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Il dare e l’avere di Mario Monti (Eugenio Scalfari).
Mario Monti è scoraggiato. Lo capisco. Il compito di mettere al sicuro i conti pubblici per evitare che l’Italia facesse la fine della Grecia l’ha portato a termine egregiamente, ma subito dopo un secondo compito gli incombeva: quello di avviare la crescita della domanda e degli investimenti, ma questa seconda fase, senza la quale anche il “salva Italia” rischia di diventare periclitante, è molto più difficile, stenta a mettersi in moto. La ragione di questo surplace è evidente: la lotta contro la recessione – perché di questo si tratta – non si può fare se non è l’intera Europa ad intraprenderla e questo non è avvenuto.
L’Europa continua ad essere latitante. La Francia è concentrata nelle elezioni presidenziali e per ora non pensa ad altro. La Germania non condivide le politiche di rilancio della domanda che per essere efficaci comporterebbero che fosse proprio Berlino ad assumersene la guida. La Gran Bretagna è isolata e comunque impotente. La Spagna non ha ancora messo al sicuro i suoi conti ed è sotto attacco della speculazione, appesantita per di più da un incredibile 23 per cento di disoccupazione. Perfino la Bce, la sola istituzione veramente europea che è stata finora all’altezza dei compiti che le sono affidati, deve ora difendere la propria autonomia, messa in questione dai falchi della Bundesbank.
Questo è il quadro e le sue tinte sono fosche. Monti è scoraggiato ed ha ragione di esserlo. Ma c’è un’altra ragione che motiva
il suo scoraggiamento ed è lo sfarinamento della maggioranza politica che lo ha fin qui sostenuto.
Finora i tre partiti hanno rispettato la tregua che avevano stipulato tra loro e che aveva reso possibile la “strana maggioranza” di sostegno al governo dei tecnici; ma è bastato l’approssimarsi delle elezioni amministrative del 6 maggio prossimo per mandarla in pezzi. Sono emerse con irruenza le differenze di programma e di elettorato di riferimento tra Pdl e Pd, con una differenza aggiuntiva: il gruppo dirigente del Partito democratico è abbastanza compatto, quello del Pdl è frantumato e Alfano ne sta perdendo il controllo. L’implosione del berlusconismo era attesa ma rinviata all’esito delle elezioni politiche future; invece sta avvenendo adesso: pullulano in quasi tutti i Comuni capoluoghi le liste civiche che hanno preso il posto di quelle del Pdl; la crisi della Lega coincide con la crisi evidente della Regione Lombardia; avanzano gli anarcoidi di Beppe Grillo; l’Udc è filo – montiana ma lo scandalo della Margherita si ripercuote sia pure alla lontana anche su Casini.
Infine la crisi dei partiti ha raggiunto il culmine, Tangentopoli è tornata con prepotenza d’attualità, Penati, Lusi, Belsito, il Consiglio regionale lombardo, il Comune di Palermo e la Regione Sicilia, Emiliano, Vendola, Tedesco, Rosi Mauro, Calderoli: uno sconquasso di queste proporzioni non s’era mai visto dal 1992 con la differenza che allora la crisi economica che si affiancò a quella politica era soltanto italiana, mentre adesso coinvolge l’economia mondiale e dura ormai da cinque anni.
Monti è scoraggiato, ma chi al suo posto non lo sarebbe?
* * *
È scoraggiato ma non ci sono alternative al suo governo, come Giorgio Napolitano ha più volte ricordato in questi giorni. Non ci sono alternative e lui lo sa, perciò il coraggio deve averlo e lo avrà anche perché gli elementi di forza non mancano. Cerchiamo ora di formulare una sorta di bilancio politico ed economico dove metteremo al passivo i punti di debolezza e all’attivo le risorse che possono essere mobilitate e vedremo qual è il risultato. Cominciamo dagli aspetti negativi della situazione.
- Bisogna incentivare gli investimenti delle imprese.
- Bisogna incentivare i consumi delle famiglie.
- Bisogna evitare l’aumento di due punti dell’Iva previsto per settembre per blindare il pareggio del bilancio nel 2013.
- Bisogna pagare i debiti che lo Stato ha nei confronti dei suoi fornitori.
- Bisogna finanziare la costruzione di infrastrutture e una politica attiva di lavori pubblici.
- Bisogna approvare la riforma del lavoro nel testo presentato al Parlamento.
- Bisogna alleggerire il debito sovrano.
- Bisogna chiarire il problema degli “esodati” che sta mettendo in discussione la pace sociale.
- Bisogna che i partiti approvino una nuova legge elettorale.
- Bisogna risolvere la “governance” della Rai il cui Consiglio d’amministrazione è scaduto da tre settimane.
- Bisogna che i partiti decidano la riforma del loro finanziamento che sta vertiginosamente accrescendo il discredito da cui sono circondati.
- Bisogna che il governo presenti al più presto la legge anti-corruzione e la riforma della giustizia.
Fin qui l’elenco dei “buchi” da colmare e dei problemi ancora aperti da risolvere. E vediamo ora gli aspetti positivi e le risorse mobilitabili.
- La lotta all’evasione ha già recuperato 13 miliardi di nuove entrate; è quindi probabile che nell’intero esercizio 2012 si arrivi a 20 miliardi e forse più, una parte dei quali può rimpiazzare l’aumento dell’Iva. Il resto potrebbe servire ad accrescere i crediti d’imposta alle imprese che effettueranno nuovi investimenti o a rinforzare le tutele previste per i disoccupati o altre finalità scelte dal governo (abolizione dell’Irap?).
- La Cassa depositi e prestiti detiene - al di là delle riserve a garanzia del risparmio postale - un fondo di liquidità disponibile per finanziare investimenti in opere pubbliche o in impieghi di pubblica utilità. Queste risorse potrebbero essere utilizzate per consentire al Tesoro di sbloccare subito i 30 miliardi di debiti che ha nei confronti dei suoi fornitori. Sarebbe una boccata d’ossigeno per tutto il sistema, senza pesare sul debito sovrano e sui parametri del patto di Maastricht.
- La “spending review” è ancora allo studio ma le sue conclusioni dovrebbero esser pronte tra poche settimane. Il ministro Giarda è scettico sulla sua applicabilità a causa delle prevedibili resistenze che saranno opposte dalle categorie interessate. Queste resistenze sarebbero probabilmente superate se le risorse venissero utilizzate per una diminuzione delle imposte sul lavoro e del cuneo fiscale tra salari lordi e salari netti. Le minori spese sono stimate come minimo a 20 – 25 miliardi.
- Il patrimonio dello Stato ammonta a centinaia di miliardi ma se ne potrebbero facilmente cartolarizzare cento e portarli a riduzione del debito sovrano. Quantitativamente è poca cosa ma avrebbe un effetto politico non trascurabile.
- Una riforma senza spese ma suscettibile di notevoli economie sarebbe quella di concentrare il numero degli aeroporti tagliandone parecchi del tutto inutili. Sullo stesso piano sarebbe estremamente opportuna una concentrazione dei Tribunali e delle Università. I risparmi e la maggiore efficienza sarebbero notevolissimi.
- Il recente viaggio di Monti in Asia e le accoglienze che gli sono state riservate sono altrettanti e ben meritati contributi al suo prestigio internazionale. Questo lo mette in grado di riprendere il “manifesto dei Dodici” per una politica di crescita e di più intensa concorrenza intra – europea che fu promosso da lui stesso e dal premier inglese Cameron, ma di cui non si è più parlato nelle sedi europee.
Come si vede i punti di forza sia economici sia politici sono in grado di bilanciare e forse di lasciare un saldo positivo rispetto ai punti di debolezza. La variante dipende dalla volontà politica che a sua volta proviene dal governo e dai partiti che lo appoggiano, soprattutto dal Pd e dal Terzo polo. Del Pdl abbiamo già detto: nelle mani di Alfano può mantenere la tregua in favore del governo, se sfugge al controllo del segretario comincerà l’esodo in larga misura diretto verso il Polo di centro. La “strana maggioranza” dovrebbe in tal caso reggersi su due gambe anziché su tre, ma non sarebbe più “strana” ma politica a tutti gli effetti, con i vantaggi che ne derivano.
* * *
Ci restano ancora due temi da affrontare. Il primo riguarda la coesione sociale e in particolare il tema degli “esodati”, il secondo riguarda la questione settentrionale in presenza della crisi della Lega. Si dice che Monti abbia messo la parola fine alla concertazione e al supposto diritto di veto che le parti sociali e i sindacati in particolare avrebbero avuto all’epoca di Ciampi. Su questo argomento ho avuto nei giorni scorsi uno scambio di idee (e di notizie) proprio con Ciampi, fonte autentica per eccellenza su un’architettura politico – sociale da lui costruita.
La concertazione ciampiana aveva come tema le politiche degli investimenti e delle risorse necessarie il che vuol dire l’intera politica economica del Paese, quindi non si trattava di temi sindacali in senso stretto e non esistevano diritti di veto e tanto meno votazioni su quegli argomenti. Le parole che Ciampi più volte pronunciò in pubblico su queste questioni mettevano bene in luce che la concertazione avveniva nel rigoroso rispetto delle competenze istituzionali e cioè del governo e del Parlamento nella loro assoluta autonomia. “Non si è mai votato in quelle riunioni e nessuno ha mai posto un veto su alcunché, e non si è mai discusso di problemi specificamente sindacali. I sindacati confederali in quella sede discutevano temi di pubblico interesse con il governo ed erano portatori essi stessi della loro visione dell’interesse generale” il sindacato cioè si spogliava della sua veste di rappresentante delle categorie e si faceva interprete dell’interesse generale. Credo che Guglielmo Epifani, che partecipò in tutti quegli anni a quelle riunioni, potrà confermare quanto Ciampi ha detto.
