 miliardi, arrivato nel 2011 a 150.000 miliardi di lire per 204 chilometri di tratta; il costo per chilometro è stato di circa 44 milioni di euro, con punte che superano i 60 milioni. Le indagini della Dda spiegarono alcuni di questi meccanismi scoprendo che molte delle società appaltatrici erano legate a boss-imprenditori come Pasquale Zagaria, coinvolto nel processo Spartacus a carico del clan dei Casalesi (e fratello del boss Michele, il quale, ancora latitante, riceveva nella sua villa imprenditori edili dell´alta velocità). Il clan dei Casalesi partecipò ai lavori con ditte proprie, accaparrandosi inizialmente il monopolio del movimento terra attraverso la Edil Moter. Nel novembre del 2008 le indagini della procura di Caltanissetta ruotarono intorno alla Calcestruzzi spa, società bergamasca del Gruppo Italcementi (quinto produttore a livello mondiale), che forniva il cemento per realizzare importanti opere pubbliche tra cui alcune linee della Tav Milano-Bologna e Roma-Napoli (terzo e quarto lotto), metrobus di Brescia, metropolitana di Genova e A4-Passante autostradale di Mestre. Le indagini (che aveva iniziato Paolo Borsellino) mostrarono: “Significativi scostamenti tra i dosaggi contrattuali di cemento con quelli effettivamente impiegati nella produzione dei conglomerati forniti all´impresa appaltante». L´indagine voleva accertare se la Calcestruzzi avesse proceduto «a una illecita creazione di fondi neri da destinare in parte ai clan mafiosi dell´isola, nonché l´eventuale esistenza di una strategia aziendale volta a tali fini».
Ecco: questa è l´Italia che si appresta ad aprire i cantieri in Val di Susa. Che la mafia non riguardi solo il sud ormai è accertato. Di più: le organizzazioni criminali non solo in Italia, ma anche in Usa e in tutto il mondo, stanno approfittando enormemente della crisi, che è diventata per loro un´enorme occasione da sfruttare. Bisogna mettere in sicurezza l´economia del paese e siamo, su questo terreno, in grande ritardo. La giurisprudenza antimafia è declinata sulla caccia ai boss mafiosi. Giusto, ma non basta: serve un balzo in avanti, serve una giurisprudenza che dia la caccia agli enormi capitali, alle casseforti criminali che agiscono indisturbate nel mondo della finanza internazionale. O ci si muove in questa direzione o l´alternativa è che ogni forma di ripresa economica sarà a capitale di maggioranza mafioso.

Da La Repubblica del 06/03/2012.

dirittiglobali.it

“Dedicare l’8 marzo a tre donne vittime della ’ndrangheta” (Vera Lamonicas).

Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo, erano donne di ’ndrangheta, cresciute e vissute nel contesto di famiglie potenti della più potente tra le organizzazioni criminali. Di quell’appartenenza avevano assorbito le regole, e dentro quelle regole erano vissute fino alla negazione di sé, della propria libertà e della propria dignità. Maria Concetta,ad esempio, era stata sposata a 14 anni, a 15 era diventata mamma, più volte pestata a sangue, a 31 anni aveva tre figli ed è morta ingerendo acido muriatico. E le altre non hanno storie meno tragiche: sono tutte, insieme a tante altre, vittime della più sconvolgente delle sorti, quella di nascere in una famiglia di ’ndrangheta, l’organizzazione criminale che nella famiglia e nei legami di affetto e di sangue che la caratterizzano, trova una delle basi della sua forza e della sua impenetrabilità e una delle ragioni del radicamento anche culturale che la caratterizza nel contesto calabrese. Perciò ribellarsi alla ’ndrangheta, ribellarsi dall’interno, non è solo un atto di pentimento e di dissociazione, è un atto di lacerazione profonda che porta con sé la messa in discussione di tutti i legami affettivi che caratterizzano una vita, fino al-la stessa identità. È un travaglio che queste donne hanno vissuto fino in fondo, perché hanno scelto di contrapporsi, di denunciare, di intraprendere una via di legalità e giustizia, sfidando un mondo che conoscevano troppo bene e del quale sapevano che non avrebbe perdonato. Chi non ha pagato con la vita, in questi percorsi, si è tuttavia consegnata aduna condizione di straordinaria fragilità che rende arduo il percorso di ricostruzione della vita anche sotto la protezione dello Stato. Il rischio della retorica è sempre in agguato. Viene voglia di non unire la propria voce quando si levano, stucchevoli e scontate, le dichiarazioni di solidarietà di coloro che, soprattutto nella politica, sono tra i principali responsabili dello stato di abbandono e di degrado, economico, civile e sociale, in cui vive la Calabria e che costituisce il contesto necessario a che il potere criminale cresca sempre più fino a diventare «strutturale». Il mal governo, l’incapacità di essere classe dirigente, il deficit istituzionale ed amministrativo producono lo stato di sofferenza altissima di quella popolazione ed offrono l’argomento a tutti i leghismi ed a tutte le deresponsabilizzazioni dei governi e della politica nazionale, e non certo da oggi. Ma non c’è retorica nell’appello lanciato dal «Quotidiano della Calabria » che invita a dedicare l’8 marzo a queste tre donne, c’è l’invito a cogliere nelle loro storie e nei loro volti il segno di come, nella più cruda delle condizioni, possa nascere la voglia di riscatto e l’amore per la libertà, la scintilla della speranza e il coraggio di rischiare. La Cgil calabrese, insieme a tanti altri, ha raccolto questo appello e lo fa suo. È necessario, infatti, che prima di tutto i soggetti sociali della rappresentanza colgano che in quelle terre la profondità della crisi e le trasformazioni che essa sta determinando, a partire dall’impoverimento generalizzato del lavoro e dalla disoccupazione di massa, rischiano di produrre, sul terreno della legalità, non un’inversione di tendenza, ma la consegna definitiva all’assurdo destino di diventare una sorta di piattaforma territoriale dalla quale la ’ndrangheta governa il giro vorticoso di affari e miliardi che naturalmente si svolge ben oltre i confini della Calabria, nel cuore industriale d’Italia e d’Europa. E quindi c’è un gran bisogno di costruire fatti nuovi, di suscitare movimenti e mandare nuovi messaggi, anche culturali, di conquistare nuove forze all’impegno ed alla lotta. Nel cosiddetto welfare mafioso non c’è risposta ai bisogni di nessuno, solo assoggettamento, povertà, violenza, umiliazione. Soprattutto per le donne il codice ’ndranghetista è negazione di soggettività e la subcultura della famiglia che essa veicola, e che viene da un lungo retaggio storico, costituisce la negazione di ogni possibilità di crescita economica, civile e dei diritti. Lea, Maria Concetta e Giuseppina in fondo non chiedevano null’altro che normalità: volevano lavorare, amare, crescere i loro figli come le loro coetanee di tutta Europa. A loro non è stato concesso, per la particolarità tragica della loro condizione. Ma quanta di questa libera normalità è concessa in generale alle donne calabresi? Il tasso di occupazione non supera il 30%, chi lavora il più delle volte è precaria, o in nero, o a sottosalario. Ormai non ci si presenta neanche più a cercare lavoro e chi vuole farlo deve andare via, sempre se ha una famiglia che può permettersi di integrare le risorse necessarie allo spostamento. Se si ha un figlio, o un genitore non autosufficiente, è obbligo rinunciare perché nel campo dei servizi c’é il deserto; e se i servizi ci sono il loro costo non rende conveniente lavorare per l’andamento delle retribuzioni reali. Può diventare questa condizione una molla per un movimento di donne che chiede lavoro, servizi, cambiamento? L’8 marzo, nel nome di tre donne che hanno cercato e prodotto cambiamento, sarà importante discuterne.

Da L’Unità del 06/03/2012.