E che cos’altro hanno fatto Monti ed Elsa Fornero se non una concertazione consultiva con le forze sociali per quanto riguarda la riforma del lavoro? Non è anche quella una questione di interesse generale? Nulla dunque cambierà se le forze sociali andranno a quegli appuntamenti come portatori anch’essi dell’interesse generale ma tutto cambierebbe se vi andassero come portatori degli interessi delle categorie che ad esse fanno riferimento. In quel caso la sede non sarebbe più Palazzo Chigi.
Quanto al problema degli esodi, si fa molta confusione su di esso. Il ministro Fornero ha dato la cifra di 65 mila con riferimento ai lavoratori che risolsero il loro contratto di lavoro prima della riforma delle pensioni. Pensavano di andare in pensione subito e ci andranno invece nel 2019, cioè tra sette anni. Fornero ha provveduto a coprire quest’intervallo insopportabilmente lungo.
L’anno prossimo ci sarà un’altra quota di lavoratori con contratti in scadenza e pensione a sei anni di distanza. Il ministro ha preso impegno di coprire il nuovo esodo e così via, anno dopo anno, con esodi che vedranno ridursi il numero di anni intercorrenti dall’uscita dal lavoro all’accesso alla pensione.
Questo è il meccanismo. La somma degli esodati, secondo i sindacati, ammonterebbe a 330 mila. Può darsi, bisognerebbe conoscere le fonti di questo calcolo, ma sta di fatto che ogni anno vede diminuire l’arco di tempo da coprire e quindi sommarli insieme non ha alcun significato. Dispiace che su un tema di facile comprensione si sia impostato addirittura uno sciopero generale. Per rivendicare che cosa, visto che l’impegno alla tutela man mano che ne matureranno le condizioni è già stato preso?
* * *
La crisi della Lega ripropone in pieno la questione settentrionale. La Lega ha avuto il merito di portarla, quando nacque, all’attenzione dell’opinione pubblica ma il demerito di non individuare gli strumenti per risolverla. Questo stesso errore era stato compiuto a suo tempo dai “meridionalisti” i quali (salvo poche eccezioni come Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti) ne avevano segnalato l’esistenza ma scelsero cattivi strumenti per risolverla.
La questione settentrionale non consiste nell’esodo di capitali dal Nord al Sud che la Lega ha denunciato e per impedire il quale ha proposto il suo federalismo o addirittura la scissione. Quell’esodo non c’è mai stato, c’è stato semmai il suo contrario perché le banche si sono concentrate al Nord, il grosso degli investimenti pubblici e dei prestiti bancari è avvenuto al Nord e le imprese che hanno investito al Sud sono state tutte e sempre provenienti dal Nord e al Nord sono affluiti i loro profitti e la distribuzione dei loro dividendi. Il vero problema del Nord è il capitalismo dei “padroncini”, delle imprese con meno di 20 addetti che costituiscono a dir poco il 95 per cento dell’intera struttura imprenditoriale italiana, disseminata da Varese e da Novara fino a Trieste, Treviso, Padova, Ferrara, Rimini, Ancona, Pesaro, Pescara, Foggia, Bari. Bisognava che i “padroncini” del Nord – Nordest – Est – Sudest diventassero imprese vere, con almeno 50 dipendenti, consorzi, distretti industriali, capacità di ricerca e d’innovazione. Così non è stato. Il tentativo dei distretti è il più delle volte fallito o restato sulla carta, i punti d’eccellenza ci sono stati e ci sono ma il grosso di quest’immensa fascia di capannoni che ha costellato tutte le pianure del Nord e dell’Est ha funzionato fino a quando il cavallo dei consumatori e degli utenti ha bevuto. Con la crisi iniziata nel 2008 il cavallo beve ormai pochissimo e i “padroncini” stanno di male in peggio.
Questa è la questione settentrionale, alla quale la Lega non ha dato alcuno sbocco politico, anzi l’ha impantanata nell’alleanza populista con Berlusconi che non solo non ha visto la crisi ma l’ha negata fino a quando la crisi l’ha travolto.
La Lega ha dato molti buoni amministratori comunali, questo sì, ma al di sopra di quel livello localistico è stata un esperimento disastroso per il Nord e per l’intero Paese. In più anche un luogo di malaffare. Prima scomparirà, meglio sarà. Ma resterà in piedi la questione settentrionale, così come resta in piedi quella meridionale. E resteranno in piedi fino a quando non sarà risolta la questione nazionale.
Il governo Monti ha mosso i primi passi su questa strada ma ci vorrà almeno una generazione per condurla a termine. Dove sia questa generazione io non lo vedo, ma forse dipende dai troppi anni che ho sulle spalle. Mi auguro che sia così e che la generazione cui quel compito è affidato ci sia, sia pronta e si faccia vedere.
Da La Repubblica del 15/04/2012.
Il dare e l’avere di Mario Monti (Eugenio Scalfari).
Mario Monti è scoraggiato. Lo capisco. Il compito di mettere al sicuro i conti pubblici per evitare che l’Italia facesse la fine della Grecia l’ha portato a termine egregiamente, ma subito dopo un secondo compito gli incombeva: quello di avviare la crescita della domanda e degli investimenti, ma questa seconda fase, senza la quale anche il “salva Italia” rischia di diventare periclitante, è molto più difficile, stenta a mettersi in moto. La ragione di questo surplace è evidente: la lotta contro la recessione – perché di questo si tratta – non si può fare se non è l’intera Europa ad intraprenderla e questo non è avvenuto.
L’Europa continua ad essere latitante. La Francia è concentrata nelle elezioni presidenziali e per ora non pensa ad altro. La Germania non condivide le politiche di rilancio della domanda che per essere efficaci comporterebbero che fosse proprio Berlino ad assumersene la guida. La Gran Bretagna è isolata e comunque impotente. La Spagna non ha ancora messo al sicuro i suoi conti ed è sotto attacco della speculazione, appesantita per di più da un incredibile 23 per cento di disoccupazione. Perfino la Bce, la sola istituzione veramente europea che è stata finora all’altezza dei compiti che le sono affidati, deve ora difendere la propria autonomia, messa in questione dai falchi della Bundesbank.
Questo è il quadro e le sue tinte sono fosche. Monti è scoraggiato ed ha ragione di esserlo. Ma c’è un’altra ragione che motiva
il suo scoraggiamento ed è lo sfarinamento della maggioranza politica che lo ha fin qui sostenuto.
Finora i tre partiti hanno rispettato la tregua che avevano stipulato tra loro e che aveva reso possibile la “strana maggioranza” di sostegno al governo dei tecnici; ma è bastato l’approssimarsi delle elezioni amministrative del 6 maggio prossimo per mandarla in pezzi. Sono emerse con irruenza le differenze di programma e di elettorato di riferimento tra Pdl e Pd, con una differenza aggiuntiva: il gruppo dirigente del Partito democratico è abbastanza compatto, quello del Pdl è frantumato e Alfano ne sta perdendo il controllo. L’implosione del berlusconismo era attesa ma rinviata all’esito delle elezioni politiche future; invece sta avvenendo adesso: pullulano in quasi tutti i Comuni capoluoghi le liste civiche che hanno preso il posto di quelle del Pdl; la crisi della Lega coincide con la crisi evidente della Regione Lombardia; avanzano gli anarcoidi di Beppe Grillo; l’Udc è filo – montiana ma lo scandalo della Margherita si ripercuote sia pure alla lontana anche su Casini.
Infine la crisi dei partiti ha raggiunto il culmine, Tangentopoli è tornata con prepotenza d’attualità, Penati, Lusi, Belsito, il Consiglio regionale lombardo, il Comune di Palermo e la Regione Sicilia, Emiliano, Vendola, Tedesco, Rosi Mauro, Calderoli: uno sconquasso di queste proporzioni non s’era mai visto dal 1992 con la differenza che allora la crisi economica che si affiancò a quella politica era soltanto italiana, mentre adesso coinvolge l’economia mondiale e dura ormai da cinque anni.
Monti è scoraggiato, ma chi al suo posto non lo sarebbe?
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È scoraggiato ma non ci sono alternative al suo governo, come Giorgio Napolitano ha più volte ricordato in questi giorni. Non ci sono alternative e lui lo sa, perciò il coraggio deve averlo e lo avrà anche perché gli elementi di forza non mancano. Cerchiamo ora di formulare una sorta di bilancio politico ed economico dove metteremo al passivo i punti di debolezza e all’attivo le risorse che possono essere mobilitate e vedremo qual è il risultato. Cominciamo dagli aspetti negativi della situazione.
- Bisogna incentivare gli investimenti delle imprese.
- Bisogna incentivare i consumi delle famiglie.
- Bisogna evitare l’aumento di due punti dell’Iva previsto per settembre per blindare il pareggio del bilancio nel 2013.
- Bisogna pagare i debiti che lo Stato ha nei confronti dei suoi fornitori.
- Bisogna finanziare la costruzione di infrastrutture e una politica attiva di lavori pubblici.
- Bisogna approvare la riforma del lavoro nel testo presentato al Parlamento.
- Bisogna alleggerire il debito sovrano.
- Bisogna chiarire il problema degli “esodati” che sta mettendo in discussione la pace sociale.
- Bisogna che i partiti approvino una nuova legge elettorale.
- Bisogna risolvere la “governance” della Rai il cui Consiglio d’amministrazione è scaduto da tre settimane.
- Bisogna che i partiti decidano la riforma del loro finanziamento che sta vertiginosamente accrescendo il discredito da cui sono circondati.
- Bisogna che il governo presenti al più presto la legge anti-corruzione e la riforma della giustizia.
Fin qui l’elenco dei “buchi” da colmare e dei problemi ancora aperti da risolvere. E vediamo ora gli aspetti positivi e le risorse mobilitabili.
- La lotta all’evasione ha già recuperato 13 miliardi di nuove entrate; è quindi probabile che nell’intero esercizio 2012 si arrivi a 20 miliardi e forse più, una parte dei quali può rimpiazzare l’aumento dell’Iva. Il resto potrebbe servire ad accrescere i crediti d’imposta alle imprese che effettueranno nuovi investimenti o a rinforzare le tutele previste per i disoccupati o altre finalità scelte dal governo (abolizione dell’Irap?).
- La Cassa depositi e prestiti detiene - al di là delle riserve a garanzia del risparmio postale - un fondo di liquidità disponibile per finanziare investimenti in opere pubbliche o in impieghi di pubblica utilità. Queste risorse potrebbero essere utilizzate per consentire al Tesoro di sbloccare subito i 30 miliardi di debiti che ha nei confronti dei suoi fornitori. Sarebbe una boccata d’ossigeno per tutto il sistema, senza pesare sul debito sovrano e sui parametri del patto di Maastricht.
- La “spending review” è ancora allo studio ma le sue conclusioni dovrebbero esser pronte tra poche settimane. Il ministro Giarda è scettico sulla sua applicabilità a causa delle prevedibili resistenze che saranno opposte dalle categorie interessate. Queste resistenze sarebbero probabilmente superate se le risorse venissero utilizzate per una diminuzione delle imposte sul lavoro e del cuneo fiscale tra salari lordi e salari netti. Le minori spese sono stimate come minimo a 20 – 25 miliardi.
- Il patrimonio dello Stato ammonta a centinaia di miliardi ma se ne potrebbero facilmente cartolarizzare cento e portarli a riduzione del debito sovrano. Quantitativamente è poca cosa ma avrebbe un effetto politico non trascurabile.
- Una riforma senza spese ma suscettibile di notevoli economie sarebbe quella di concentrare il numero degli aeroporti tagliandone parecchi del tutto inutili. Sullo stesso piano sarebbe estremamente opportuna una concentrazione dei Tribunali e delle Università. I risparmi e la maggiore efficienza sarebbero notevolissimi.
- Il recente viaggio di Monti in Asia e le accoglienze che gli sono state riservate sono altrettanti e ben meritati contributi al suo prestigio internazionale. Questo lo mette in grado di riprendere il “manifesto dei Dodici” per una politica di crescita e di più intensa concorrenza intra – europea che fu promosso da lui stesso e dal premier inglese Cameron, ma di cui non si è più parlato nelle sedi europee.
Come si vede i punti di forza sia economici sia politici sono in grado di bilanciare e forse di lasciare un saldo positivo rispetto ai punti di debolezza. La variante dipende dalla volontà politica che a sua volta proviene dal governo e dai partiti che lo appoggiano, soprattutto dal Pd e dal Terzo polo. Del Pdl abbiamo già detto: nelle mani di Alfano può mantenere la tregua in favore del governo, se sfugge al controllo del segretario comincerà l’esodo in larga misura diretto verso il Polo di centro. La “strana maggioranza” dovrebbe in tal caso reggersi su due gambe anziché su tre, ma non sarebbe più “strana” ma politica a tutti gli effetti, con i vantaggi che ne derivano.
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Ci restano ancora due temi da affrontare. Il primo riguarda la coesione sociale e in particolare il tema degli “esodati”, il secondo riguarda la questione settentrionale in presenza della crisi della Lega. Si dice che Monti abbia messo la parola fine alla concertazione e al supposto diritto di veto che le parti sociali e i sindacati in particolare avrebbero avuto all’epoca di Ciampi. Su questo argomento ho avuto nei giorni scorsi uno scambio di idee (e di notizie) proprio con Ciampi, fonte autentica per eccellenza su un’architettura politico – sociale da lui costruita.
La concertazione ciampiana aveva come tema le politiche degli investimenti e delle risorse necessarie il che vuol dire l’intera politica economica del Paese, quindi non si trattava di temi sindacali in senso stretto e non esistevano diritti di veto e tanto meno votazioni su quegli argomenti. Le parole che Ciampi più volte pronunciò in pubblico su queste questioni mettevano bene in luce che la concertazione avveniva nel rigoroso rispetto delle competenze istituzionali e cioè del governo e del Parlamento nella loro assoluta autonomia. “Non si è mai votato in quelle riunioni e nessuno ha mai posto un veto su alcunché, e non si è mai discusso di problemi specificamente sindacali. I sindacati confederali in quella sede discutevano temi di pubblico interesse con il governo ed erano portatori essi stessi della loro visione dell’interesse generale” il sindacato cioè si spogliava della sua veste di rappresentante delle categorie e si faceva interprete dell’interesse generale. Credo che Guglielmo Epifani, che partecipò in tutti quegli anni a quelle riunioni, potrà confermare quanto Ciampi ha detto.
E che cos’altro hanno fatto Monti ed Elsa Fornero se non una concertazione consultiva con le forze sociali per quanto riguarda la riforma del lavoro? Non è anche quella una questione di interesse generale? Nulla dunque cambierà se le forze sociali andranno a quegli appuntamenti come portatori anch’essi dell’interesse generale ma tutto cambierebbe se vi andassero come portatori degli interessi delle categorie che ad esse fanno riferimento. In quel caso la sede non sarebbe più Palazzo Chigi.
Quanto al problema degli esodi, si fa molta confusione su di esso. Il ministro Fornero ha dato la cifra di 65 mila con riferimento ai lavoratori che risolsero il loro contratto di lavoro prima della riforma delle pensioni. Pensavano di andare in pensione subito e ci andranno invece nel 2019, cioè tra sette anni. Fornero ha provveduto a coprire quest’intervallo insopportabilmente lungo.
L’anno prossimo ci sarà un’altra quota di lavoratori con contratti in scadenza e pensione a sei anni di distanza. Il ministro ha preso impegno di coprire il nuovo esodo e così via, anno dopo anno, con esodi che vedranno ridursi il numero di anni intercorrenti dall’uscita dal lavoro all’accesso alla pensione.
Questo è il meccanismo. La somma degli esodati, secondo i sindacati, ammonterebbe a 330 mila. Può darsi, bisognerebbe conoscere le fonti di questo calcolo, ma sta di fatto che ogni anno vede diminuire l’arco di tempo da coprire e quindi sommarli insieme non ha alcun significato. Dispiace che su un tema di facile comprensione si sia impostato addirittura uno sciopero generale. Per rivendicare che cosa, visto che l’impegno alla tutela man mano che ne matureranno le condizioni è già stato preso?
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La crisi della Lega ripropone in pieno la questione settentrionale. La Lega ha avuto il merito di portarla, quando nacque, all’attenzione dell’opinione pubblica ma il demerito di non individuare gli strumenti per risolverla. Questo stesso errore era stato compiuto a suo tempo dai “meridionalisti” i quali (salvo poche eccezioni come Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti) ne avevano segnalato l’esistenza ma scelsero cattivi strumenti per risolverla.
La questione settentrionale non consiste nell’esodo di capitali dal Nord al Sud che la Lega ha denunciato e per impedire il quale ha proposto il suo federalismo o addirittura la scissione. Quell’esodo non c’è mai stato, c’è stato semmai il suo contrario perché le banche si sono concentrate al Nord, il grosso degli investimenti pubblici e dei prestiti bancari è avvenuto al Nord e le imprese che hanno investito al Sud sono state tutte e sempre provenienti dal Nord e al Nord sono affluiti i loro profitti e la distribuzione dei loro dividendi. Il vero problema del Nord è il capitalismo dei “padroncini”, delle imprese con meno di 20 addetti che costituiscono a dir poco il 95 per cento dell’intera struttura imprenditoriale italiana, disseminata da Varese e da Novara fino a Trieste, Treviso, Padova, Ferrara, Rimini, Ancona, Pesaro, Pescara, Foggia, Bari. Bisognava che i “padroncini” del Nord – Nordest – Est – Sudest diventassero imprese vere, con almeno 50 dipendenti, consorzi, distretti industriali, capacità di ricerca e d’innovazione. Così non è stato. Il tentativo dei distretti è il più delle volte fallito o restato sulla carta, i punti d’eccellenza ci sono stati e ci sono ma il grosso di quest’immensa fascia di capannoni che ha costellato tutte le pianure del Nord e dell’Est ha funzionato fino a quando il cavallo dei consumatori e degli utenti ha bevuto. Con la crisi iniziata nel 2008 il cavallo beve ormai pochissimo e i “padroncini” stanno di male in peggio.
Questa è la questione settentrionale, alla quale la Lega non ha dato alcuno sbocco politico, anzi l’ha impantanata nell’alleanza populista con Berlusconi che non solo non ha visto la crisi ma l’ha negata fino a quando la crisi l’ha travolto.