‘Ndrangheta: Pellegrini, in libreria ‘Cosa Nuova’ di Andrea Appollonio

 E’ nelle libererie, edito da Pellegrini, ‘Cosa Nuova, di Andrea Appolinio. Questo non e’ un libro sulla ‘Ndrangheta – si legge nella presentazione – ma su chi la ‘Ndrangheta la combatte, ed a mani nude. Non vi sono dentro storie di magistrati superprotetti o collaboratori che vivono in luoghi segreti, ma di militari che operano sottopelle in maniera chirurgica, senza che nulla trapeli all’esterno. Cosi’ addentro il Sistema della ‘Ndrangheta da farne parte, solo che essi rappresentano la controspinta piu’ forte allo strapotere delle cosche. Perche’ solo loro hanno compreso le fattezze inedite di ”Cosa Nuova”. Sono invisibili, inavvicinabili, pochissimi sanno della loro missione, quasi nessuno ha mai visto un ”basco rosso” all’infuori della provincia reggina. Eppure dietro ogni arresto eccellente, ogni vittoria dello Stato in terra infidelium, vi sono loro: i militari dello Squadrone Cacciatori di Calabria. L’Italia ancora non li conosce, nonostante l’assalto mafioso al Nord parta da qui, e siano i Cacciatori ad arrestarne l’avanzata. Questo e’ un viaggio nei feudi della ‘Ndrangheta, in terra di Cosa Nuova, accompagnato dall’insieme di verita’ e disincanto, di illusioni ed inganni, di amore e odio per un pezzo di Calabria vissuto sulla pelle. Con delle guide d’eccezione.
L’autore, Andrea Apollonio, e’ pugliese, ha 25 anni. Dopo la laurea cum laude in Giurisprudenza, si e’ dedicato allo studio dei fenomeni mafiosi in Italia e all’estero, soggiornando regolarmente presso universita’ straniere e istituzioni europee. E’ giornalista opinionista per numerose testate, scrive sul suo blog Civesalentini.com. Ha promosso e partecipato a numerose iniziative antimafia ed incontri di studio sul fenomeno. Nel 2010 pubblica ”Sacra corona unita”, volume che ottiene un importante riscontro di pubblico e che promuove in conferenze e incontri in tutta Italia. (ASCA)

‘Ndrangheta: Pellegrini, in libreria ‘Cosa Nuova’ di Andrea Appollonio

 E’ nelle libererie, edito da Pellegrini, ‘Cosa Nuova, di Andrea Appolinio. Questo non e’ un libro sulla ‘Ndrangheta – si legge nella presentazione – ma su chi la ‘Ndrangheta la combatte, ed a mani nude. Non vi sono dentro storie di magistrati superprotetti o collaboratori che vivono in luoghi segreti, ma di militari che operano sottopelle in maniera chirurgica, senza che nulla trapeli all’esterno. Cosi’ addentro il Sistema della ‘Ndrangheta da farne parte, solo che essi rappresentano la controspinta piu’ forte allo strapotere delle cosche. Perche’ solo loro hanno compreso le fattezze inedite di ”Cosa Nuova”. Sono invisibili, inavvicinabili, pochissimi sanno della loro missione, quasi nessuno ha mai visto un ”basco rosso” all’infuori della provincia reggina. Eppure dietro ogni arresto eccellente, ogni vittoria dello Stato in terra infidelium, vi sono loro: i militari dello Squadrone Cacciatori di Calabria. L’Italia ancora non li conosce, nonostante l’assalto mafioso al Nord parta da qui, e siano i Cacciatori ad arrestarne l’avanzata. Questo e’ un viaggio nei feudi della ‘Ndrangheta, in terra di Cosa Nuova, accompagnato dall’insieme di verita’ e disincanto, di illusioni ed inganni, di amore e odio per un pezzo di Calabria vissuto sulla pelle. Con delle guide d’eccezione.
L’autore, Andrea Apollonio, e’ pugliese, ha 25 anni. Dopo la laurea cum laude in Giurisprudenza, si e’ dedicato allo studio dei fenomeni mafiosi in Italia e all’estero, soggiornando regolarmente presso universita’ straniere e istituzioni europee. E’ giornalista opinionista per numerose testate, scrive sul suo blog Civesalentini.com. Ha promosso e partecipato a numerose iniziative antimafia ed incontri di studio sul fenomeno. Nel 2010 pubblica ”Sacra corona unita”, volume che ottiene un importante riscontro di pubblico e che promuove in conferenze e incontri in tutta Italia. (ASCA)