La Lega ha dato molti buoni amministratori comunali, questo sì, ma al di sopra di quel livello localistico è stata un esperimento disastroso per il Nord e per l’intero Paese. In più anche un luogo di malaffare. Prima scomparirà, meglio sarà. Ma resterà in piedi la questione settentrionale, così come resta in piedi quella meridionale. E resteranno in piedi fino a quando non sarà risolta la questione nazionale.
Il governo Monti ha mosso i primi passi su questa strada ma ci vorrà almeno una generazione per condurla a termine. Dove sia questa generazione io non lo vedo, ma forse dipende dai troppi anni che ho sulle spalle. Mi auguro che sia così e che la generazione cui quel compito è affidato ci sia, sia pronta e si faccia vedere.
Da La Repubblica del 15/04/2012.
Il dare e l’avere di Mario Monti (Eugenio Scalfari).
Mario Monti è scoraggiato. Lo capisco. Il compito di mettere al sicuro i conti pubblici per evitare che l’Italia facesse la fine della Grecia l’ha portato a termine egregiamente, ma subito dopo un secondo compito gli incombeva: quello di avviare la crescita della domanda e degli investimenti, ma questa seconda fase, senza la quale anche il “salva Italia” rischia di diventare periclitante, è molto più difficile, stenta a mettersi in moto. La ragione di questo surplace è evidente: la lotta contro la recessione – perché di questo si tratta – non si può fare se non è l’intera Europa ad intraprenderla e questo non è avvenuto.
L’Europa continua ad essere latitante. La Francia è concentrata nelle elezioni presidenziali e per ora non pensa ad altro. La Germania non condivide le politiche di rilancio della domanda che per essere efficaci comporterebbero che fosse proprio Berlino ad assumersene la guida. La Gran Bretagna è isolata e comunque impotente. La Spagna non ha ancora messo al sicuro i suoi conti ed è sotto attacco della speculazione, appesantita per di più da un incredibile 23 per cento di disoccupazione. Perfino la Bce, la sola istituzione veramente europea che è stata finora all’altezza dei compiti che le sono affidati, deve ora difendere la propria autonomia, messa in questione dai falchi della Bundesbank.
Questo è il quadro e le sue tinte sono fosche. Monti è scoraggiato ed ha ragione di esserlo. Ma c’è un’altra ragione che motiva
il suo scoraggiamento ed è lo sfarinamento della maggioranza politica che lo ha fin qui sostenuto.
Finora i tre partiti hanno rispettato la tregua che avevano stipulato tra loro e che aveva reso possibile la “strana maggioranza” di sostegno al governo dei tecnici; ma è bastato l’approssimarsi delle elezioni amministrative del 6 maggio prossimo per mandarla in pezzi. Sono emerse con irruenza le differenze di programma e di elettorato di riferimento tra Pdl e Pd, con una differenza aggiuntiva: il gruppo dirigente del Partito democratico è abbastanza compatto, quello del Pdl è frantumato e Alfano ne sta perdendo il controllo. L’implosione del berlusconismo era attesa ma rinviata all’esito delle elezioni politiche future; invece sta avvenendo adesso: pullulano in quasi tutti i Comuni capoluoghi le liste civiche che hanno preso il posto di quelle del Pdl; la crisi della Lega coincide con la crisi evidente della Regione Lombardia; avanzano gli anarcoidi di Beppe Grillo; l’Udc è filo – montiana ma lo scandalo della Margherita si ripercuote sia pure alla lontana anche su Casini.
Infine la crisi dei partiti ha raggiunto il culmine, Tangentopoli è tornata con prepotenza d’attualità, Penati, Lusi, Belsito, il Consiglio regionale lombardo, il Comune di Palermo e la Regione Sicilia, Emiliano, Vendola, Tedesco, Rosi Mauro, Calderoli: uno sconquasso di queste proporzioni non s’era mai visto dal 1992 con la differenza che allora la crisi economica che si affiancò a quella politica era soltanto italiana, mentre adesso coinvolge l’economia mondiale e dura ormai da cinque anni.
Monti è scoraggiato, ma chi al suo posto non lo sarebbe?
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È scoraggiato ma non ci sono alternative al suo governo, come Giorgio Napolitano ha più volte ricordato in questi giorni. Non ci sono alternative e lui lo sa, perciò il coraggio deve averlo e lo avrà anche perché gli elementi di forza non mancano. Cerchiamo ora di formulare una sorta di bilancio politico ed economico dove metteremo al passivo i punti di debolezza e all’attivo le risorse che possono essere mobilitate e vedremo qual è il risultato. Cominciamo dagli aspetti negativi della situazione.
- Bisogna incentivare gli investimenti delle imprese.
- Bisogna incentivare i consumi delle famiglie.
- Bisogna evitare l’aumento di due punti dell’Iva previsto per settembre per blindare il pareggio del bilancio nel 2013.
- Bisogna pagare i debiti che lo Stato ha nei confronti dei suoi fornitori.
- Bisogna finanziare la costruzione di infrastrutture e una politica attiva di lavori pubblici.
- Bisogna approvare la riforma del lavoro nel testo presentato al Parlamento.
- Bisogna alleggerire il debito sovrano.
- Bisogna chiarire il problema degli “esodati” che sta mettendo in discussione la pace sociale.
- Bisogna che i partiti approvino una nuova legge elettorale.
- Bisogna risolvere la “governance” della Rai il cui Consiglio d’amministrazione è scaduto da tre settimane.
- Bisogna che i partiti decidano la riforma del loro finanziamento che sta vertiginosamente accrescendo il discredito da cui sono circondati.
- Bisogna che il governo presenti al più presto la legge anti-corruzione e la riforma della giustizia.
Fin qui l’elenco dei “buchi” da colmare e dei problemi ancora aperti da risolvere. E vediamo ora gli aspetti positivi e le risorse mobilitabili.
- La lotta all’evasione ha già recuperato 13 miliardi di nuove entrate; è quindi probabile che nell’intero esercizio 2012 si arrivi a 20 miliardi e forse più, una parte dei quali può rimpiazzare l’aumento dell’Iva. Il resto potrebbe servire ad accrescere i crediti d’imposta alle imprese che effettueranno nuovi investimenti o a rinforzare le tutele previste per i disoccupati o altre finalità scelte dal governo (abolizione dell’Irap?).
- La Cassa depositi e prestiti detiene - al di là delle riserve a garanzia del risparmio postale - un fondo di liquidità disponibile per finanziare investimenti in opere pubbliche o in impieghi di pubblica utilità. Queste risorse potrebbero essere utilizzate per consentire al Tesoro di sbloccare subito i 30 miliardi di debiti che ha nei confronti dei suoi fornitori. Sarebbe una boccata d’ossigeno per tutto il sistema, senza pesare sul debito sovrano e sui parametri del patto di Maastricht.
- La “spending review” è ancora allo studio ma le sue conclusioni dovrebbero esser pronte tra poche settimane. Il ministro Giarda è scettico sulla sua applicabilità a causa delle prevedibili resistenze che saranno opposte dalle categorie interessate. Queste resistenze sarebbero probabilmente superate se le risorse venissero utilizzate per una diminuzione delle imposte sul lavoro e del cuneo fiscale tra salari lordi e salari netti. Le minori spese sono stimate come minimo a 20 – 25 miliardi.
- Il patrimonio dello Stato ammonta a centinaia di miliardi ma se ne potrebbero facilmente cartolarizzare cento e portarli a riduzione del debito sovrano. Quantitativamente è poca cosa ma avrebbe un effetto politico non trascurabile.
- Una riforma senza spese ma suscettibile di notevoli economie sarebbe quella di concentrare il numero degli aeroporti tagliandone parecchi del tutto inutili. Sullo stesso piano sarebbe estremamente opportuna una concentrazione dei Tribunali e delle Università. I risparmi e la maggiore efficienza sarebbero notevolissimi.
- Il recente viaggio di Monti in Asia e le accoglienze che gli sono state riservate sono altrettanti e ben meritati contributi al suo prestigio internazionale. Questo lo mette in grado di riprendere il “manifesto dei Dodici” per una politica di crescita e di più intensa concorrenza intra – europea che fu promosso da lui stesso e dal premier inglese Cameron, ma di cui non si è più parlato nelle sedi europee.
Come si vede i punti di forza sia economici sia politici sono in grado di bilanciare e forse di lasciare un saldo positivo rispetto ai punti di debolezza. La variante dipende dalla volontà politica che a sua volta proviene dal governo e dai partiti che lo appoggiano, soprattutto dal Pd e dal Terzo polo. Del Pdl abbiamo già detto: nelle mani di Alfano può mantenere la tregua in favore del governo, se sfugge al controllo del segretario comincerà l’esodo in larga misura diretto verso il Polo di centro. La “strana maggioranza” dovrebbe in tal caso reggersi su due gambe anziché su tre, ma non sarebbe più “strana” ma politica a tutti gli effetti, con i vantaggi che ne derivano.
* * *
Ci restano ancora due temi da affrontare. Il primo riguarda la coesione sociale e in particolare il tema degli “esodati”, il secondo riguarda la questione settentrionale in presenza della crisi della Lega. Si dice che Monti abbia messo la parola fine alla concertazione e al supposto diritto di veto che le parti sociali e i sindacati in particolare avrebbero avuto all’epoca di Ciampi. Su questo argomento ho avuto nei giorni scorsi uno scambio di idee (e di notizie) proprio con Ciampi, fonte autentica per eccellenza su un’architettura politico – sociale da lui costruita.
La concertazione ciampiana aveva come tema le politiche degli investimenti e delle risorse necessarie il che vuol dire l’intera politica economica del Paese, quindi non si trattava di temi sindacali in senso stretto e non esistevano diritti di veto e tanto meno votazioni su quegli argomenti. Le parole che Ciampi più volte pronunciò in pubblico su queste questioni mettevano bene in luce che la concertazione avveniva nel rigoroso rispetto delle competenze istituzionali e cioè del governo e del Parlamento nella loro assoluta autonomia. “Non si è mai votato in quelle riunioni e nessuno ha mai posto un veto su alcunché, e non si è mai discusso di problemi specificamente sindacali. I sindacati confederali in quella sede discutevano temi di pubblico interesse con il governo ed erano portatori essi stessi della loro visione dell’interesse generale” il sindacato cioè si spogliava della sua veste di rappresentante delle categorie e si faceva interprete dell’interesse generale. Credo che Guglielmo Epifani, che partecipò in tutti quegli anni a quelle riunioni, potrà confermare quanto Ciampi ha detto.
E che cos’altro hanno fatto Monti ed Elsa Fornero se non una concertazione consultiva con le forze sociali per quanto riguarda la riforma del lavoro? Non è anche quella una questione di interesse generale? Nulla dunque cambierà se le forze sociali andranno a quegli appuntamenti come portatori anch’essi dell’interesse generale ma tutto cambierebbe se vi andassero come portatori degli interessi delle categorie che ad esse fanno riferimento. In quel caso la sede non sarebbe più Palazzo Chigi.
Quanto al problema degli esodi, si fa molta confusione su di esso. Il ministro Fornero ha dato la cifra di 65 mila con riferimento ai lavoratori che risolsero il loro contratto di lavoro prima della riforma delle pensioni. Pensavano di andare in pensione subito e ci andranno invece nel 2019, cioè tra sette anni. Fornero ha provveduto a coprire quest’intervallo insopportabilmente lungo.
L’anno prossimo ci sarà un’altra quota di lavoratori con contratti in scadenza e pensione a sei anni di distanza. Il ministro ha preso impegno di coprire il nuovo esodo e così via, anno dopo anno, con esodi che vedranno ridursi il numero di anni intercorrenti dall’uscita dal lavoro all’accesso alla pensione.
Questo è il meccanismo. La somma degli esodati, secondo i sindacati, ammonterebbe a 330 mila. Può darsi, bisognerebbe conoscere le fonti di questo calcolo, ma sta di fatto che ogni anno vede diminuire l’arco di tempo da coprire e quindi sommarli insieme non ha alcun significato. Dispiace che su un tema di facile comprensione si sia impostato addirittura uno sciopero generale. Per rivendicare che cosa, visto che l’impegno alla tutela man mano che ne matureranno le condizioni è già stato preso?
* * *
La crisi della Lega ripropone in pieno la questione settentrionale. La Lega ha avuto il merito di portarla, quando nacque, all’attenzione dell’opinione pubblica ma il demerito di non individuare gli strumenti per risolverla. Questo stesso errore era stato compiuto a suo tempo dai “meridionalisti” i quali (salvo poche eccezioni come Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti) ne avevano segnalato l’esistenza ma scelsero cattivi strumenti per risolverla.
La questione settentrionale non consiste nell’esodo di capitali dal Nord al Sud che la Lega ha denunciato e per impedire il quale ha proposto il suo federalismo o addirittura la scissione. Quell’esodo non c’è mai stato, c’è stato semmai il suo contrario perché le banche si sono concentrate al Nord, il grosso degli investimenti pubblici e dei prestiti bancari è avvenuto al Nord e le imprese che hanno investito al Sud sono state tutte e sempre provenienti dal Nord e al Nord sono affluiti i loro profitti e la distribuzione dei loro dividendi. Il vero problema del Nord è il capitalismo dei “padroncini”, delle imprese con meno di 20 addetti che costituiscono a dir poco il 95 per cento dell’intera struttura imprenditoriale italiana, disseminata da Varese e da Novara fino a Trieste, Treviso, Padova, Ferrara, Rimini, Ancona, Pesaro, Pescara, Foggia, Bari. Bisognava che i “padroncini” del Nord – Nordest – Est – Sudest diventassero imprese vere, con almeno 50 dipendenti, consorzi, distretti industriali, capacità di ricerca e d’innovazione. Così non è stato. Il tentativo dei distretti è il più delle volte fallito o restato sulla carta, i punti d’eccellenza ci sono stati e ci sono ma il grosso di quest’immensa fascia di capannoni che ha costellato tutte le pianure del Nord e dell’Est ha funzionato fino a quando il cavallo dei consumatori e degli utenti ha bevuto. Con la crisi iniziata nel 2008 il cavallo beve ormai pochissimo e i “padroncini” stanno di male in peggio.
Questa è la questione settentrionale, alla quale la Lega non ha dato alcuno sbocco politico, anzi l’ha impantanata nell’alleanza populista con Berlusconi che non solo non ha visto la crisi ma l’ha negata fino a quando la crisi l’ha travolto.
La Lega ha dato molti buoni amministratori comunali, questo sì, ma al di sopra di quel livello localistico è stata un esperimento disastroso per il Nord e per l’intero Paese. In più anche un luogo di malaffare. Prima scomparirà, meglio sarà. Ma resterà in piedi la questione settentrionale, così come resta in piedi quella meridionale. E resteranno in piedi fino a quando non sarà risolta la questione nazionale.
Il governo Monti ha mosso i primi passi su questa strada ma ci vorrà almeno una generazione per condurla a termine. Dove sia questa generazione io non lo vedo, ma forse dipende dai troppi anni che ho sulle spalle. Mi auguro che sia così e che la generazione cui quel compito è affidato ci sia, sia pronta e si faccia vedere.
Da La Repubblica del 15/04/2012.
Il dare e l’avere di Mario Monti (Eugenio Scalfari).
Mario Monti è scoraggiato. Lo capisco. Il compito di mettere al sicuro i conti pubblici per evitare che l’Italia facesse la fine della Grecia l’ha portato a termine egregiamente, ma subito dopo un secondo compito gli incombeva: quello di avviare la crescita della domanda e degli investimenti, ma questa seconda fase, senza la quale anche il “salva Italia” rischia di diventare periclitante, è molto più difficile, stenta a mettersi in moto. La ragione di questo surplace è evidente: la lotta contro la recessione – perché di questo si tratta – non si può fare se non è l’intera Europa ad intraprenderla e questo non è avvenuto.
L’Europa continua ad essere latitante. La Francia è concentrata nelle elezioni presidenziali e per ora non pensa ad altro. La Germania non condivide le politiche di rilancio della domanda che per essere efficaci comporterebbero che fosse proprio Berlino ad assumersene la guida. La Gran Bretagna è isolata e comunque impotente. La Spagna non ha ancora messo al sicuro i suoi conti ed è sotto attacco della speculazione, appesantita per di più da un incredibile 23 per cento di disoccupazione. Perfino la Bce, la sola istituzione veramente europea che è stata finora all’altezza dei compiti che le sono affidati, deve ora difendere la propria autonomia, messa in questione dai falchi della Bundesbank.
Questo è il quadro e le sue tinte sono fosche. Monti è scoraggiato ed ha ragione di esserlo. Ma c’è un’altra ragione che motiva
il suo scoraggiamento ed è lo sfarinamento della maggioranza politica che lo ha fin qui sostenuto.
Finora i tre partiti hanno rispettato la tregua che avevano stipulato tra loro e che aveva reso possibile la “strana maggioranza” di sostegno al governo dei tecnici; ma è bastato l’approssimarsi delle elezioni amministrative del 6 maggio prossimo per mandarla in pezzi. Sono emerse con irruenza le differenze di programma e di elettorato di riferimento tra Pdl e Pd, con una differenza aggiuntiva: il gruppo dirigente del Partito democratico è abbastanza compatto, quello del Pdl è frantumato e Alfano ne sta perdendo il controllo. L’implosione del berlusconismo era attesa ma rinviata all’esito delle elezioni politiche future; invece sta avvenendo adesso: pullulano in quasi tutti i Comuni capoluoghi le liste civiche che hanno preso il posto di quelle del Pdl; la crisi della Lega coincide con la crisi evidente della Regione Lombardia; avanzano gli anarcoidi di Beppe Grillo; l’Udc è filo – montiana ma lo scandalo della Margherita si ripercuote sia pure alla lontana anche su Casini.
Infine la crisi dei partiti ha raggiunto il culmine, Tangentopoli è tornata con prepotenza d’attualità, Penati, Lusi, Belsito, il Consiglio regionale lombardo, il Comune di Palermo e la Regione Sicilia, Emiliano, Vendola, Tedesco, Rosi Mauro, Calderoli: uno sconquasso di queste proporzioni non s’era mai visto dal 1992 con la differenza che allora la crisi economica che si affiancò a quella politica era soltanto italiana, mentre adesso coinvolge l’economia mondiale e dura ormai da cinque anni.
Monti è scoraggiato, ma chi al suo posto non lo sarebbe?