‘Ndrangheta: Pellegrini, in libreria ‘Cosa Nuova’ di Andrea Appollonio

 E’ nelle libererie, edito da Pellegrini, ‘Cosa Nuova, di Andrea Appolinio. Questo non e’ un libro sulla ‘Ndrangheta – si legge nella presentazione – ma su chi la ‘Ndrangheta la combatte, ed a mani nude. Non vi sono dentro storie di magistrati superprotetti o collaboratori che vivono in luoghi segreti, ma di militari che operano sottopelle in maniera chirurgica, senza che nulla trapeli all’esterno. Cosi’ addentro il Sistema della ‘Ndrangheta da farne parte, solo che essi rappresentano la controspinta piu’ forte allo strapotere delle cosche. Perche’ solo loro hanno compreso le fattezze inedite di ”Cosa Nuova”. Sono invisibili, inavvicinabili, pochissimi sanno della loro missione, quasi nessuno ha mai visto un ”basco rosso” all’infuori della provincia reggina. Eppure dietro ogni arresto eccellente, ogni vittoria dello Stato in terra infidelium, vi sono loro: i militari dello Squadrone Cacciatori di Calabria. L’Italia ancora non li conosce, nonostante l’assalto mafioso al Nord parta da qui, e siano i Cacciatori ad arrestarne l’avanzata. Questo e’ un viaggio nei feudi della ‘Ndrangheta, in terra di Cosa Nuova, accompagnato dall’insieme di verita’ e disincanto, di illusioni ed inganni, di amore e odio per un pezzo di Calabria vissuto sulla pelle. Con delle guide d’eccezione.
L’autore, Andrea Apollonio, e’ pugliese, ha 25 anni. Dopo la laurea cum laude in Giurisprudenza, si e’ dedicato allo studio dei fenomeni mafiosi in Italia e all’estero, soggiornando regolarmente presso universita’ straniere e istituzioni europee. E’ giornalista opinionista per numerose testate, scrive sul suo blog Civesalentini.com. Ha promosso e partecipato a numerose iniziative antimafia ed incontri di studio sul fenomeno. Nel 2010 pubblica ”Sacra corona unita”, volume che ottiene un importante riscontro di pubblico e che promuove in conferenze e incontri in tutta Italia. (ASCA)

Il messia di Calabria secondo Bocca

 

Stralcio del capitolo

 

“Il ritorno di Pitagora” è il titolo di un capitoletto del volume “Aspra Calabria”. Un libro-reportage, un odi et amo continuo dell’autore piemontese nei confronti di questa periferia estrema dell’Italia e dell’Europa. Il passaggio sul filosofo di Crotone dà conto di un enigma. Bocca, appropriandosi dell’interrogativo dei «calabresi colti e miti», si domanda che fine abbia fatto il passato glorioso della Magna Grecia. Perché si sia esaurito e abbia lasciato il posto a un «presente feroce e rozzo». Si tenga conto che il testo è del 1992, ma l’argomento è attuale. Pitagora è un simbolo, sta per quell’epoca in cui, a dire di Platone, Locri era fiore d’Italia. C’è gente in Calabria che attende il ritorno di Pitagora. Che aspetta la forza messianica che arrivi e rivendichi i soprusi, redima i disonesti, restituisca la terra agli uomini. Per il ritorno del messia ogni giorno è quello buono. Ogni giorno è quello del Giudizio. Ogni ora occorre essere pronti. L’estetica dell’attesa del messia non è statica, ma dinamica. Anzi, alterna moto e quiete. Solo così aspettare Pitagora è proficuo. Altrimenti, è solo la conferma, raffinata sì ma anche ipocrita, dell’inerzia vittimistica che affligge la gente di Calabria. Soprattutto quei «calabresi colti e miti».

Il messia di Calabria secondo Bocca

 

Stralcio del capitolo

 

“Il ritorno di Pitagora” è il titolo di un capitoletto del volume “Aspra Calabria”. Un libro-reportage, un odi et amo continuo dell’autore piemontese nei confronti di questa periferia estrema dell’Italia e dell’Europa. Il passaggio sul filosofo di Crotone dà conto di un enigma. Bocca, appropriandosi dell’interrogativo dei «calabresi colti e miti», si domanda che fine abbia fatto il passato glorioso della Magna Grecia. Perché si sia esaurito e abbia lasciato il posto a un «presente feroce e rozzo». Si tenga conto che il testo è del 1992, ma l’argomento è attuale. Pitagora è un simbolo, sta per quell’epoca in cui, a dire di Platone, Locri era fiore d’Italia. C’è gente in Calabria che attende il ritorno di Pitagora. Che aspetta la forza messianica che arrivi e rivendichi i soprusi, redima i disonesti, restituisca la terra agli uomini. Per il ritorno del messia ogni giorno è quello buono. Ogni giorno è quello del Giudizio. Ogni ora occorre essere pronti. L’estetica dell’attesa del messia non è statica, ma dinamica. Anzi, alterna moto e quiete. Solo così aspettare Pitagora è proficuo. Altrimenti, è solo la conferma, raffinata sì ma anche ipocrita, dell’inerzia vittimistica che affligge la gente di Calabria. Soprattutto quei «calabresi colti e miti».

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