* * *
È scoraggiato ma non ci sono alternative al suo governo, come Giorgio Napolitano ha più volte ricordato in questi giorni. Non ci sono alternative e lui lo sa, perciò il coraggio deve averlo e lo avrà anche perché gli elementi di forza non mancano. Cerchiamo ora di formulare una sorta di bilancio politico ed economico dove metteremo al passivo i punti di debolezza e all’attivo le risorse che possono essere mobilitate e vedremo qual è il risultato. Cominciamo dagli aspetti negativi della situazione.
- Bisogna incentivare gli investimenti delle imprese.
- Bisogna incentivare i consumi delle famiglie.
- Bisogna evitare l’aumento di due punti dell’Iva previsto per settembre per blindare il pareggio del bilancio nel 2013.
- Bisogna pagare i debiti che lo Stato ha nei confronti dei suoi fornitori.
- Bisogna finanziare la costruzione di infrastrutture e una politica attiva di lavori pubblici.
- Bisogna approvare la riforma del lavoro nel testo presentato al Parlamento.
- Bisogna alleggerire il debito sovrano.
- Bisogna chiarire il problema degli “esodati” che sta mettendo in discussione la pace sociale.
- Bisogna che i partiti approvino una nuova legge elettorale.
- Bisogna risolvere la “governance” della Rai il cui Consiglio d’amministrazione è scaduto da tre settimane.
- Bisogna che i partiti decidano la riforma del loro finanziamento che sta vertiginosamente accrescendo il discredito da cui sono circondati.
- Bisogna che il governo presenti al più presto la legge anti-corruzione e la riforma della giustizia.
Fin qui l’elenco dei “buchi” da colmare e dei problemi ancora aperti da risolvere. E vediamo ora gli aspetti positivi e le risorse mobilitabili.
- La lotta all’evasione ha già recuperato 13 miliardi di nuove entrate; è quindi probabile che nell’intero esercizio 2012 si arrivi a 20 miliardi e forse più, una parte dei quali può rimpiazzare l’aumento dell’Iva. Il resto potrebbe servire ad accrescere i crediti d’imposta alle imprese che effettueranno nuovi investimenti o a rinforzare le tutele previste per i disoccupati o altre finalità scelte dal governo (abolizione dell’Irap?).
- La Cassa depositi e prestiti detiene - al di là delle riserve a garanzia del risparmio postale - un fondo di liquidità disponibile per finanziare investimenti in opere pubbliche o in impieghi di pubblica utilità. Queste risorse potrebbero essere utilizzate per consentire al Tesoro di sbloccare subito i 30 miliardi di debiti che ha nei confronti dei suoi fornitori. Sarebbe una boccata d’ossigeno per tutto il sistema, senza pesare sul debito sovrano e sui parametri del patto di Maastricht.
- La “spending review” è ancora allo studio ma le sue conclusioni dovrebbero esser pronte tra poche settimane. Il ministro Giarda è scettico sulla sua applicabilità a causa delle prevedibili resistenze che saranno opposte dalle categorie interessate. Queste resistenze sarebbero probabilmente superate se le risorse venissero utilizzate per una diminuzione delle imposte sul lavoro e del cuneo fiscale tra salari lordi e salari netti. Le minori spese sono stimate come minimo a 20 – 25 miliardi.
- Il patrimonio dello Stato ammonta a centinaia di miliardi ma se ne potrebbero facilmente cartolarizzare cento e portarli a riduzione del debito sovrano. Quantitativamente è poca cosa ma avrebbe un effetto politico non trascurabile.
- Una riforma senza spese ma suscettibile di notevoli economie sarebbe quella di concentrare il numero degli aeroporti tagliandone parecchi del tutto inutili. Sullo stesso piano sarebbe estremamente opportuna una concentrazione dei Tribunali e delle Università. I risparmi e la maggiore efficienza sarebbero notevolissimi.
- Il recente viaggio di Monti in Asia e le accoglienze che gli sono state riservate sono altrettanti e ben meritati contributi al suo prestigio internazionale. Questo lo mette in grado di riprendere il “manifesto dei Dodici” per una politica di crescita e di più intensa concorrenza intra – europea che fu promosso da lui stesso e dal premier inglese Cameron, ma di cui non si è più parlato nelle sedi europee.
Come si vede i punti di forza sia economici sia politici sono in grado di bilanciare e forse di lasciare un saldo positivo rispetto ai punti di debolezza. La variante dipende dalla volontà politica che a sua volta proviene dal governo e dai partiti che lo appoggiano, soprattutto dal Pd e dal Terzo polo. Del Pdl abbiamo già detto: nelle mani di Alfano può mantenere la tregua in favore del governo, se sfugge al controllo del segretario comincerà l’esodo in larga misura diretto verso il Polo di centro. La “strana maggioranza” dovrebbe in tal caso reggersi su due gambe anziché su tre, ma non sarebbe più “strana” ma politica a tutti gli effetti, con i vantaggi che ne derivano.
* * *
Ci restano ancora due temi da affrontare. Il primo riguarda la coesione sociale e in particolare il tema degli “esodati”, il secondo riguarda la questione settentrionale in presenza della crisi della Lega. Si dice che Monti abbia messo la parola fine alla concertazione e al supposto diritto di veto che le parti sociali e i sindacati in particolare avrebbero avuto all’epoca di Ciampi. Su questo argomento ho avuto nei giorni scorsi uno scambio di idee (e di notizie) proprio con Ciampi, fonte autentica per eccellenza su un’architettura politico – sociale da lui costruita.
La concertazione ciampiana aveva come tema le politiche degli investimenti e delle risorse necessarie il che vuol dire l’intera politica economica del Paese, quindi non si trattava di temi sindacali in senso stretto e non esistevano diritti di veto e tanto meno votazioni su quegli argomenti. Le parole che Ciampi più volte pronunciò in pubblico su queste questioni mettevano bene in luce che la concertazione avveniva nel rigoroso rispetto delle competenze istituzionali e cioè del governo e del Parlamento nella loro assoluta autonomia. “Non si è mai votato in quelle riunioni e nessuno ha mai posto un veto su alcunché, e non si è mai discusso di problemi specificamente sindacali. I sindacati confederali in quella sede discutevano temi di pubblico interesse con il governo ed erano portatori essi stessi della loro visione dell’interesse generale” il sindacato cioè si spogliava della sua veste di rappresentante delle categorie e si faceva interprete dell’interesse generale. Credo che Guglielmo Epifani, che partecipò in tutti quegli anni a quelle riunioni, potrà confermare quanto Ciampi ha detto.
E che cos’altro hanno fatto Monti ed Elsa Fornero se non una concertazione consultiva con le forze sociali per quanto riguarda la riforma del lavoro? Non è anche quella una questione di interesse generale? Nulla dunque cambierà se le forze sociali andranno a quegli appuntamenti come portatori anch’essi dell’interesse generale ma tutto cambierebbe se vi andassero come portatori degli interessi delle categorie che ad esse fanno riferimento. In quel caso la sede non sarebbe più Palazzo Chigi.
Quanto al problema degli esodi, si fa molta confusione su di esso. Il ministro Fornero ha dato la cifra di 65 mila con riferimento ai lavoratori che risolsero il loro contratto di lavoro prima della riforma delle pensioni. Pensavano di andare in pensione subito e ci andranno invece nel 2019, cioè tra sette anni. Fornero ha provveduto a coprire quest’intervallo insopportabilmente lungo.
L’anno prossimo ci sarà un’altra quota di lavoratori con contratti in scadenza e pensione a sei anni di distanza. Il ministro ha preso impegno di coprire il nuovo esodo e così via, anno dopo anno, con esodi che vedranno ridursi il numero di anni intercorrenti dall’uscita dal lavoro all’accesso alla pensione.
Questo è il meccanismo. La somma degli esodati, secondo i sindacati, ammonterebbe a 330 mila. Può darsi, bisognerebbe conoscere le fonti di questo calcolo, ma sta di fatto che ogni anno vede diminuire l’arco di tempo da coprire e quindi sommarli insieme non ha alcun significato. Dispiace che su un tema di facile comprensione si sia impostato addirittura uno sciopero generale. Per rivendicare che cosa, visto che l’impegno alla tutela man mano che ne matureranno le condizioni è già stato preso?
* * *
La crisi della Lega ripropone in pieno la questione settentrionale. La Lega ha avuto il merito di portarla, quando nacque, all’attenzione dell’opinione pubblica ma il demerito di non individuare gli strumenti per risolverla. Questo stesso errore era stato compiuto a suo tempo dai “meridionalisti” i quali (salvo poche eccezioni come Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti) ne avevano segnalato l’esistenza ma scelsero cattivi strumenti per risolverla.
La questione settentrionale non consiste nell’esodo di capitali dal Nord al Sud che la Lega ha denunciato e per impedire il quale ha proposto il suo federalismo o addirittura la scissione. Quell’esodo non c’è mai stato, c’è stato semmai il suo contrario perché le banche si sono concentrate al Nord, il grosso degli investimenti pubblici e dei prestiti bancari è avvenuto al Nord e le imprese che hanno investito al Sud sono state tutte e sempre provenienti dal Nord e al Nord sono affluiti i loro profitti e la distribuzione dei loro dividendi. Il vero problema del Nord è il capitalismo dei “padroncini”, delle imprese con meno di 20 addetti che costituiscono a dir poco il 95 per cento dell’intera struttura imprenditoriale italiana, disseminata da Varese e da Novara fino a Trieste, Treviso, Padova, Ferrara, Rimini, Ancona, Pesaro, Pescara, Foggia, Bari. Bisognava che i “padroncini” del Nord – Nordest – Est – Sudest diventassero imprese vere, con almeno 50 dipendenti, consorzi, distretti industriali, capacità di ricerca e d’innovazione. Così non è stato. Il tentativo dei distretti è il più delle volte fallito o restato sulla carta, i punti d’eccellenza ci sono stati e ci sono ma il grosso di quest’immensa fascia di capannoni che ha costellato tutte le pianure del Nord e dell’Est ha funzionato fino a quando il cavallo dei consumatori e degli utenti ha bevuto. Con la crisi iniziata nel 2008 il cavallo beve ormai pochissimo e i “padroncini” stanno di male in peggio.
Questa è la questione settentrionale, alla quale la Lega non ha dato alcuno sbocco politico, anzi l’ha impantanata nell’alleanza populista con Berlusconi che non solo non ha visto la crisi ma l’ha negata fino a quando la crisi l’ha travolto.
La Lega ha dato molti buoni amministratori comunali, questo sì, ma al di sopra di quel livello localistico è stata un esperimento disastroso per il Nord e per l’intero Paese. In più anche un luogo di malaffare. Prima scomparirà, meglio sarà. Ma resterà in piedi la questione settentrionale, così come resta in piedi quella meridionale. E resteranno in piedi fino a quando non sarà risolta la questione nazionale.
Il governo Monti ha mosso i primi passi su questa strada ma ci vorrà almeno una generazione per condurla a termine. Dove sia questa generazione io non lo vedo, ma forse dipende dai troppi anni che ho sulle spalle. Mi auguro che sia così e che la generazione cui quel compito è affidato ci sia, sia pronta e si faccia vedere.
Da La Repubblica del 15/04/2012.
Ancora suicidi. La recessione uccide. Il Governo è allo stallo. I partiti? No comment.
Andiamo verso un week end uggioso, come se il clima quasi volesse anche lui associarsi al profondo dissenso che ormai ha fatto suoi pressochè tutti gli italiani.
La piaggieria di Mario Monti verso i grandi poteri europei e statunitensi, l’ostinazione di Fornero nello stangare lavoratori e bisognosi anzichè supportarli.
L’attesa perdurante di una proposta di Patroni Griffi per limitare la spesa della pubblica amministrazione, quella di Balduzzi riguardo sprechi e disastri sanitari, l’effimera attività diplomatica di Terzi visto cosa accade agli italiani in India.
L’invisibilità di Gnudi, agli affari regionali, o di Barca, per la coesione territoriale, il mancato rilancio. I mancati investimenti che le piccole e medie aziende attendono ancora “buone nuove” da Renato Passera.
Intanto, tutti hanno capito che i mercati vanno male non per colpa nostra, ma della Germania e degli USA che ci scaricano addosso la crisi, sotto forma di “derivati”, “moral suasons”, “incorporamenti”.
Riguardo i partiti, nulla da dire, nel senso che nulla accade. Solo scandali e protervia – il tempo dell’ostinazione è finito – nel mantenere denari, privilegi ed impunità.
Tutto come al solito, insomma. Non proprio.
C’è una lista che sta girando in rete. Una lista che, ahimé, giorno su giorno si allunga.
- 21/03/2012: Cosenza, 47 anni, disoccupato si spara
- 23/03/2012: Pescara, 44 anni, imprenditore si impicca
- 27/03/2012: Trani: 49 anni, imbianchino disoccupato si getta dalla finestra
- 28/03/2012: Bologna: 58 anni, si dà fuoco davanti all’Agenzia delle entrate
- 29/03/2012: Verona, 27 anni, operaio si da fuoco
- 01/04/2012: Sondrio: 57 anni, perde lavoro, cammina sui binari, salvato in tempo
- 02/04/2012: Roma: 57 anni, corniciaio, si impicca
- 03/04/2012: Catania, 58 anni, imprenditore si spara
- 03/04/2012: Gela,78 anni pensionata si getta dalla finestra, riduzione della pensione
- 03/04/2012: Roma, 59 anni, imprenditore, si spara con un fucile
- 04/04/2012: Milano, 51 anni, disoccupato si impicca
- 04/04/2012: Roma Imprenditore si spara al petto col fucile. La sua azienda stava fallendo
Appare davvero impensabile tentare di arrivare alle amministrative per poi prender decisioni, che, a tal punto, non potranno altro che essere attuate in settembre, quando sarà troppo tardi, visto che fino ad allora i suicidi saranno centinaia. Ammesso che ci si fermi ai suicidi.
leggi anche Politica italiana? Da scandalo …
leggi anche Feste finite? Bentornati … in Purgatorio, tra cleptocrazia, desviluppo, recessione, disoccupazione e tasse
originale postato su demata
Monti affianca Spider Man in un fumetto
Pubblicato in: Mario Monti, Presidente Del Consiglio

Il Premier Monti compare in uno dei fumetti più famosi della Marvel, Amazing Spider-Man. Si tratta del numero 683 e il nostro Presidente del Consiglio è uno dei personaggi della storia che ha come titolo…
No Tav, Monti preme: “E’ il momento di fare un passo avanti”
Pubblicato in: Mario Monti, Politica Italiana

A margine della mostra “Fare gli italiani: 150 anni di storia nazionale” a Torino, il presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti è intervenuto sulla grande opera Tav e sulle relative proteste organizzate dal Movimento…
Riforma del lavoro in corso
Elsa Fornero e Mario Monti.
Le trattative sulla riforma del lavoro, uno dei passaggi chiave più delicati di questo momento politico, sono ormai ufficialmente iniziate da un po’; noi di Potato Pie Bad Business ne parliamo soltanto ora perché ci piace trattare i fatti quando crediamo contengano qualcosa di interessante da dire, non semplicemente perché accadono come fatti di cronaca (per quello esistono i quotidiani).
Susanna Camusso.
La sfumatura politica – essendo questo lo spazio di politica interna – che ci sembra suscitare maggiore interesse in questo argomento è il comportamento “particolare” che sta tenendo in queste settimane il Segretario Nazionale della CGIL Susanna Camusso.
Le anomalie di Camusso sono iniziate circa una decina di giorni fa, quando ha esplicitato il “sì” del suo sindacato a favore della TAV affermando che, in generale, «il paese ha bisogno di investimenti» e, in particolare, che quest’opera «crea posti di lavoro». È presumibile (e auspicabile) che l’opinione personale di Susana Camusso sull’alta velocità non sia davvero così poco articolata, e sembrerebbe opportuno intendere queste dichiarazioni come una mossa del tutto politica; è lecito pensare che il segretario della CGIL, esponendosi su questioni non propriamente attinenti all’ambito di azione del sindacato, avesse più che altro bisogno di dare un segnale chiaro al Partito Democratico in vista del tavolo sulla riforma del lavoro, che guarda caso si sarebbe tenuto di lì a poco.
Nella delicata situazione attuale, un sindacato di rilievo come quello guidato da Camusso ha infatti bisogno di restare legato alla politica per far sì che non venga messo da parte con il suo ruolo. D’altra parte, la CGIL può rappresentare una stampella alla sinistra del PD, che permetterebbe al partito di Bersani e soci di rimanere ancorato alla frangia meno centrista della base, pur rispettando il non expedit casiniano circa i contatti con Vendola e DiPietro (di cui parlavamo un paio di settimane fa).
Il sindacato, adesso che i tavoli per la riforma sul lavoro sono aperti, ha scelto di non affidarsi al frontismo e di non porre il PD davanti alla scelta tra Monti e CGIL; questa situazione avrebbe con tutta probabilità spaccato il Partito Democratico in due, mentre, lasciandolo unito, Camusso ha un ponte più solido e carte migliori da giocare nel corso delle trattative, tra le quali la più forte sembra essere quella di potersi presentarsi al confronto senza essere tacciata di ideologismi, ma riuscendo a lottare nel merito delle questioni (anche la durezza sull’articolo 18 sembrerebbe essersi un po’ smussata).
"Siamo tutti qui", la ormai famigerata foto scattata a Palazzo Chigi
L’esito positivo di questa tattica è emerso giovedì, quando il segretario della CGIL ha commentato l’atteso (e più o meno segreto) summit Alfano-Casini-Bersani rivendicando il ruolo del confronto con le parti sociali: «le cose che abbiamo sentito finora non ci convincono e non sono la soluzione del tema. C’è un tavolo aperto con le parti sociali e quella è la sede opportuna per parlarne». Immediato l’appoggio di Bersani, che conferma: «il Governo ha avuto l’indicazione per trovare l’intesa, certo l’intesa tocca al tavolo».
Casini è meno convinto, ma ormai la prossima mossa dipende dalla CGIL e da quello che è successo in questi giorni di incontri interni al sindacato. Domani ci sarà probabilmente l’incontro decisivo tra le parti.
Lo stop degli ultimi giorni della Camusso, che frena anche sulle aperture all’articolo 18, è definito «tattico» dal Primo Ministro, e di certo lo è (ma chi conosce le dinamiche di queste trattative sa che ogni mossa lo è). Il Governo mette fretta – Monti vorrebbe chiudere entro la settimana – e CGIL frena, probabilmente per segnare un limite netto su ciò di cui si può o non si può discutere.
Articolo 18
Sull’articolo 18, probabilmente, non si andrà oltre le aggiunte sul licenziamento per motivi economici, per il quale ci sarà un indennizzo o il reintegro a discrezione del giudice (si discuterà più che altro sulla definizione dei termini per ridurre al minimo le interpretazioni); se ci saranno grosse concessioni da parte del sindacato su questo punto, probabilmente non si toccheranno i licenziamenti disciplinari. Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali la questione è più complessa, perché servono almeno due miliardi per realizzare la proposta di Fornero e bisognerà capire quali margini economici ci saranno.
Giancarlo Mazzetti
Riforma del lavoro in corso
Elsa Fornero e Mario Monti.
Le trattative sulla riforma del lavoro, uno dei passaggi chiave più delicati di questo momento politico, sono ormai ufficialmente iniziate da un po’; noi di Potato Pie Bad Business ne parliamo soltanto ora perché ci piace trattare i fatti quando crediamo contengano qualcosa di interessante da dire, non semplicemente perché accadono come fatti di cronaca (per quello esistono i quotidiani).
Susanna Camusso.
La sfumatura politica – essendo questo lo spazio di politica interna – che ci sembra suscitare maggiore interesse in questo argomento è il comportamento “particolare” che sta tenendo in queste settimane il Segretario Nazionale della CGIL Susanna Camusso.
Le anomalie di Camusso sono iniziate circa una decina di giorni fa, quando ha esplicitato il “sì” del suo sindacato a favore della TAV affermando che, in generale, «il paese ha bisogno di investimenti» e, in particolare, che quest’opera «crea posti di lavoro». È presumibile (e auspicabile) che l’opinione personale di Susana Camusso sull’alta velocità non sia davvero così poco articolata, e sembrerebbe opportuno intendere queste dichiarazioni come una mossa del tutto politica; è lecito pensare che il segretario della CGIL, esponendosi su questioni non propriamente attinenti all’ambito di azione del sindacato, avesse più che altro bisogno di dare un segnale chiaro al Partito Democratico in vista del tavolo sulla riforma del lavoro, che guarda caso si sarebbe tenuto di lì a poco.
Nella delicata situazione attuale, un sindacato di rilievo come quello guidato da Camusso ha infatti bisogno di restare legato alla politica per far sì che non venga messo da parte con il suo ruolo. D’altra parte, la CGIL può rappresentare una stampella alla sinistra del PD, che permetterebbe al partito di Bersani e soci di rimanere ancorato alla frangia meno centrista della base, pur rispettando il non expedit casiniano circa i contatti con Vendola e DiPietro (di cui parlavamo un paio di settimane fa).
Il sindacato, adesso che i tavoli per la riforma sul lavoro sono aperti, ha scelto di non affidarsi al frontismo e di non porre il PD davanti alla scelta tra Monti e CGIL; questa situazione avrebbe con tutta probabilità spaccato il Partito Democratico in due, mentre, lasciandolo unito, Camusso ha un ponte più solido e carte migliori da giocare nel corso delle trattative, tra le quali la più forte sembra essere quella di potersi presentarsi al confronto senza essere tacciata di ideologismi, ma riuscendo a lottare nel merito delle questioni (anche la durezza sull’articolo 18 sembrerebbe essersi un po’ smussata).
"Siamo tutti qui", la ormai famigerata foto scattata a Palazzo Chigi
L’esito positivo di questa tattica è emerso giovedì, quando il segretario della CGIL ha commentato l’atteso (e più o meno segreto) summit Alfano-Casini-Bersani rivendicando il ruolo del confronto con le parti sociali: «le cose che abbiamo sentito finora non ci convincono e non sono la soluzione del tema. C’è un tavolo aperto con le parti sociali e quella è la sede opportuna per parlarne». Immediato l’appoggio di Bersani, che conferma: «il Governo ha avuto l’indicazione per trovare l’intesa, certo l’intesa tocca al tavolo».
Casini è meno convinto, ma ormai la prossima mossa dipende dalla CGIL e da quello che è successo in questi giorni di incontri interni al sindacato. Domani ci sarà probabilmente l’incontro decisivo tra le parti.
Lo stop degli ultimi giorni della Camusso, che frena anche sulle aperture all’articolo 18, è definito «tattico» dal Primo Ministro, e di certo lo è (ma chi conosce le dinamiche di queste trattative sa che ogni mossa lo è). Il Governo mette fretta – Monti vorrebbe chiudere entro la settimana – e CGIL frena, probabilmente per segnare un limite netto su ciò di cui si può o non si può discutere.
Articolo 18
Sull’articolo 18, probabilmente, non si andrà oltre le aggiunte sul licenziamento per motivi economici, per il quale ci sarà un indennizzo o il reintegro a discrezione del giudice (si discuterà più che altro sulla definizione dei termini per ridurre al minimo le interpretazioni); se ci saranno grosse concessioni da parte del sindacato su questo punto, probabilmente non si toccheranno i licenziamenti disciplinari. Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali la questione è più complessa, perché servono almeno due miliardi per realizzare la proposta di Fornero e bisognerà capire quali margini economici ci saranno.
Giancarlo Mazzetti
Riforma del lavoro in corso
Elsa Fornero e Mario Monti.
Le trattative sulla riforma del lavoro, uno dei passaggi chiave più delicati di questo momento politico, sono ormai ufficialmente iniziate da un po’; noi di Potato Pie Bad Business ne parliamo soltanto ora perché ci piace trattare i fatti quando crediamo contengano qualcosa di interessante da dire, non semplicemente perché accadono come fatti di cronaca (per quello esistono i quotidiani).
Susanna Camusso.
La sfumatura politica – essendo questo lo spazio di politica interna – che ci sembra suscitare maggiore interesse in questo argomento è il comportamento “particolare” che sta tenendo in queste settimane il Segretario Nazionale della CGIL Susanna Camusso.
Le anomalie di Camusso sono iniziate circa una decina di giorni fa, quando ha esplicitato il “sì” del suo sindacato a favore della TAV affermando che, in generale, «il paese ha bisogno di investimenti» e, in particolare, che quest’opera «crea posti di lavoro». È presumibile (e auspicabile) che l’opinione personale di Susana Camusso sull’alta velocità non sia davvero così poco articolata, e sembrerebbe opportuno intendere queste dichiarazioni come una mossa del tutto politica; è lecito pensare che il segretario della CGIL, esponendosi su questioni non propriamente attinenti all’ambito di azione del sindacato, avesse più che altro bisogno di dare un segnale chiaro al Partito Democratico in vista del tavolo sulla riforma del lavoro, che guarda caso si sarebbe tenuto di lì a poco.
Nella delicata situazione attuale, un sindacato di rilievo come quello guidato da Camusso ha infatti bisogno di restare legato alla politica per far sì che non venga messo da parte con il suo ruolo. D’altra parte, la CGIL può rappresentare una stampella alla sinistra del PD, che permetterebbe al partito di Bersani e soci di rimanere ancorato alla frangia meno centrista della base, pur rispettando il non expedit casiniano circa i contatti con Vendola e DiPietro (di cui parlavamo un paio di settimane fa).
Il sindacato, adesso che i tavoli per la riforma sul lavoro sono aperti, ha scelto di non affidarsi al frontismo e di non porre il PD davanti alla scelta tra Monti e CGIL; questa situazione avrebbe con tutta probabilità spaccato il Partito Democratico in due, mentre, lasciandolo unito, Camusso ha un ponte più solido e carte migliori da giocare nel corso delle trattative, tra le quali la più forte sembra essere quella di potersi presentarsi al confronto senza essere tacciata di ideologismi, ma riuscendo a lottare nel merito delle questioni (anche la durezza sull’articolo 18 sembrerebbe essersi un po’ smussata).
"Siamo tutti qui", la ormai famigerata foto scattata a Palazzo Chigi
L’esito positivo di questa tattica è emerso giovedì, quando il segretario della CGIL ha commentato l’atteso (e più o meno segreto) summit Alfano-Casini-Bersani rivendicando il ruolo del confronto con le parti sociali: «le cose che abbiamo sentito finora non ci convincono e non sono la soluzione del tema. C’è un tavolo aperto con le parti sociali e quella è la sede opportuna per parlarne». Immediato l’appoggio di Bersani, che conferma: «il Governo ha avuto l’indicazione per trovare l’intesa, certo l’intesa tocca al tavolo».
Casini è meno convinto, ma ormai la prossima mossa dipende dalla CGIL e da quello che è successo in questi giorni di incontri interni al sindacato. Domani ci sarà probabilmente l’incontro decisivo tra le parti.
Lo stop degli ultimi giorni della Camusso, che frena anche sulle aperture all’articolo 18, è definito «tattico» dal Primo Ministro, e di certo lo è (ma chi conosce le dinamiche di queste trattative sa che ogni mossa lo è). Il Governo mette fretta – Monti vorrebbe chiudere entro la settimana – e CGIL frena, probabilmente per segnare un limite netto su ciò di cui si può o non si può discutere.
Articolo 18
Sull’articolo 18, probabilmente, non si andrà oltre le aggiunte sul licenziamento per motivi economici, per il quale ci sarà un indennizzo o il reintegro a discrezione del giudice (si discuterà più che altro sulla definizione dei termini per ridurre al minimo le interpretazioni); se ci saranno grosse concessioni da parte del sindacato su questo punto, probabilmente non si toccheranno i licenziamenti disciplinari. Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali la questione è più complessa, perché servono almeno due miliardi per realizzare la proposta di Fornero e bisognerà capire quali margini economici ci saranno.
Giancarlo Mazzetti

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